Giorgio Bárberi Squarotti

Allievo di Giovanni Getto, Giorgio Bárberi Squarotti gli è succeduto nell’insegnamento di Letteratura Italiana nell’Università di Torino, città dove è nato nel 1929 e dove attualmente lavora, come direttore della sezione lessicografica, al Grande Dizionario della Lingua Italiana e ad una Storia della Letteratura Italiana, per conto della Utet.

Vastissima è la sua produzione di carattere critico, della quale ricordiamo: Astrazione e realtà (1960), Metodo Stile Storia (1962), Poesia e narrativa del secondo dopoguerra (1963), Simboli e struttura dello stile del Pascoli (1967), La forma “tragica” del “Principe” e altri studi sul Machiavelli (1966), La narrativa italiana del dopoguerra (1966), Camillo Sbarbaro (1968), Il gesto improbabile. Da tre saggi su Gabriele D’Annunzio (1971), L’artificio dell’eternità (1972), Gli inferi e il labirinto da Pascoli a Montale (1974), Poesia e ideologia borghese (1976), Poesia e narrativa del secondo Novecento (1978), Il potere della parola (1984).

Tra i suoi libri di poesia ricordiamo: La voce roca (1960), La declamazione onesta (1965), Labirinto d’amore (1973), Il velo (1975), Finzione e dolore (1977), Notizie della vita (1977), Il marinaio del Mar Nero e altre poesie (1980), Ritratto d’intellettuale (1981), La donna delle Langhe e altri fantasmi (1982), Visioni e altro (1983), Da Gerico (1984), Dalla bocca della balena (1986), Un altro libro (1988), In un altro regno (1990), La scena del mondo (1994), In vista del porto (1997), Dal fondo del tempio (1999). Recentemente si è aggiudicato il premio speciale dalla giuria nel Premio letterario internazionale il “Mulinello” 2003 con Addio alla poesia del cuore.

COMMENTO CRITICO: 

Ho da poco terminato di leggere le tue poesie e vi ho colto il canto quasi di accettazione e di promozione, con cui ti rivolgi oggi alla vita, ora che ti affacci ad un’età di bilanci, repertori, rassegne e sembri osservare il mondo con molta più indulgenza, partecipazione e bontà, perché ovunque vedi proiettata l’ombra del peccato, e là ascolti l’eco di un vento divino, e scorgi l’indicazione di un passaggio, una Pasqua, un ritirarsi delle acque del Mar Rosso. Ma l’eco si è già dissolta; è un sussurro stremato; c’è solo il fossile di una voluta di vento disegnata nelle nuvole o sull’arenile del mare o del fiume eracliteo che ci scorre davanti ed indefinitamente si rinnova.

L’eco dei discorsi sulla montagna si è fatta troppo flebile perché ancora possa essere raccolta una sentenza divina o un divieto o uno sprone o un comando, che pure sarà stato pronunciato in qualche tempo e in un qualche luogo definito, ma oggi non s’ode più tale voce nel vento.

Sandro Gros-Pietro