Lucianna Argentino
le poesie

Lucianna Argentino

le poesie

dalla raccolta inedita L’ospite atteso

Non è che l’ombra del silenzio
questa parola che irrompe
e sgorga necessaria come tutto il bene
che in questo momento è compiuto
nel basso della terra
e si misura ad altezza d’uomo.

Le coste hanno luce
di rami spezzati
e gli schiocchi del mare
mordono il fiato al vento.
Risale a fatica l’orizzonte
col senso di noi offerti
in sacrificio alla creazione.

Fammela bella l’anima e radiosa
che poi si salta, si cambia quota.

Ora mi siedo e scrivo
da dentro questa fonte mai sazia
dove a volte il silenzio ha la meglio
ma di nuovo mi feconda la vita
mi seduce la scrittura
concupiscente e casta.

È qui senza stagione
con fede forse
spiraglio di cauta ragione
e addenta il tempo
come addentano il mare i pontili
o sta come le cose
nella quiete dei ripostigli.

Parlami che cigola la notte
sotto i passi di chi veglia
e sogna terre emerse
e orizzonti capovolti al senso
e iguana immobili al sole
cortecce di carne ammansite
in ere lontane
mentre ora un tempo incredulo
avanza nel corpo dei folli.

da Diario inverso, 2006

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.

Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.

Visito quell’altrove dove le cose si spogliano
di vaghezza per indossare una nitidezza
più prossima alla verità, ma mi strattona via
quel suo sguardo per cui dell’insieme
sono il particolare che sfugge.

Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest’avvenire senza presente.

da Verso Penuel, 2003

Manco di un dolore profondo
di quelli che disincarnano l’anima
e la fanno sublime.
Fin qui gli anni sono stati un abbraccio forte
dato al buio, come di chi non sa parlare
e alle braccia cede quel potere.
Anni trascorsi con la scure alla radice,
anni di verità fallite, di gioie laciniate.
È dunque mio un dolore tutto intero,
già maturo, già presente nel pianto
insolente della nascita. Ne sento
il mormorio di mare, il moto di risacca
nelle viscere – salmastro respiro di lama
dentro m’incide l’evento che consola.

Baciata dal tempo e da quel bacio all’attimo consegnata
sminuzzo la realtà per meglio amarla
nell’ora in cui le rondini tornano
ad abitare le fessure di pietra e gli angoli
della stanza placano la loro aguzza forma.
Vorrei tornare a questa vita col privilegio
di chi non si è mai guardato in uno specchio
per darmi un’esitante certezza
ora che esito soltanto.

Andare dove la luce dura l’infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
dal fiato corto delle cose.
È tempo anche per me d’invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell’eternità
contro la chiglia di ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te
che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d’ombra
veste del mio nuziale esistere.

da Mutamento, 1999

Provami l’utilità del Bene
tu che mi hai voluta qui
senza chiedermi dove sono,
dov’è che sono veramente.
Dimmi chi è che può salvare
e chi essere salvato,
ma considera pure l’incapacità mia
di sentire altro che non sia
questa inadeguata sapienza.
Sappi che non so circuire la vita
perché drappelli di parole
ostinate alla distanza mi assediano,
ma so che tra passione e coscienza
l’abisso è colmabile
se Dio riprendesse la sua onnipotenza
dalle nostre mani…

Piace al mio canto il cammino sbadato
del tuo ritornarmi attraverso notti
nate nei tuoi occhi
puntati sulla via di Cana
su nozze cui non siamo invitati
noi ormai liberi dallo sguardo paterno
e dunque esiliati in un destino incredulo
meno incredula io ora
che bevo un’acqua mutata in vino.

da Biografia a margine, 1994

Mi attraversi e riluci
sei profumo di calicanto che vince
l’aria fredda dell’inverno
ma il tuo canto non scioglie
l’ordito intrecciato d’amaro assenzio.

Altro sapore trangugio
nella risacca dei giorni
aspettando che questo dolore
sia amore.

Solo il lume la sera
nello spazio tra la matita
e la sua ombra
rincuora l’intimità della parola.

Se ci fossimo conservati
l’uno all’altra
uno spazio di consuetudini
per poterle poi rinnegare altrove
preferendo vivere in un tempo apocrifo
forse non avremmo appreso di noi
ciò che ora sappiamo
e che, inevitabilmente, ci divide…