Lida de Polzer
le poesie

Lida de Polzer

le poesie

Memoria di vento

Non so di quale nostalgia lontana
mormori questa sera di velluto
dove l’ombra si fonde con la luce
in un fluido abbraccio, e le memorie
di una vita si fondono nell’anima,
i rimpianti velati di dolcezza
e le dolcezze di malinconia.
Dal mio campo di ieri ha allontanato
già la sua falce il tempo mietitore,
ma ancora ondeggia nelle stoppie antiche
la memoria del vento fra le spighe;
e già il domani, avvolto in una luce
invisibile ancora, ha una sua voce
di nostalgia futura, una sua sete
dalle mani protese alla fontana
dell’Assoluto.

Notturno

Notte di luna piena, il cielo è chiaro
nubi sottili come veli bianchi
il cuore cavalca una sete di luce infinita
l’anima corre al suo destino antico
come marea d’oceano alla luna.

Luce di marzo

Scendeva da uno sguardo senza tempo
la luce sul giardino
il giorno in cui nasceva la parola
domani. Era di marzo
forse, e vedemmo accendersi di gioia
la prima primavera. Era l’amore
la luce del giardino, e l’innocenza
sentiero di cristallo.
Poi fu l’orgoglio culla di dolore
polvere sul cammino, solitudine
il male d’esilio cantava le notti di luna
un vuoto inconsapevole gemeva
nostalgie rinnegate d’infinito.
Ma forse è ancora marzo
attende la primavera sospesa
nell’intimo giardino della luce
e nella luce quello sguardo attende
che ci ricresca un cuore di bambino.

Era di giugno

Su Tarquinia fiorivano ginestre
al colmo biondo di collina, e ancora
denso il profumo impregna la memoria.
Scendevano gradini millenari
dentro il materno buio della terra
ad evocare le ore degli addii:
svanita anche la polvere dell’uomo
resta per il pennello dell’artista
la scia della sua luce. Era di giugno
gli ulivi erano in fiore, inargentati,
di luce e vento testimoni antichi.
A tratti usciva a illuminare l’ora
il sole fra le nuvole di buio.
Mite il meriggio, l’animo sospeso
sul restare del tempo
d’improvviso
oltre un muretto ed un cancello breve
un’isola stregata di papaveri
nelle onde di perla delle spighe
alte di un prato chiaro…
passava forse il peplo di Afrodite
Pareva vento
lieve

Luna mozza

Irrompe da uno scorcio di finestra
mentre discende l’ultimo suo buio
la luna mozza, e pare sangue d’ombra
la sua metà perduta nella notte.
Suona una voce nella solitudine
racconta di dolcezze e di dolori
e di acuti silenzi alle domande
alte del cuore.
Anche per noi s’illumina la notte
di una vigile luna di speranze
ma nella piaga muta dell’ignoto
sanguina l’ombra.

Lettere segrete

Era un tempo di quiete
profondo di memorie e di germogli
d’eternità. Splendevano rugiade
di giorni freschi accanto a brine acerbe
nel luogo sconosciuto dell’incontro
e l’attesa era madida di sogni.
Tutto abitava l’energia del cuore
l’anima era silenzio
innamorato
e lo spazio era fluida frontiera
con l’infinito.
Era un luogo futuro, un tempo scritto
con lettere segrete che non so.

Ancora

Ancora voglio vivere. Ogni fibra
dell’universo è parte del mio cuore
e l’ora del silenzio è così piena
di fremiti d’amore, e le mie mani
hanno dolcezze nuove da scambiare
con le tenere mani della terra.
Sono nel fiato morbido dell’aria
che trasporta i rumori del mattino,
nell’umido profumo della pioggia
e in cuore alla pozzanghera che accoglie
ogni goccia nel cerchio delle braccia.
Vivere voglio
nelle ali tenaci delle rondini
la lunga nostalgia del nido antico
essere il nido e il cielo
sapermi nelle cose ora e domani.
E quando sarà il tempo del mio volo
stare come la gioia nei ricordi
come l’ombra di un fuoco sempre acceso.

Luna calante

È una notte di stelle
gelida come una lama di neve
che rubi spessori di luna
sottili e li posi in silenzio
sull’ombra dei tetti in attesa.
È limpida notte di cielo
percorso da voci di stelle
che videro spazi infinti
e forse non ardono più
è cielo che chiama pensieri
d’amore che furono vivi
e ancora nel buio risplendono
puri come la notte.

Forse

Pareva fino a ieri
un inverno per sempre, sconsolato
figlio del ghiaccio e della pioggia, e luce
pareva non avere altro che grigia
ed ore lunghe, e giorni rintanati
e nebbie, nebbie a seppellirci il cuore.

Ma stamane due gazze son volate
sui rami di un’antenna, e lungamente
si guardavano fitto, in un silenzio
che quasi profumava, e intanto il sole
si affacciava al balcone delle nubi

e l’inverno mi è parso avere un sogno
di nidi caldi e tenerezze d’erba
sui prati scabri, e forse un’improvvisa
suggestione di gioia l’ha sfiorato
mentre burberamente richiudeva
il sole nelle nubi, e per un attimo
gli è scivolata morbida sul cuore
la seta di una piccola voglia
di primavera.