Giorgio Bárberi Squarotti
le poesie

Giorgio Bárberi Squarotti

le poesie

Flebili

Era la voce dubbia ormai, parole
rese flebili, antica asprezza o lacrime
o semplice memoria e vani suoni,
e tanto meno il silenzio del sogno
di fiati caldi come le carezze
dolci e immagini d’amore e di morte:
che altro resta, se non volgersi avanti,
moltiplicare le contemplazioni
delle ragazze nuove, quando s’apre
la prima luce dell’autunno, ancora
a mezzo fra maglie candide e fianchi
nudi e bruni, e così il tempo in fretta
trionfa e smuore, e dopo riappaiono
i corpi freschi e antichi e poi scompaiono,
segni, forse, illusioni, desideri
del nulla per chi pure crede d’essere
ancora, e non è più se non figura.

Mappano, 16 marzo 2001

Vide

Vide o credette di vedere un tenero
lago di fronde lievi e di precari
venti, un casa rossa, appena schiuse
le finestre dorate, alte, i pinnacoli
argentati; e dall’acqua pesci uscivano
con grosse bocche per ira o ironia,
e le tante ragazze che guardavano
dalla riva e dai bar vuoti, ansiose
e indifferenti, gli abiti stracciati
un poco o solo abbassati sul corpo
fragile e caldo, e una si allontanava
fra i cespugli, dubbiosa se celarsi
o spogliarsi per scendere nel tremito
di una polla giocosa, nuda e timida:
ecco il luogo che non esiste, fatto
di frammenti confusi, forse solo
scritti su qualche foglio, appunti d’altra
età, d’altre persone lì passate
per un istante mentre forse un’immagine
attraversa di corsa il tempo esile
che esiste, se pure c’è per me,
verso il tram per raggiungere la vita
o il salute del cuore fuggitivo:
oh l’infinito spazio e inesistente,
che è più vero del vero e più del sogno
della morte e dell’alba.

Firenze, 18 marzo 2001

Spiccava

È ormai profondissima la neve
nel luminoso mattino che appena
rivela al di là delle nubi tenere
il vero sole del migliore inverno:
dal trionfo felice del candore
spiccava altissima l’estrema rosa
ancora viva e limpida, rinascita
allora per il futuro che il gelo
in verità e non altro conserva
per lo spavento della vita.

Mappano, 16 marzo 2001

Giorni

Lievi giorni di marzo, neve o prime gemme
di rosa o l’alterna luce sontuosa
di primule e di soli rapidi e alacri,
abbassate e disperse lì le canne
secche ora che le acque a lungo parlano
fra loro e con le incerte corse e sguardi
delle prime ragazze, trasparenti
e labili: la sua voce, anche, fra dolci
parole dell’inverno che muore, uniche
che annunciano colui che viene contro
le ire, le strade crudamente rese
diritte contro mite ambage, curvi
boschetti, e già i fiori, già l’amore,
due ragazzi vi si sono perduti,
ilari e salvi, mano nella mano
riappaiono lentamente, vedono
ora il bambino nella citazione
o culla che mai sia, piange un poco, donne
stupite non sanno se riconoscerlo
o non c’entra per nulla in questo tempo
se mai sia vero e indifferente, vano.

Mappano, 16 marzo 2001

Giovinezza

La giovinezza vera? un nome lieve
rimasto sulla pagina, la forma
fissata nei colori, oh corpo candido
e dorato, così nudo e tremante,
se non segno di indifferente annuncio
che la bellezza dura allora eterna,
perché ogni giorno si ripete e muore:
ma chi più se ne accorge? e poi la vita
forse davvero esiste, se non sogno
di un sogno, anche se vi fu chi credette
di aver toccato la calda carne, il bacio
fervido, l’ansia timida, il possesso
ardente e vuoto, il troppo desiderio
immaginato e oscuro: oh essenza
pura e concreta, ove è più la ragazza
che fu vera o non vera, se non verso
e cartolina, entrò nella stanza,
scosse le chiome nere, si sedette
attenta, un po’ stringendo le labbra umide,
ascoltava il silenzio ilare e alacre,
spogliandosi fino a essere nuda,
come il tempo che già l’aveva cancellata,
eterno.

Mappano, 16 marzo 2001

Luna

Astro di luce gelido e patetico
cuore nel lungo tremito di sogno
di durevoli baci e voci e immagini
dipinti sopra i fogli dove a scatto
furono scritti segni di impossibile
amore o altro romanzo: nome o meno
ancora del passaggio nel mattino
di un corpo colmo, di un sorriso incerto,
di un’attesa vuota o se si affaccia
a una finestra stretta, apre la tenda
dorata, guarda nuda il mio futuro
che non c’è.

Pisa, 29 gennaio 2001

Corridoio

Nel corridoio vuoto, sole, altissime,
le risa e le parole a scatti rapidi
d’amore un poco folli e incomprensibili,
ma trionfali come se il dio del cuore
stesse per arrivare nella colma
luce del nuovo gennaio da lei,
bramosa: sollevò la maglia lieve
sul petto pallido, sulle mammelle
esigue, come per farsi guardare
bene da chi non c’era, eppure quanto
la contemplò, fino alle prime nuvole
di neve, quando chiuse il suo telefono
e la voce, si guardò intorno, scosse
i capelli scomposti, si toccò
i fianchi, un poco avida, allietata
dall’assenza del tempo, poi leggeva
quello che aveva scritto nel foglietto
lindo, con cura, chi sa mai a chi
solo per far durare un poco più
oltre la vita o i versi.

Pisa, 29 gennaio 2001

Mela

Ancora c’è, ma non nella cima più alta,
la mela rossa, unica, ma in basso
celata fra le foglie maculate,
ancora fitte, umide di antica
pioggia e di nebbia tenace: trionfo
ultimo o disperata resistenza
del frutto più perfetto che pur s’offre
ancora, e più nessuno ormai la vede
nel marasma d’autunno, e già anzi oltre,
verso la fine. Qualcuno la colse
in una sera della finta estate
di San Martino, forse non appieno
però, incerta com’era nella sua
nervosa timidezza e nel timore
di una ferita insanguinata, e meglio
allora fu il puro piacere e intatto.

Paris, 27 gennaio 2001