Giovanna Colonna

nasce a Roma l’otto ottobre del 1937.

Figura in antologie di prestigio e in volumi di poesia e critica contemporanea. È inserita nell’Antologia della Storia della Letteratura Italiana del XX secolo, ed. Helicon, 2001; nella Letteratura Italiana Contemporanea (testi, contributi, aggiornamenti), con saggio di Giancarlo Quiriconi, idem, 2005; nel Dizionario ragionato degli scrittori italiani del Novecento, con prefazione di Silvio Ramat, idem, 2004; nella Storia della Letteratura italiana – Il secondo Novecento, vol. III, Guido Miano editore, 2004, e in altre opere consimili.

Ha pubblicato Puliti orizzonti, Ed. Cultura 1992; Nel cuore quelle piume, Ed. Le Stelle, 1998; La via del giorno, idem 1999; Echi, Ed. del Cenacolo 1999; Dimenticati i fiori, Ed. Lineacultura 2000; In altro modo, idem 2001; Rive, Ed. Helicon 2001; In volo, Ed. del Cenacolo 2003; Monocromie, Ed. Gutenberg 2003; Dolce per me sarebbe, a cura del Centro Culturale Il Golfo 2004; Rosario di ritorni alla fuga del cielo, Genesi 2007.

Del 2004 è anche la sua prima opera di narrativa, dal titolo Il piccolo baule in soffitta (Ricordi d’infanzia), Lineacultura, nella quale rammenta le personali esperienze vissute, da bambina, nei drammatici anni quaranta.

Dopo aver risieduto a Roma, Firenze, Lucca, Milano, Locarno e Viareggio, da qualche tempo vive a Bée, sulle rive del Lago Maggiore, nelle cui vicinanze abitano anche le figlie e i nipotini Giacomo, Emma e Marco.

È procuratrice dell’Accademia dei Micenei di Reggio Calabria, Accademica delle Muse e membro dell’Accademia Medicea.

È discendente di Vittoria Colonna (1490-1547), amica o, meglio, “grande amico” di Michelangelo Buonarroti.

COMMENTO CRITICO: 

Tra i temi più importanti svolti dalla poetica di Giovanna Colonna c’è quello della fede religiosa, che si manifesta nella serenità fiduciosa dell’attesa di un’altra vita e con essa del ritorno degli amati volti dei famigliari – tra i quali un posto del tutto particolare assume quello del padre, ufficiale superiore dell’esercito. La fede in una risposta appagante ai troppi interrogativi rimasti irrisolti nel corso della vita funziona da conforto e da sprone per la continuazione del viaggio di conoscenza nella realtà del mondo.

La poetessa sente che l’approdo conclusivo del viaggio di vita risulta essere più vicino di un tempo e questo pensiero tende a divenire un’ossessione che angustia la mente. Ma il conforto della fede interviene a riportare la pace e l’accettazione della finitezza umana nel disegno di una volontà superiore che ha concepito l’eterno come specchio in cui tutte le creature sono chiamate a ritrovarsi e a riconoscersi.

Ecco, allora, che la poetessa torna a usare una parola che è tra le più antiche della nostra civiltà: paradiso, cioè il giardino recintato, il luogo dell’incanto e della pace, ove tutte le domande trovano risposta, si sciolgono i dubbi, si appianano le ingiustizie e l’essere coincide finalmente con la contemplazione della grazia e della delizia della creazione.

Sandro Gros-Pietro