Elio Andriuoli
le poesie

Elio Andriuoli

le poesie

SELANNA

E poi, quando meno l’attendi, Selanna
che ti saluta
se dal suo limpido orizzonte
traspare.
Ti parla di miti, ti parla
dell’età d’oro.
Naviga sola, signora
del tenero spazio del cielo.
Rinnova la meraviglia
di lontanissime ere
per sempre perdute,
di limpidi, misteriosi approdi.
Te come i primi uomini incanta,
te solo chiama.
Te ama.

LA META

Si smemora la sera sulle alture.
È un altro giorno che muore
e una pace profonda ci tiene.
Sulla frontiera dei monti
il sole silenzioso s’immerge.
Bisbigliano i nidi nell’ombra.
Soltanto si odono i passi
ritmati di noi che discendiamo
dalle colline verso la città che si distende
brulicante di vicoli e strade,
dove luci infinite s’accendono
a contrastare la tenebra che avanza
minacciosa, per conquistare il mondo.

Duro è stato il cammino,
lunga l’attesa.
E sempre incombente il pericolo
del piede posato sul sasso
cedevole, della terra franante
sulla scarpata, dello sterpo
aguzzo, della vipera
che sbuca veloce dall’ombra
col suo morso assassino.

La meta è laggiù
che ognora più s’avvicina.
Grandeggia. Già la tocchiamo
col cuore che avvampa.
Rapidi verso di essa
muoviamo, mentre più lievi
si fanno i passi
e con i passi i pensieri.

Tra poco sarà pace, tra poco
cesseranno la fatica e l’arsura
degli erti sentieri.

S’accende in noi una nuova certezza,
una nuova speranza ci schiara.
Meno avara è la vita
che ci racchiude.

Meno ardui,
nell’ora che lenta si schiude,
ne avvertiamo i misteri.

DALLA CASA DEL BRACCIALE D’ORO A POMPEI

Aveva stretti a sé i suoi tesori
la donna che morì sotto la cenere
nel 79 dopo Cristo a Pompei.
Un forziere colmo di monete e un bracciale
d’oro massiccio: non valsero
a salvarla dai lapilli e dal fuoco
che le mozzarono il respiro.
La morte
la colse così improvvisa, sulle scale
della sua lussuosa dimora patrizia,
precludendole ogni via di salvezza.

Con accanto i suoi averi preziosi,
la trovarono gli uomini degli scavi,
a lei giunti dopo un lungo volgere di secoli,
percorrendo il tempo a ritroso.

A rubarle per sempre ogni pensiero,
un sonno profondo era disceso su di lei,
venendo dai regni smemoranti della notte.

Forse per quei beni aveva smarrito il futuro.
In grotte profonde s’era perduto il suo grido.

UN’ALTRA MORTE

a Maddalena Costa Faustini

Un’altra morte. Un altro volto bianco
nella bara, da salutare per sempre.
Un’altra cara presenza della nostra vita
cui dare l’estremo addio.

S’avventano ore e pensieri
nella mente che li racchiude.
Ritornano immagini e parole
che ora acquistano un senso.
Affiorano bagliori dal fondo
che credevamo perduti.

Nel rosario recitato dal prete
ogni sillaba è un graffio sull’anima,
ogni pausa un martello nel cuore.

PER PIÙ VEDERE

Da più giorni piove. Un cielo grigio
senza scampo ci opprime e ci serra
con la sua cappa di gelida noia.
Ma oltre quel cielo
si può immaginare l’azzurro
immenso e un sole raggiante
sulla schiena delle nuvole nere.

Sempre al di là va il cuore;
sempre si affisa
oltre le apparenze la mente
per più vedere.

FONDALI

È un terso mattino di luglio.
Con un brivido allungo le braccia
nella frescura di un lampeggiante mare.
Mi abbandono al tonificante contatto dell’onda.
Esploro con la maschera verdi fondali,
ove una moltitudine variopinta di pesci
veloce guizza tra scoglio e scoglio.
Mi affascina quella molteplice vita
che avverto legata alle origini
vergini ancora del mondo.
Seguo l’umbratile tremore dell’alghe,
il riflesso del sole che giunge dalla superficie
a rivelare le meraviglie di un continente sommerso.
Mi assale una gioia segreta, da tempo ignorata.
Vale per un attimo come questo l’esistere?
Allungo ancora le braccia. Una folla
di pensieri m’investe. Un granchio
tenta la scalata di una scabra parete.
Un volto sconosciuto s’affaccia e scompare.
A chiazze le onde si specchiano
sulla sabbia fina,
oscillano appena leggere.

Ancora avanzo nelle acque terse di una baia
perduta in un paese senza età.
Mi sfiorano improvvisi pensieri:
se ad un tratto tra le onde una frontiera si aprisse?
se mi fosse dischiuso all’improvviso
l’accesso ad un’altra dimensione?

È un terso mattino estivo.
Il mare è calmo come un capovolto cielo.
Ipotesi remota è la morte.

Lentamente avanzo nell’acqua che pare immobile,
ove uno sciacquio appena s’ode.

Mi sfiorano freschi pensieri.
Sono forse tornato alle origini
remote del mondo.
Forse da qui
tutto può ancora ricominciare.

Allungo le braccia nell’acqua chiara.
Ondeggiano lievi i fondali
con il loro fluttuante verde.
Nel mezzo del cielo
si è arrestato il sole.
Non nascono voci.
Soltanto una barca, arresa ed inerme,
affiora, libera e lieve
dallo spazio remoto
dell’immensità
in cui si perde.

Lente
muove le ali un gabbiano.

NEL BOSCO

(ellenistica)

Già spuntano le prime corna
al cerbiatto.
Gli si fa lucido il pelo
e il suo occhio s’oscura.
Si prepara alle lotte d’amore
della primavera.

Adulto lo farà la guerra;
saggio lo farà l’amore,
prima che anch’egli tocchi la sua sera
e la notte precipiti su lui.

ALLEGORIA DI UN MATTINO D’INVERNO

Villa Floridiana al Vomero. È un mattino d’inverno.
Fitta la pioggia ci assedia e quasi diviene un supplizio
camminare per viali sferzati da un algido vento,
sotto imploranti rami.

Ma se un custode cortese le porte serrate ci schiude
di una villa patrizia (ora prezioso museo),
scopriamo inattesi tesori di porcellane e di giade.
Un mondo incantato nel suo splendido cerchio
[ci accoglie,
fatto di grazia e stupore.
Basta dunque passare soltanto
attraverso una vigile porta per cogliere intera la gioia?
Così facile è il sortilegio per nascere a nuova letizia?
Primizia è ancora la vita oltre le fragili soglie
del suo incantesimo, del suo innumerevole mare?

Ci attende altro portento, altro sognare
dentro i regni lontani della Luce,
dopo tanto vagare
che da un immemore tempo
quaggiù ci conduce?

MOMENTO

Guizza la fiamma nel camino,
allegra avvampa mentre il ceppo
duro e nodoso
lentamente consuma.
È un altro inverno e la neve
fitta, senza tempo, discende
sull’immemore campagna parmense,
dissolvendone i vaghi confini,
frontiere di un paesaggio irreale.

Guizza la fiamma leggera,
a ridestare pensieri
di età lontane; e si accanisce e s’avventa
ora più spessa e sanguigna
ora più sinuosa e sottile:
instancabile sempre
nel suo tenace lavoro
che il ceppo in cenere muta.

Pendono dagli abeti ricurvi
candide stalattiti di ghiaccio
a creare enigmatiche geometrie.
Dai fiocchi infranti sui vetri
sono nate fragili evanescenti forme.

Ma l’ala del tempo che ci sfiora
non dà requie. Noi lo sappiamo: domani
tutto sarà diverso; sparita
la neve, spenta la fiamma, altri cieli
si schiuderanno al nostro stupore.

Noi saremo sempre incatenati a un portento,
nel giro inarrestabile delle ore,
in attesa che qualcosa si avveri.

PICCOLO PESCATORE

(per una statua di Vincenzo Gemito)

Il ragazzo stringe nel pugno
il sarago appena pescato
e l’estrae dall’amo.
Il ragazzo aguzza lo sguardo,
ha curvo il capo e l’aria intenta.
È quasi nudo e la sua pelle
ambrata s’illumina al sole.
Il ragazzo è fermo, scolpito nell’istante
che lo eterna.
Intorno a lui regnano silenzio e pace infinita.

Teso nell’evento che lo racchiude,
è parvenza dell’antico miracolo
che ognora si rinnova: la vita.