Luigi De Rosa
le poesie

Luigi De Rosa

le poesie

NON SONO PIÙ QUEL LUIGI DE ROSA

Confesso che non sono più chi sono stato
e che non mi so dire chi ora io sia
né chi sarò domani.

Quest’affaire di identità mi ha seccato,
sempre in cerca di definirmi nel foglio e nell’anima,
come in un gioco di punto e croce indeterminato.

Ma se a qualcuno servisse didascalia o reperto,
di me una targa, una reliquia,
allora dicasi che sono ciò che ho scritto
e non altro.

Anche se ciò che ho scritto
non mi rispecchia integralmente,
perché ho vissuto le mie passioni
più nel sangue che nell’inchiostro,
più nel sole che nei barbagli
illusori degli schermi…

BEI SOGNI AZZURRI DEI VENT’ANNI…

… quando ci bastava uno sguardo ammaliante
visto e non visto tra migliaia di volti
a lievitare il cuore di vane speranze…
Speranze labili
come gocce sui vetri
o come bolle iridescenti
che una lama di vento mette in fuga.

Accendevamo fuochi in riva al mare.
Cenere resta delle nostre bugie
cenere calda che un soffio disperde.

ALLA MIA VECCHIA CASA DI LOANO

La vita non è come l’ho vista
dalle tue finestre,
non è soltanto l’orizzonte
fiorito di navi
o il luminoso pallore
del sole in un cielo di ulivi.

Addio mia vecchia casa,
rifugio dei miei sogni di bambino
privato troppo presto
delle carezze della mamma.

Il treno dà già qualche scrollone,
questo treno che ho visto tante volte
dileguarsi,
inesorabilmente,
dallo scenario del mare.

ALTROVE CANTAI LA SOLITUDINE

Da ragazzo cantai
“la gioia della mia solitudine”.

Odiavo i barconi dall’odore salmastro
e il gracchiare del loro motore
che stracciava il silenzio.

Mi piaceva soltanto una vela bianca
che ogni tanto sfiorava il turchino
“delicata come un’ave”.

Ma un giorno batté contro le rupi
un fagotto di carne e stracci
Di giorno ardeva un giallastro sole
di notte un’inutile luna
allucinava le fonde acque
mentre il relitto umano
continuava a chiamare.

“Nel mattino sereno e immenso”
sentii incrinarsi e spezzarsi in me stesso
i “sottili alberi scabri”.
Passò un barcone di pescatori
e gridai loro nell’inganno blu:
– Uomini raccogliete anche me
l’eremita che fu! –

UN MATTINO DI LIGURIA

S’è levata dal mare una colomba
in un cielo incolore.

All’orizzonte una nave
bianca,
delicata come un’ave.

L’acqua tremula fra le mie palme
riflette il sole nascente.

L’anima corre, inebriata,
ed il mare, rosso,
rumoroso fanciullo,
vuole ghermirla.

Si levano stormi di uccelli
e fiochi gridi per l’infinito
azzurro.

CIELO CELESTE ATTRAVERSO I VETRI

Cielo celeste attraverso i vetri
e trasognate grida di gallo
in lontananza; un autocarro
romba nel polverone.
Ogni mattino è un sole di speranza.