Tutti
le poesie

le poesie

AL MIO FIANCO NESSUNO CAMMINA

Silenzi siderali sopra la sera estiva;
io ne vivo l’incanto
con la mente e lo spirito.
Non ho altri pensieri;
mi avvolge il mistero della notte;
mi abbandono al silenzio.
Cammino lentamente per meglio
sentire un alito fra le ombre:
la voce dei miei morti
che mi giunge e mi scuote.
Ne riconosco il tono.
Al mio fianco nessuno cammina,
ma i passi nel cuore ritmano in simmetria.
Accade tutto in un momento.
Mi fermo per godere l’abbraccio del respiro.
Poi niente più voce né passi
nel silenzio della notte
dove i morti mi sono parsi vivi.

(inedita)

SETE DI LUCE E D’ALBE CHIARE

È già lontano il sorriso
della dolce estate
che denudava l’amore
sotto le stelle tremule
ai respiri dell’acqua
lungo la battigia.

Piega lo sguardo
la luna smorta tra la nebbia;
svapora l’attesa
dentro il silenzio della notte.

Autunno, portami
sulle ali degli uccelli migratori
ai caldi lidi: ho ancora sete
di luce e d’albe chiare.

Portami là, dove la natura
non muta veste di colori;
dove l’amore nasce tra i palmeti
e le vergini danzano
sulle note dei refoli notturni.

Raccolto attenderò il mattino:
non sarà falso miraggio
il dissetarmi alla fonte ritrovata
di luce e d’albe chiare.

(da Come zampilla l’acqua, 1995)

NON UNO MA CENTO CAVALLI

Non uno ma cento cavalli cavalcate;
non uno ma dieci, cento, mille
chilometri percorrete
in un giorno di vita.
È tecnica baldanza quella che
fieri mostrate sulle strade nere
con i ferrei destrieri,
o giovani del 2000!
E siete pulviscolo umano
in un raggio di sole,
un soffio di vento in una tempesta,
una dimenticanza annunciata
quando terminate la corsa in uno schianto.
Ahi, quel silenzio che vi ammanta
all’istante in cui finisce la nostra vita!
Oh, quei canti che s’interrompono
dentro le ombre della notte!
Un brivido di freddo, non quello
di una sera stellata di primavera
ma d’aria gelida di morte
sui vostri giovani corpi si posa.
E siete fiori di vita recisi
che profumano d’amore!
E siete svaniti all’alba
di un giorno di luce!

(da Alberi curvi d’acqua, 1997)

OLTRE LA VITA E LA MEMORIA

Non la pioggia, né la neve, né il tuono
che hanno tempestato la tua vita,
moriranno con te, uomo.
Non le stagioni
che hanno riempito di gioie,
di dolori, di speranze il tuo tempo.
Non morirà con te
lo scorrere dell’acqua
nel fiume e nel rigagnolo,
né la nuvola bianca
che s’alza nella notte silenziosa
e spazia per il cielo con il vento
a incontrarsi con il mare
e la montagna.
Non morirà l’effige
che nasce dalla pietra o sulla tela,
né la parola
che semina di idee
i campi della storia.
Non moriranno con te
la forza del pensiero, la voce della Gloria
che porteranno il grido della Libertà
oltre i confini della Vittoria.
Non morirà con te la Poesia:
luce del tuo spirito, uomo,
oltre la vita e la memoria.

(da Oltre la vita e la memoria, 1988)

A SERA

A sera
i vecchi aspettano i sonni
tardi a venire sulla soglia dell’attesa;
i desideri d’amore
vivono gli affanni sopra letti
privi di amanti.
Tutto copre il silenzio
relegato lontano dalla città;
ogni cosa affoga lontano nel mare dell’oblio;
ogni giovane nei rumori dell’ecstasy;
la notte resiste alle lusinghe,
nutre le speranze dei giusti.
Mi corico nel letto della quiete
ed aspetto il ritorno dell’alba
all’estremo orizzonte che sbianca.

(inedita)

SELANNA

E poi, quando meno l’attendi, Selanna
che ti saluta
se dal suo limpido orizzonte
traspare.
Ti parla di miti, ti parla
dell’età d’oro.
Naviga sola, signora
del tenero spazio del cielo.
Rinnova la meraviglia
di lontanissime ere
per sempre perdute,
di limpidi, misteriosi approdi.
Te come i primi uomini incanta,
te solo chiama.
Te ama.

LA META

Si smemora la sera sulle alture.
È un altro giorno che muore
e una pace profonda ci tiene.
Sulla frontiera dei monti
il sole silenzioso s’immerge.
Bisbigliano i nidi nell’ombra.
Soltanto si odono i passi
ritmati di noi che discendiamo
dalle colline verso la città che si distende
brulicante di vicoli e strade,
dove luci infinite s’accendono
a contrastare la tenebra che avanza
minacciosa, per conquistare il mondo.

Duro è stato il cammino,
lunga l’attesa.
E sempre incombente il pericolo
del piede posato sul sasso
cedevole, della terra franante
sulla scarpata, dello sterpo
aguzzo, della vipera
che sbuca veloce dall’ombra
col suo morso assassino.

La meta è laggiù
che ognora più s’avvicina.
Grandeggia. Già la tocchiamo
col cuore che avvampa.
Rapidi verso di essa
muoviamo, mentre più lievi
si fanno i passi
e con i passi i pensieri.

Tra poco sarà pace, tra poco
cesseranno la fatica e l’arsura
degli erti sentieri.

S’accende in noi una nuova certezza,
una nuova speranza ci schiara.
Meno avara è la vita
che ci racchiude.

Meno ardui,
nell’ora che lenta si schiude,
ne avvertiamo i misteri.

DALLA CASA DEL BRACCIALE D’ORO A POMPEI

Aveva stretti a sé i suoi tesori
la donna che morì sotto la cenere
nel 79 dopo Cristo a Pompei.
Un forziere colmo di monete e un bracciale
d’oro massiccio: non valsero
a salvarla dai lapilli e dal fuoco
che le mozzarono il respiro.
La morte
la colse così improvvisa, sulle scale
della sua lussuosa dimora patrizia,
precludendole ogni via di salvezza.

Con accanto i suoi averi preziosi,
la trovarono gli uomini degli scavi,
a lei giunti dopo un lungo volgere di secoli,
percorrendo il tempo a ritroso.

A rubarle per sempre ogni pensiero,
un sonno profondo era disceso su di lei,
venendo dai regni smemoranti della notte.

Forse per quei beni aveva smarrito il futuro.
In grotte profonde s’era perduto il suo grido.

UN’ALTRA MORTE

a Maddalena Costa Faustini

Un’altra morte. Un altro volto bianco
nella bara, da salutare per sempre.
Un’altra cara presenza della nostra vita
cui dare l’estremo addio.

S’avventano ore e pensieri
nella mente che li racchiude.
Ritornano immagini e parole
che ora acquistano un senso.
Affiorano bagliori dal fondo
che credevamo perduti.

Nel rosario recitato dal prete
ogni sillaba è un graffio sull’anima,
ogni pausa un martello nel cuore.

PER PIÙ VEDERE

Da più giorni piove. Un cielo grigio
senza scampo ci opprime e ci serra
con la sua cappa di gelida noia.
Ma oltre quel cielo
si può immaginare l’azzurro
immenso e un sole raggiante
sulla schiena delle nuvole nere.

Sempre al di là va il cuore;
sempre si affisa
oltre le apparenze la mente
per più vedere.

FONDALI

È un terso mattino di luglio.
Con un brivido allungo le braccia
nella frescura di un lampeggiante mare.
Mi abbandono al tonificante contatto dell’onda.
Esploro con la maschera verdi fondali,
ove una moltitudine variopinta di pesci
veloce guizza tra scoglio e scoglio.
Mi affascina quella molteplice vita
che avverto legata alle origini
vergini ancora del mondo.
Seguo l’umbratile tremore dell’alghe,
il riflesso del sole che giunge dalla superficie
a rivelare le meraviglie di un continente sommerso.
Mi assale una gioia segreta, da tempo ignorata.
Vale per un attimo come questo l’esistere?
Allungo ancora le braccia. Una folla
di pensieri m’investe. Un granchio
tenta la scalata di una scabra parete.
Un volto sconosciuto s’affaccia e scompare.
A chiazze le onde si specchiano
sulla sabbia fina,
oscillano appena leggere.

Ancora avanzo nelle acque terse di una baia
perduta in un paese senza età.
Mi sfiorano improvvisi pensieri:
se ad un tratto tra le onde una frontiera si aprisse?
se mi fosse dischiuso all’improvviso
l’accesso ad un’altra dimensione?

È un terso mattino estivo.
Il mare è calmo come un capovolto cielo.
Ipotesi remota è la morte.

Lentamente avanzo nell’acqua che pare immobile,
ove uno sciacquio appena s’ode.

Mi sfiorano freschi pensieri.
Sono forse tornato alle origini
remote del mondo.
Forse da qui
tutto può ancora ricominciare.

Allungo le braccia nell’acqua chiara.
Ondeggiano lievi i fondali
con il loro fluttuante verde.
Nel mezzo del cielo
si è arrestato il sole.
Non nascono voci.
Soltanto una barca, arresa ed inerme,
affiora, libera e lieve
dallo spazio remoto
dell’immensità
in cui si perde.

Lente
muove le ali un gabbiano.

NEL BOSCO

(ellenistica)

Già spuntano le prime corna
al cerbiatto.
Gli si fa lucido il pelo
e il suo occhio s’oscura.
Si prepara alle lotte d’amore
della primavera.

Adulto lo farà la guerra;
saggio lo farà l’amore,
prima che anch’egli tocchi la sua sera
e la notte precipiti su lui.

ALLEGORIA DI UN MATTINO D’INVERNO

Villa Floridiana al Vomero. È un mattino d’inverno.
Fitta la pioggia ci assedia e quasi diviene un supplizio
camminare per viali sferzati da un algido vento,
sotto imploranti rami.

Ma se un custode cortese le porte serrate ci schiude
di una villa patrizia (ora prezioso museo),
scopriamo inattesi tesori di porcellane e di giade.
Un mondo incantato nel suo splendido cerchio
[ci accoglie,
fatto di grazia e stupore.
Basta dunque passare soltanto
attraverso una vigile porta per cogliere intera la gioia?
Così facile è il sortilegio per nascere a nuova letizia?
Primizia è ancora la vita oltre le fragili soglie
del suo incantesimo, del suo innumerevole mare?

Ci attende altro portento, altro sognare
dentro i regni lontani della Luce,
dopo tanto vagare
che da un immemore tempo
quaggiù ci conduce?

MOMENTO

Guizza la fiamma nel camino,
allegra avvampa mentre il ceppo
duro e nodoso
lentamente consuma.
È un altro inverno e la neve
fitta, senza tempo, discende
sull’immemore campagna parmense,
dissolvendone i vaghi confini,
frontiere di un paesaggio irreale.

Guizza la fiamma leggera,
a ridestare pensieri
di età lontane; e si accanisce e s’avventa
ora più spessa e sanguigna
ora più sinuosa e sottile:
instancabile sempre
nel suo tenace lavoro
che il ceppo in cenere muta.

Pendono dagli abeti ricurvi
candide stalattiti di ghiaccio
a creare enigmatiche geometrie.
Dai fiocchi infranti sui vetri
sono nate fragili evanescenti forme.

Ma l’ala del tempo che ci sfiora
non dà requie. Noi lo sappiamo: domani
tutto sarà diverso; sparita
la neve, spenta la fiamma, altri cieli
si schiuderanno al nostro stupore.

Noi saremo sempre incatenati a un portento,
nel giro inarrestabile delle ore,
in attesa che qualcosa si avveri.

PICCOLO PESCATORE

(per una statua di Vincenzo Gemito)

Il ragazzo stringe nel pugno
il sarago appena pescato
e l’estrae dall’amo.
Il ragazzo aguzza lo sguardo,
ha curvo il capo e l’aria intenta.
È quasi nudo e la sua pelle
ambrata s’illumina al sole.
Il ragazzo è fermo, scolpito nell’istante
che lo eterna.
Intorno a lui regnano silenzio e pace infinita.

Teso nell’evento che lo racchiude,
è parvenza dell’antico miracolo
che ognora si rinnova: la vita.

dalla raccolta inedita L’ospite atteso

Non è che l’ombra del silenzio
questa parola che irrompe
e sgorga necessaria come tutto il bene
che in questo momento è compiuto
nel basso della terra
e si misura ad altezza d’uomo.

Le coste hanno luce
di rami spezzati
e gli schiocchi del mare
mordono il fiato al vento.
Risale a fatica l’orizzonte
col senso di noi offerti
in sacrificio alla creazione.

Fammela bella l’anima e radiosa
che poi si salta, si cambia quota.

Ora mi siedo e scrivo
da dentro questa fonte mai sazia
dove a volte il silenzio ha la meglio
ma di nuovo mi feconda la vita
mi seduce la scrittura
concupiscente e casta.

È qui senza stagione
con fede forse
spiraglio di cauta ragione
e addenta il tempo
come addentano il mare i pontili
o sta come le cose
nella quiete dei ripostigli.

Parlami che cigola la notte
sotto i passi di chi veglia
e sogna terre emerse
e orizzonti capovolti al senso
e iguana immobili al sole
cortecce di carne ammansite
in ere lontane
mentre ora un tempo incredulo
avanza nel corpo dei folli.

da Diario inverso, 2006

Lei sapeva del silenzio che sarebbe venuto poi
per questo gli chiedeva “abbassa la voce”
pensava che se le parole si fossero fatte
simili al silenzio la loro assenza sarebbe stata
più lieve, come un bisbigliare oltre una porta chiusa
o come qualcuno che senti muoversi nella stanza accanto.

“Cambia tono” diceva a lei lui che non capiva
e confuso rallentava il passo, cercava un riparo
da quell’estate improvvisa, dall’assalto dell’inatteso.
Ma fu in quella luce stinta che cominciò a sentire
che le cose a volte implodono senza implorare altro
e tornano in se stesse e stanno affini al silenzio.
Così cedette e abbassò la voce tanto che tacque.

Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.

Visito quell’altrove dove le cose si spogliano
di vaghezza per indossare una nitidezza
più prossima alla verità, ma mi strattona via
quel suo sguardo per cui dell’insieme
sono il particolare che sfugge.

Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest’avvenire senza presente.

da Verso Penuel, 2003

Manco di un dolore profondo
di quelli che disincarnano l’anima
e la fanno sublime.
Fin qui gli anni sono stati un abbraccio forte
dato al buio, come di chi non sa parlare
e alle braccia cede quel potere.
Anni trascorsi con la scure alla radice,
anni di verità fallite, di gioie laciniate.
È dunque mio un dolore tutto intero,
già maturo, già presente nel pianto
insolente della nascita. Ne sento
il mormorio di mare, il moto di risacca
nelle viscere – salmastro respiro di lama
dentro m’incide l’evento che consola.

Baciata dal tempo e da quel bacio all’attimo consegnata
sminuzzo la realtà per meglio amarla
nell’ora in cui le rondini tornano
ad abitare le fessure di pietra e gli angoli
della stanza placano la loro aguzza forma.
Vorrei tornare a questa vita col privilegio
di chi non si è mai guardato in uno specchio
per darmi un’esitante certezza
ora che esito soltanto.

Andare dove la luce dura l’infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
dal fiato corto delle cose.
È tempo anche per me d’invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell’eternità
contro la chiglia di ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te
che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d’ombra
veste del mio nuziale esistere.

da Mutamento, 1999

Provami l’utilità del Bene
tu che mi hai voluta qui
senza chiedermi dove sono,
dov’è che sono veramente.
Dimmi chi è che può salvare
e chi essere salvato,
ma considera pure l’incapacità mia
di sentire altro che non sia
questa inadeguata sapienza.
Sappi che non so circuire la vita
perché drappelli di parole
ostinate alla distanza mi assediano,
ma so che tra passione e coscienza
l’abisso è colmabile
se Dio riprendesse la sua onnipotenza
dalle nostre mani…

Piace al mio canto il cammino sbadato
del tuo ritornarmi attraverso notti
nate nei tuoi occhi
puntati sulla via di Cana
su nozze cui non siamo invitati
noi ormai liberi dallo sguardo paterno
e dunque esiliati in un destino incredulo
meno incredula io ora
che bevo un’acqua mutata in vino.

da Biografia a margine, 1994

Mi attraversi e riluci
sei profumo di calicanto che vince
l’aria fredda dell’inverno
ma il tuo canto non scioglie
l’ordito intrecciato d’amaro assenzio.

Altro sapore trangugio
nella risacca dei giorni
aspettando che questo dolore
sia amore.

Solo il lume la sera
nello spazio tra la matita
e la sua ombra
rincuora l’intimità della parola.

Se ci fossimo conservati
l’uno all’altra
uno spazio di consuetudini
per poterle poi rinnegare altrove
preferendo vivere in un tempo apocrifo
forse non avremmo appreso di noi
ciò che ora sappiamo
e che, inevitabilmente, ci divide…

IL PRODIGIO DELLA CAPPELLA SISTINA

Michelangelo genio degli abissi
e delle abbacinanti altezze
nei cieli dell’eternità
compì il mirabile prodigio
di plasmare un’umanità titanica,
dolorosa e splendida nell’intensità dei volti,
nella grandiosità dei corpi
da piccoli uomini, da sparute donne
condannati al degrado del tempo,
chini sotto il peso di Sisifo,
piegati alle bufere di una fatale razzia.
Si anima la Cappella Sistina
nella meraviglia di sguardi trascinati
nel vortice del mistero,
sperduti nel turbine delle galassie,
sensazioni di fuoco, dolcezza di Verità
tormento dell’anima, irrefrenabile rapimento.
Eva sorge trasognata dallo stupore di Adamo
intatta innocenza di un Paradiso stellare
destinata a sfiorire nell’impasto della vita,
nelle intricate vie della violenza
e della solitudine
che attraversano l’umana storia
crogiolo di nobiltà e di perversione
in un cieco cammino.
Forse Michelangelo vide oltre gli angusti vicoli
della miseria e degli intrighi
e spaziò nella divina cifra dell’infinito.
Si adombra la Cappella nel viluppo della notte.
tutto tace, tremiti sopiti sotto la cenere.

LA BREVITÀ DELL’ORA

Al compagno di segreti battiti

Tu sei la pienezza del fiore
nell’incendio del giorno
quando i confini si sfaldano
in lucide intuizioni,
sei l’umbratilità della viola
nascosta sul ciglio del torrente
che si ripiega furtiva
in un raggio di sole
nella trasfigurazione dell’attimo,
sei la forza che mi solleva
dal baratro della tristezza
nella sera incombente
con la sua vana ombra.
Ti riconosco in mezzo a mille creature
prima ancora di vederti
per quella sommessa calma che infondi
nel mio animo macerato
dalla brevità dell’ora
sulla fionda della fortuna.
Nello smarrimento del dolore
ricomponi la certezza del vivere
leggera come un soffio d’estate
migrante verso il mistero
di invisibili linguaggi.

Albore di libertà

Capo Crues
nelle rocciose metamorfosi
di una deserta solitudine,
stracci di vita appesi al vento
negli albori della mente
tra scabri volti ombrati di vecchiaia.
Nelle calette abbandonate
concerto di grondaie.
Abbiamo reciso legami di pietra,
il confuso bazar di incrociati percorsi
nelle pagine di scucite ore
sulle orme di un’impenetrabile folla.
Immobili di fronte a un nudo mare
nella sfera di fuoco che trafigge
la brevità dei pensieri
ci teniamo per mano
come bambini impauriti
nell’azzurra fantasia
di attimi sottratti al dolore
in un volo impazzito di ali
sul vuoto dell’orizzonte.
Cadaqués assopita in oniriche visioni
rivive la follia di Dalí
nell’opacità del mondo.

L’arena

Sangue all’orizzonte
su lontane crepe di memoria
mentre il toro si inginocchia
ombra fuggente, per l’ultima volta.
Il torero efebico nella giovinezza
affonda l’urto della passione
roteando in una danza di morte.
Sale un’onda di delirio
nel giorno che sfuma in vapori
di inquietudine.
La macchia inanimata del toro
impallidisce in un ricordo
di perduti richiami.
Brusio di folla, labili voci
in uno scenario che imbruna
nella violenza di un consumato sacrificio.
Malinconia di strani tremori
in un senso di vuoto, di privazione
nel gioco di atavici istinti.
Rabbrividisco nel gelo delle mie emozioni
e fuggo col pensiero verso aperte praterie
dove l’energia vitale si accende
in un turbine di libertà
e branchi di animali
con le loro tenere famiglie
percorrono antiche orme
nella vastità degli spazi
gioia di infinito nell’angustia del mondo.

Rivisitare Chagall

Cupole sfrangiate
d’antico,
arabeschi di guglie
nella nebbia che si lacera
in leggerezza di memoria.
Volano gli amanti
nella fantasia del vento
al vertice del sogno,
si dissolve l’intimo dissidio
in azzurra voce
di armonia.
Nel canto biblico
di accesi galli
un vecchio rugoso
come le ferite della terra
posa le mani
su un pane che si apre
in fuga di colomba.
Rabbrividisce la tela
inondata di soffio divino.
Un raggio di luce
attraversa il tremore
del tuo essere
e si colora di tenebra.

La barcarola di Offenbach

Lieve musica di chiglia
nel ritmo dell’onda
che lambisce la rupe di Loreley
nel sogno di bianchi castelli
addormentati nelle maglie dei secoli.
Sciacquio di rugiada
nel giorno che si alza pigramente
in un’incerta luce
verso le colline del Reno
dolci promontori sul canto della natura
nel suo acerbo risveglio
mentre la luna sfuma
oltre la leggerezza dei campanili.
Corre un brivido nello specchio delle radure,
il fiume si gonfia nell’armonia
di evocativi suoni
crescente concerto nella nenia
affacciata alla pienezza dell’ora.
Scende la barca su incantati villaggi
e raccoglie uno stillicidio di note
trasparenti nel sole.
L’ora è sospesa in un riflesso di cielo,
l’ombra dei remi si abbandona felice
in un sussurro di risonanze.
Una ragazza dallo sguardo di antica dea
taglia con la mano il filo dell’acqua
in una cascata di caleidoscopiche gocce.
Muore la melodia in un sommerso bisbiglio
di mitiche voci.

Memorie kafkiane

Torri polverose
risuonano
nell’oro spento
del tempo.
Un volto ebraico
segnato
come un crocifisso
si disperde
nel martellio
dei vicoli,
una donna chiara
mutevole incrocio
di inquieti popoli
passa veloce
nel turbinio
della sera.
Praga ammutolisce
sullo scorrere antico
dei suoi segreti,
su smemorati cortili.
Tu segui l’ombra
della tua figura
ritagliata
nella voce
della pietra
e incidi
il mio nome
sul sigillo
di ingiallite pergamene.
Mi perdo
nel tuo sguardo,
oscuro
come il calare
della notte
sulla cima disfatta
del tiglio.

IL GIORNO DELLA LAUREA DI DAVIDE

Era bello vederti con la tua giacca blu
ed il colletto stretto per un giorno importante.
Era il tuo giorno, figlio.
Ti sorrideva il viso e ti eravamo intorno.
Col tuo diploma in mano
oggi ti sorrideva il mondo.
Ti resterà il ricordo di questo giorno atteso.
Sei diventato grande
e non mi sono accorta del tempo che è passato
da quando tu sei nato.
Faceva molto caldo, ma era scesa la pioggia
che batteva violenta e tempestava i vetri.
Tu dormivi tranquillo nella tua nuova vita.
Anche oggi pioveva e ti ho visto sereno.
Altri giorni importanti ci saranno per te.
Ti seguirà il mio sguardo.
La tua vita è davanti.

TORINO È

Torino è una casa sul corso di fronte alle macerie della guerra,
una piccola orchestra che suona davanti alla stazione,
coriandoli di lampadine accese nella sera estiva di una processione,
un prato verde di primavera
dove nascono palazzi nuovi per chi arriva dal Sud.
Un’infanzia lontana.

Torino è una scuola, gli amici, una gita in collina,
un incontro al Valentino, un bacio rubato sul fiume.
Un amore perduto in quella prima età.

Torino è un corteo, una piazza, un comizio,
dove ragazzi e operai dai dialetti diversi urlano
insieme invano sogni di una generazione.
La mia generazione.

Torino è il piombo delle pallottole sui marciapiedi
di una città angosciata.
Il sangue degli onesti caduti
per i deliri infami di sognatori estremi.

Torino è un lavoro, un impegno,
un progetto di vita, un avvicinamento
nella città divisa dalle contraddizioni.
L’illusione di anni fuori dal buio, simboli
di un benessere senza fine che ci scivola addosso.

Torino è di nuovo una meta, un approdo
per chi vi arriva con la speranza.
Culture che non s’incontrano, una piazza diventata nera,
persone troppo antiche o moderne,
che incutono paura in un quartiere
dove la gente abbassa gli occhi per non vedere.

Se li alziamo e guardiamo,
un giorno forse ci incontreremo tutti.
Torino è una strada del centro tra addobbi di luce
che annunciano il Natale.
E camminando d’inverno ritrovo la mia città.

11 NOVEMBRE

Ti ho conosciuto nel ricordo
e sei rimasto nel mio cuore.
Occhi infantili,
sorriso aperto in una foto.
Luca il tuo nome.
Passo dopo passo
andavi verso il tuo destino
perché eri migliore di noi.

LE STRADE DI ROMA

Un mare di luce le strade di Roma.
Volti, colori, suoni scorrono intorno a noi.
Un sogno che vive: io e te per le strade di Roma.
Un verde gioioso di piante d’aprile,
intenso di vita recente.
Antichi gradini di pietra, sottili nel centro,
si aprono a noi.
Mi tendi la mano, saliamo.
Ricordi lontani di scale salite da sola.
Non più.
C’è tanta speranza nel sole di Roma.

Roma, aprile 1984

A MONEMVASIA

Città morta dove da ogni sasso spunta la vita.
Un colore scuro di buganvillea, bianco di gelsomino,
un profumo forte penetra nell’aria salata.
Tra le pietre antiche è rimasta la conchiglia aperta.
Lo scarabeo notturno si muove veloce
sulla roccia consumata dal tempo.
Di fronte il mare incredibile di Grecia,
cupo sugli scogli, trasparente di lontano,
mare dai mille volti, arrabbiato in questa notte di vento.
Di là incombe la montagna aspra, fichi selvatici,
cespugli spinosi. In alto le cupole delle chiese bizantine.
La storia s’intreccia, si fonde con il presente.
Qui non c’è morte, ma voci vicine.
Anche dentro di noi si muore e si rinasce.
Tra questi sassi è vita, in noi solo l’amore è vita.
Io amo questa città fuori dal mondo,
dove mi sento vivere.

ARMONIA

Tu ed io ci muoviamo nello spazio
che ci circonda senza lasciarci
dominare dal ritmo delle cose
che muovono, come ce ne potessimo
appropriare nella nostra armonia.

Torino, febbraio 1984

QUANDO VEDRÀ

Mi guardi con più gioia.
La vita che s’è accesa era già in noi.
Adesso in me si esprime con forza
e con chiarezza. Cresce nel buio,
ma poi, quando vedrà,
avrà gli occhi dell’amore.

Torino, febbraio 1984

NON DIRE NULLA

Non dire nulla: le parole fanno male.
Resta così, fermo nel mio ricordo.
Le parole non servono, scavano
ferite lontane, sofferenze remote,
aprono cicatrici nascoste da sempre.
Resta così, fermo in quell’attimo
di folle tenerezza che ti unisce a me.

Torino, dicembre 1983

VERSO LA LUCE

Ti ho visto in un raggio di sole: eri tu
e il tuo sguardo e il tuo sorriso erano miei.
Ho camminato felice
perché tu c’eri e la luce mi accompagnava.
Per anni ho intravisto quel chiarore,
ma non era per me,
lontana, estranea, sola nel mio cammino di donna.
Ti cercavo e non c’eri, ti intuivo in qualche modo
come se temessi di volere troppo.
Ti disegnavo nella mia mente e tu non c’eri.
Ora ci sei: il mio viaggio non è finito.
Ci muoveremo insieme.

Torino, dicembre 1983

Flebili

Era la voce dubbia ormai, parole
rese flebili, antica asprezza o lacrime
o semplice memoria e vani suoni,
e tanto meno il silenzio del sogno
di fiati caldi come le carezze
dolci e immagini d’amore e di morte:
che altro resta, se non volgersi avanti,
moltiplicare le contemplazioni
delle ragazze nuove, quando s’apre
la prima luce dell’autunno, ancora
a mezzo fra maglie candide e fianchi
nudi e bruni, e così il tempo in fretta
trionfa e smuore, e dopo riappaiono
i corpi freschi e antichi e poi scompaiono,
segni, forse, illusioni, desideri
del nulla per chi pure crede d’essere
ancora, e non è più se non figura.

Mappano, 16 marzo 2001

Vide

Vide o credette di vedere un tenero
lago di fronde lievi e di precari
venti, un casa rossa, appena schiuse
le finestre dorate, alte, i pinnacoli
argentati; e dall’acqua pesci uscivano
con grosse bocche per ira o ironia,
e le tante ragazze che guardavano
dalla riva e dai bar vuoti, ansiose
e indifferenti, gli abiti stracciati
un poco o solo abbassati sul corpo
fragile e caldo, e una si allontanava
fra i cespugli, dubbiosa se celarsi
o spogliarsi per scendere nel tremito
di una polla giocosa, nuda e timida:
ecco il luogo che non esiste, fatto
di frammenti confusi, forse solo
scritti su qualche foglio, appunti d’altra
età, d’altre persone lì passate
per un istante mentre forse un’immagine
attraversa di corsa il tempo esile
che esiste, se pure c’è per me,
verso il tram per raggiungere la vita
o il salute del cuore fuggitivo:
oh l’infinito spazio e inesistente,
che è più vero del vero e più del sogno
della morte e dell’alba.

Firenze, 18 marzo 2001

Spiccava

È ormai profondissima la neve
nel luminoso mattino che appena
rivela al di là delle nubi tenere
il vero sole del migliore inverno:
dal trionfo felice del candore
spiccava altissima l’estrema rosa
ancora viva e limpida, rinascita
allora per il futuro che il gelo
in verità e non altro conserva
per lo spavento della vita.

Mappano, 16 marzo 2001

Giorni

Lievi giorni di marzo, neve o prime gemme
di rosa o l’alterna luce sontuosa
di primule e di soli rapidi e alacri,
abbassate e disperse lì le canne
secche ora che le acque a lungo parlano
fra loro e con le incerte corse e sguardi
delle prime ragazze, trasparenti
e labili: la sua voce, anche, fra dolci
parole dell’inverno che muore, uniche
che annunciano colui che viene contro
le ire, le strade crudamente rese
diritte contro mite ambage, curvi
boschetti, e già i fiori, già l’amore,
due ragazzi vi si sono perduti,
ilari e salvi, mano nella mano
riappaiono lentamente, vedono
ora il bambino nella citazione
o culla che mai sia, piange un poco, donne
stupite non sanno se riconoscerlo
o non c’entra per nulla in questo tempo
se mai sia vero e indifferente, vano.

Mappano, 16 marzo 2001

Giovinezza

La giovinezza vera? un nome lieve
rimasto sulla pagina, la forma
fissata nei colori, oh corpo candido
e dorato, così nudo e tremante,
se non segno di indifferente annuncio
che la bellezza dura allora eterna,
perché ogni giorno si ripete e muore:
ma chi più se ne accorge? e poi la vita
forse davvero esiste, se non sogno
di un sogno, anche se vi fu chi credette
di aver toccato la calda carne, il bacio
fervido, l’ansia timida, il possesso
ardente e vuoto, il troppo desiderio
immaginato e oscuro: oh essenza
pura e concreta, ove è più la ragazza
che fu vera o non vera, se non verso
e cartolina, entrò nella stanza,
scosse le chiome nere, si sedette
attenta, un po’ stringendo le labbra umide,
ascoltava il silenzio ilare e alacre,
spogliandosi fino a essere nuda,
come il tempo che già l’aveva cancellata,
eterno.

Mappano, 16 marzo 2001

Luna

Astro di luce gelido e patetico
cuore nel lungo tremito di sogno
di durevoli baci e voci e immagini
dipinti sopra i fogli dove a scatto
furono scritti segni di impossibile
amore o altro romanzo: nome o meno
ancora del passaggio nel mattino
di un corpo colmo, di un sorriso incerto,
di un’attesa vuota o se si affaccia
a una finestra stretta, apre la tenda
dorata, guarda nuda il mio futuro
che non c’è.

Pisa, 29 gennaio 2001

Corridoio

Nel corridoio vuoto, sole, altissime,
le risa e le parole a scatti rapidi
d’amore un poco folli e incomprensibili,
ma trionfali come se il dio del cuore
stesse per arrivare nella colma
luce del nuovo gennaio da lei,
bramosa: sollevò la maglia lieve
sul petto pallido, sulle mammelle
esigue, come per farsi guardare
bene da chi non c’era, eppure quanto
la contemplò, fino alle prime nuvole
di neve, quando chiuse il suo telefono
e la voce, si guardò intorno, scosse
i capelli scomposti, si toccò
i fianchi, un poco avida, allietata
dall’assenza del tempo, poi leggeva
quello che aveva scritto nel foglietto
lindo, con cura, chi sa mai a chi
solo per far durare un poco più
oltre la vita o i versi.

Pisa, 29 gennaio 2001

Mela

Ancora c’è, ma non nella cima più alta,
la mela rossa, unica, ma in basso
celata fra le foglie maculate,
ancora fitte, umide di antica
pioggia e di nebbia tenace: trionfo
ultimo o disperata resistenza
del frutto più perfetto che pur s’offre
ancora, e più nessuno ormai la vede
nel marasma d’autunno, e già anzi oltre,
verso la fine. Qualcuno la colse
in una sera della finta estate
di San Martino, forse non appieno
però, incerta com’era nella sua
nervosa timidezza e nel timore
di una ferita insanguinata, e meglio
allora fu il puro piacere e intatto.

Paris, 27 gennaio 2001

Rustica

Furore il dio dei venti più protervi,
tuoni in flagello delle rocce, fuso il
vomere ribollendo, la terra in dissidio
discacciò dal grembo zolle più torve,
facile mascella alla bestemmia, rinnovellando
le potenze avverse, in sfida proruppe
fulmini ai numi che avvampò dagli occhi.

12 marzo 2003

In attesa del sipario

La dama che sfoggia un cappello maschile di
più ampie falde, raccoglie nel viso il
mistero del volto muliebre cangiante in
quello dell’uomo. In più tra la folla, sagace
lo sguardo raccoglie come fa l’ape, un nettare
solo di qualche visione che più la soggioga
e l’occhio s’imbeve per trarvi una linfa
di miele, ronzando per l’ampia platea.
E segna il mistero che viene di sotto alle
falde che ornano il volto di donna e formano
un cespo come un bouquet di fiori, gli occhi,
il pallore, il bistro, dissidio del volto
muliebre e del cappello, distorto ornamento
dell’uomo.

Il Sannio è la terra

Ivi si disseppellisce il simulacro per
selciare le strade, dall’Arco si scrostano
i teschi per farne pietra di cava e chi
un arciere trae o un capitello e chi
lapidi dalla facciata del Duomo. Anche il
più imbelle gratta con lo scalpello
l’ultimo sospiro che impose il tribuno
all’avello. Si abbatte il tempio del re
guerriero per vittoria in vista delle
Mura su concorde intesa del sindaco e il
Primate e non valse il volto della Libera
Maria che mutò il miele in sangue
all’infedele.

29 maggio 1982

(intendo l’antica cappella in suffragio della Vergine, andata distrutta squallidamente per fare luogo a nuovo edificio)

La stella sul prato

Non odo
veleggio in un mare di sabbia e
alla deriva raggiungo l’approdo
mentre germoglia l’idea, un fiore
improvviso sul prato, ne colgo di
caldi colori e come in delirio,
correte, è caduta una stella,
m’ubriaco, rimescola il sangue, io
amo le cose del mondo, un fiore
ch’è nato ed ora colora, un canto
d’uccelli, un’erba che trema ed ecco
incombe l’attesa di struggermi in
uno alle cose, la vita disperde,
neppure trattengo una piccola parte
di ciò che fu mio e sfugge l’idea
pur essa confusa alle cose, al giallo
fiorito sul prato, un’altra stella
cadente confida il segreto del
vivere umano per cui si combatte e
cede alla terra, confitti alla croce,
lo stelo sbocciato sul prato.

L’apparizione

Come in ombra trascorse soffermandosi
e via via più distinto e chiaro il
volto del Signore cui si avvicendava
il Santo.
In simbiosi sovrapponendosi nel
misterioso abbraccio, vedevo i due
volti immedesimarsi in una figura che
univa insieme Iddio e l’Uomo.
Entrambi avvinti nel dolore della
Croce, tumefatti nella carne e il
labbro che assaporava nello stesso
calice.

25 febbraio 1985

La voce

Grida il nome la tua voce
vivida scintilla presente
ad accendere i sensi,
sibila un mistero di origini
che la fece fioca,
perenne religione non taciuta,
canora come rivolo che scioglie
un usignolo nel profondo bosco,
quando nell’anima impera il silenzio.

Al di là dell’infinito

Fu quando m’affacciai al cuore ferito
mi trassi con orrore che oscuro n’era
il fondo per tragici pendii e il gorgo
dalle vene si disperdeva al mare per
fiumi d’infinito.
Fu allora che l’aiuto volsi, invocando
luce, un raggio solo di luce siderale e sopraggiunge
l’eco della voce viva.
E poi che non m’udiva volsi le prode a
Quegli che sciogliesse l’ombre da
l’eterno asilo e non trattenni un grido.

25 febbraio 1972

LAMENTO QUARTO

Stavan distesi sul letto, davanti a un grandissimo
specchio a parete, la donna e il Simoni. Lui sempre più torvo, lei
gàrrula e intenta a guardarsi ed a far la civetta. “Lo
sai – lei gli disse – che insieme facciamo una bella figura, non
credi?”. Quell’altro non diede risposta. “Mi sembri non
tanto d’accordo. Hai deciso di stàrtene muto quest’oggi? Ti
costa poi tanto rispondermi, caro?”. “Se avevo da
dire qualcosa l’ho detta già a tavola, dunque non rompermi!”.
“Certo, ma certo… Hai notato che quando avvicino la
faccia alla tua, come adesso, il colore un po’ pallido della tua
pelle s’intona moltissimo coi miei capelli, da
quando ho cambiato la tinta? Ma forse a te piace di più il biondo
scuro?”. “Mi sembra – rispose con gelo Simoni – di
esser già appeso al tuo orecchio…! Ma guarda che è ancora un po’ presto…!”. “La
sai una cosa, mio caro? Tu vesti malissimo:
sembri un barbone, non sai accostare i colori e ti metti ogni
giorno i medesimi stracci… Ma quando sei nudo… toh
guarda che bella coppietta che siamo!”. “Rassègnati. È ancora per
poco!…” rispose Simoni freddissimo. “Sì, ed è un
vero peccato… Lo sai che iniziavi a piacermi? Dovrò, di qui a un
poco, abituarmi a restar senza te…”. “Perché allora non
chiedi al tuo caro marito di darsi da fare a cercar qualcun
altro?”. “Non dire sciocchezze: lo sai che non usa: le
perle di uomo han da essere singole!” “È vero accidenti, me
l’ero scordato! Che idiota che sono! Non seguo la
moda!…” La donna neanche lo stette a sentire: “In compenso avrò
sempre il ricordo di te che mi pende all’orecchio. Che
cosa carina, non trovi?”. “Ma va’ un po’ a cagare!” Simoni le
disse. “Tu trovi sia meglio tenerti sul petto? Che
bella figura faresti! Montato in brillanti e oro bianco, sul
seno. Ci pensi tesoro? Per sempre qui in mezzo alle
tette… Tu dove vorresti che io ti portassi? All’orecchio o sul
petto?”. “Nel culo! Bastarda!” rispose Simoni di
scatto, saltando dal letto. “Non fare lo stupido, dai! Ma lo
sai che potrei innamorarmi di te? Però pensa che
vita sarebbe per me: quanto piangere dopo, di qui a qualche
mese…”. “E magari, piangendo – lui disse – c’è il rischio che
vengan le rughe agli occhietti…”. “Già, è vero – notò spaventata la
donna – Chissà con le rughe che brutta sarei… No no,
meglio non piangere!”. E alzandosi andò a far carezze alla schiena di
lui, che le dava le spalle, appoggiato coi gomiti a un
grosso comò. “Lì ci sono – gli disse – le mie sigarette, vuoi
prenderne una? Lo sai che fumar ti fa bene…”. “Ma
fùmale tu, brutta specie di tossica!”. “Aspetta – lei disse – che
io te l’accendo, così te la macchio col rosso da
labbra: lo so che a voi uomini piace…” e l’accese, ficcandola in
bocca a Simoni che, preso di frodo, tossì a più non
posso e con rabbia schiacciò il mozzicone sul mobile, urlandole
“Troia!”. “Però – disse lei con moine da gatta – se
vuoi che davvero io di te m’innamori, lo sai… quella là non la
devi vedere mai più… e neanche sentirla ogni
tanto al telefono, chiaro?” “Ma cosa! Che vuoi me ne freghi di
chi t’innamori! Io telefono a chi cazzo voglio!” le
disse con furia Simoni. “Tu sei tutto mio! – urlò allora la
donna – hai capito?!”. “Capito una minchia!” quell’altro le
disse. “Ti ho prenotato! Sei mio!” ribatté la signora. “Non
son di nessuno! M’hai preso soltanto in affitto, non
mi hai comperato, bastarda!” “Ma certo che t’ho comperato, e a gran
prezzo, hai capito!? Tu sei roba mia!” lei gli
disse sferrando una serie di deboli pugni nervosi alle
costole. “Dimmi che cifra ha pagato quell’altra per
prenderti! Niente, nevvero? La solita storia: non spendono un
cazzo ma voglion tener tutto l’uomo per sé!”. Questa
volta sorrise, Simoni, beffardo, dicendo: “Paura che
possa fregarti la perla, eh signora?”. “Sei matto? Lei
mica ti ha prenotato! Se io la denuncio la mettono
dritta in galera!”. “Tranquilla – le disse con noia Simoni – che a
lei della perla non frega un bel niente…”. La donna non
stette neanche a sentire e interruppe dicendo: “E lo sai che anche
tu, disgraziato, potresti finire in galera se
io presentassi querela per questo rapporto che tieni con
lei?”. “Sì, lo so, e tu lo sai che piuttosto di fare ’sto
schifo di vita con te, quasi quasi starei volentieri un po’ in
carcere?”. Lei si addolcì all’improvviso: “Perché dici
ciò, tesorino? Bel modo di mettere fine ai tuoi giorni, fra
sbarre di ferro! – e iniziò a fargli còccole – Sbarre e poi
sbarre, ci pensi? Tantissime sbarre… Son troppe! Di sbarre ne
basta una sola, non credi amoruccio?… E dov’è quella
sbarra che tanto mi stuzzica? Eccola qui la tua sbarra…”. “Di
nuovo!? – sbottò lo stravolto Simoni – No! Piantala!
Basta, son stanco!…”. “Ma povera sbarra, com’è deboluccia, ti
pare? Fortuna che sono qua io… – mugolò come
gatta la donna, facendo labbrucce – Bisogna tirarla un po’
su… Ma tu lasciami fare…” ed il giovane urlò: “Brutta
porca finiscila! Basta! Non posso più farcela!”.

CANZONE DELLA PERLA

Pendo da un lobo d’orecchio di donna assai ricca: se muovo la
testa io dondolo e sfioro il suo collo scoperto: lei
porta i capelli raccolti alla nuca per darmi risalto:
vuole sia nuda la pelle là dove io ciondolo:
sono una perla rarissima e tanto preziosa che unica
deve restare la parte adornata da me, senza
altra compagna all’orecchio sinistro, là dove il minuscolo
foro, inservibile, resta nascosto da un ricciolo
biondo. Io sono di forma un pochino allungata, non sono una
piccola sfera perfetta, ed è questo il mio splendido
pregio. Guardatemi: hanno ridotto in miseria, per perle a me
simili, celebri donne mariti ed amanti. Noi
siamo in pochissimi al mondo, nasciamo di rado e da gusci non
duri: non siamo le figlie di semplici ostriche…

LAMENTO SECONDO

L’ora era insolita, a mezza mattina, per visite o
altro: era strano sentire suonare alla porta, e difatti ci
volle del tempo perché la signora facesse la
sua apparizione in ingresso stringendosi in vita la cintola
della vestaglia. Un ultimo tocco ai capelli con
ambo le mani, chiedendo “Chi è?”. Le rispose il marito.
“Ciao… – lei gli disse stupita vedendolo entrare – Già a
casa a quest’ora? Son solo le dieci…”. “Sì, sono in anticipo –
disse spavaldo il marito – ma vedi, ho dovuto, per
cause d’affari, lasciare l’ufficio assai prima e passare da
questi paraggi, ed allora ho ordinato all’autista di
spegnere tutto e aspettarmi giù in strada, e poi sono salito da
te”. “E per quale motivo?”. “Per farti un saluto, mia
cara, e per darti un bacino su questa bellissima fronte: ti
pare un motivo da poco? Ma… ancora in vestaglia alle
dieci?”. “… Ho perso del tempo… con tutte le cose da fare qui in
casa…”. “Ma… ieri mi hai detto che oggi volevi andar
fuori a far compere…”. “Niente da fare… Uscirò un’altra volta. Per
oggi mi è andata così. Non avevo poi compere
tanto importanti in programma…”. “Mi sembri un pochino agitata… o mi
sbaglio?…”. “Mi sento non proprio benissimo. Già te l’ho
detto del gran mal di testa che ho addosso…”. “Non passa?” le chiese con
grande premura. “Macché, è persin peggio!” rispose la
donna. “Tu devi distrarti, tesoro… – le disse il marito – Se
fossi riuscita a trovare del tempo per far quattro
passi…”. “No, quando si ha male di testa sparisce la voglia di
fare ogni cosa.”. “Ma dimmi, piuttosto: è venuto?” le
chiese il marito. “Sì sì che è venuto…” rispose. “E neanche con
lui ti è passato il tuo gran mal di testa?”. “Macché! – fece
lei – Me lo ha fatto venir di più ancora!”. “Qualcosa non va? Cosa
c’è?” cominciò a preoccuparsi il marito. Guardò verso il
basso, la donna, poi disse: “Ci sono problemi….”. “Problemi?!”. “Sì,
circa le ultime analisi.” “Quelle del sangue?” “Sì
quelle.”. “Ma… quali?”. “Le ultime! Quelle di ieri! Arrivate per
posta dal centro diagnostico!” disse stizzita la
bella signora, assai simile a bimba alla quale han levato di
mano un giocattolo. “Ieri mi hai detto che andavano
bene…”. “Sì, certo, però non è vero. È che hai tanti problemi già
tu per tuo conto che non mi sentivo di dartene
uno di più. Fai già tanto per me…”. “Sì va bene, tesoro, ma
devi tenermi informato su questo: son cose di
grande importanza, che diàmine! Analisi fuori dei limiti
sono una cosa non certo da poco…”. “Non è così
grave… – gli disse la donna – C’è solo una lieve inflessione… È che
vuol di continuo far come a lui pare, ha una testa!…”. “Be’
no, a questo punto bisogna cantargliene quattro!”. “Già fatto,
già fatto, sapessi che grande sfuriata gli ho fatto…”. “Non
basta! Bisogna ridurlo alle strette – le disse mostrandole il
pugno il marito. – C’è pure un contratto di mezzo, che
diàmine! Digli di non fare storie e ubbidire!”. “Già detto anche
quello. L’ho messo già io alle strette.”. “E in che modo?”. “Ogni
giorno dovrà stare a pranzo ed a cena, ed a far colazione, qui in
casa, a partire da oggi, e per sempre.”. “È un’idea più che
buona!…”. “Neanche una piccola foglia di ortaggi entrerà nel suo
stomaco! – disse con aria malvagia – A tal punto lo
voglio abbuffare che nulla di controindicato al di fuori dei
pasti avrà voglia di mettersi in pancia!”. “Ed i farmaci?
– disse con complice aria il marito – Se poi di nascosto lui
prende una qualche pastiglia?”. “Purtroppo in quel caso non
posso saperlo. Non è però facile avere dei farmaci
senza ricetta, e il suo medico avverte, lo sai, noi per
primi.”. “È al corrente che il medico è un nostro carissimo amico?”. “Non
credo che abbia sospetti.”. “Non è che riesca, con
qualche mezzuccio, a trovar medicine di frodo?”. “È difficile:
fanno tremendi controlli.”. “Ed allora perché quegli
esiti danno valori anormali?”. “Ma è semplice: mangia le
cose che sa che non deve mangiare, e le analisi
danno valori bassissimi. Ora però cambia musica!
Metto ogni cosa, da subito, sotto controllo!”. “Fai
bene, ma io – insistette il marito – gli voglio parlare lo
stesso! Hai detto che dunque potrò già vederlo per
pranzo…”. “Se vuoi puoi vederlo già adesso: è di là.”. “Di là dove?”. “Nel
letto…”. “È per questo che ancora non sei rivestita! Ma
dimmelo subito, no?”. “Be’, ammetti che provi imbarazzo…?” “Ma
quale imbarazzo, tesoro! Ma insomma! Che male può
esserci se ti gingilli un pochino con lui! È un po’ come se
uno regala un giocattolo a un bimbo e poi dice ‘non
devi giocarci!’. Ora ascolta piuttosto: io devo parlare col
nostro avvocato, il Cataldi, per certi miei affari. Che
cosa ne dici se faccio un invito per pranzo?”. “Quest’oggi?”. “Sì,
certo, così io risolvo con lui le mie cose e nel
mentre gli chiedo il favore di dare anche un piccolo stimolo al
giovane amico – e indicò con un dito la stanza da
letto – per fargli tornare alla mente i doveri dal punto di
vista legale, ed i rischi se lui trasgredisce i suoi
compiti verso di te.”. “Quali sono i suoi compiti fin troppo
bene lo sa…”. “Ma… magari se è un uomo di legge che
cerca di fargli tornar la memoria, a quel tipo, se è il caso con
qualche larvata minaccia…”. “Neanche poi tanto larvata, mio
caro.”. “D’accordo. Non credi che possa servire?”. “Sì
sì, fallo pure. Tu invita Cataldi per pranzo, e vedremo…”.

ASPETTAMI

Aspettami / ancóra
nell’alveo
scavato
dall’emozione / imperitura
dei nostri cuori
risucchiati
nell’abisso aurorale!

Accoglimi / ora
nel picco
innevato
di gioia / matura
dei nostri umori
affrancati
dal caos primordiale!

Affacciati / furtivo
alle ogive
policrome
delle nostre affrante vite
specchiate
nell’azzurra vertigine
dello stranito amore!

ORDINE STABILITO

Poter vedermi

sentirmi
toccarmi viva

poter guardare

ascoltare
zittire l’assoluto…

E allora / esegui
l’ordine stabilito
aruspice amico
venuto
dal Tempo incompiuto!

Svegliami
sventrami
svendimi
per sette illusioni
all’asta clemente
di Conoscenza!

TU

Chi sei / tu
fachiro
argonauta
archetipo
ladro
profeta
sciamano
che / con arcane chiavi
accortamente
mi / rubi
dal forziere
occultato
e / con dementi lacci
avidamente
stritoli
briciole di certezze?

VIVERE

I miei giorni
passati
futuri
presenti
io ancóra / stoltamente
baratterei
per ri-provare
quell’ictus / straziante
straniero
che in morsa / infida
d’amore
beffardamente
ha pressato
il mio cuore!

NEL TEATRO DUBROVKA

(Mosca, ottobre 2002)

Con volti / esangui
straripanti
di ataviche rabbie
di irrisolti conflitti
guerrigliere cecene
kamikaze di sterminio
vedove di dominio
spargendo
terrore
in ostaggio / tenete
inermi spettatori
attori coatti
di un dramma / sgusciato
da noti copioni…

Come marionette fluttuanti
nel teatro Dubrovka
sorrette
da fili / di sangue
seminate morte
e morte vi / date
chiudendo il sipario
dell’ineluttabile vita…

ASSURDA RAGIONE

Respiro di sangue
di imminente catastrofe
nell’illogico mito
di una guerra
che accende
fiaccole miscredenti…

Procrastinata / sete
di conquista
nelle lontane / terre
dell’Eufrate e del Tigri
ignare culle
di cuneiformi vendette…

Chimera di vittoria
sconfitta di memoria
di atroci olocausti
fosse comuni…

Sogno fallace
di onirica potenza
ripudio di pace
nell’assurda ragione
che umilia
semi
di congiunzione…

qui e là – gozzaniana –

per Silvio Gozzano

riarsa dal vento la terra
si straccia
si sgretola
invecchia
e al soffondersi fresco della notte
nasce forse una speranza
che non è di qua.
progettare scie di lumache
vivere dentro gusci d’uovo
perché
grattando le particole secche
milioni d’insetti mostruosi
celebrano la festa
“questo è un paese dove le lucertole
camminano diritte”
lentamente il tempo si dipana
e tra la luna e il sole una stagione sola
ma quando cadrà la pioggia
le perle liquide sulla pelle
mescoleranno il mio sudore
il secco rinsecchirà la terra
e sarà un anno di nuovo
e io più vecchio un anno
ancora qua?
l’acqua che scorre il tempo
qua lascia trapelare
il feudalesimo del termitaio
e se le lucertole avanzano col capo erto
è perché anche loro sono diverse
tutto il giorno il sole ormai da tanti giorni
arso
mi lascio cullare
c’è un canto non so dove
un canto lontano chissà
un luogo a me vicino però
dove la fonte getta acqua gelata
pochi mesi all’anno
e pochi giorni il sole si specchia là
sembra un canto di fate
e sotto il ghiaccio una goccia a stento cresce
c’è una scala dorata che passa
tra le tavole del tetto
e mille grani di polvere cadono
ricadono
dove vanno?
c’è un tempo che il bosco si veste di foglie
verdi
e un tempo che le foglie cadono gialle
e c’è tempo per coprire le foglie di bianco
e vederle rinascere in alto
c’è uno spazio piccolino
che il cuore pulsa forte forte
e il grano sotto terra rinasce
c’è un tempo tutto suo e segna
l’ore sul muro corroso
c’è una stanza che a andarci
si rinasce col vuoto ripieno di passato
tutto è dov’era
tutto è com’era
e a primavera aprendo le finestre
inebria la mistura del sole
col senso di chiuso
laggiù.
c’è una cosa che a portarla qua
si perde e si confonde
sono i toccari delle cose
che passano di mano
di mano in mano
di tempo in tempo
c’è un tempo infine che scorre
scandito dal tocco sordo del pendolo
è un tempo cadenzato
il vento il tempo
il vento che scioglie la brina
il vento che accarezza il germoglio
il vento che bacia il fiore
il vento che matura il frutto
il vento che spoglia
c’è una rugiada che ristora
c’è una brina che ricama
c’è una luna in equilibrio
e passa il tempo
il tempo anche là
c’è una fetta di terra
una fettina
che pare una torta gigante
che quando l’autunno tinge di rosso la vite
sembra che canti
e muore sotto il gelo pian pianino
muore?
non muore si ricama di bianco
c’è poi sulla torta di mattina
là verso Pasqua
chissà anche prima
uno scherzo come di campanelli teneri
verdi che quei rami brutti e secchi riveste
è un sarto accorto
o una cliente esigente
e il sarto veste e aumenta
aumenta o come aumenta le foglie!
poi il sole burlone si sbizzarrisce
e riempie di ciondoli molli
che paiono cristalli man mano
più simili a perle
e questi collari bizzarri opachi rilustri
macchiati
crescono e arrossano per farsi più scuri
ma la storia si ripete
ed è vino che giace di sotto le perle passate
c’è un vecchio secchio
quanto ha cantato!
salendo e scendendo nel pozzo
asciutto bagnato
asciutto
quanto tempo è passato!
ma lui è sempre lì
e ne ha viste passare vicino
di scope che han perso i capelli
ridotte a vecchi bastoni
di piatti, bicchieri a dozzine
andati tutti come i padroni
cantando scherzando monelli
soffiando soffiando vecchioni
vecchioni oppure vecchiotti
oppure ragazzi maturi? per lui son tutti
rotti.
il secchio a riposo domanda
ma ecco riapre la casa
la mano diversa lo prende
e altra acqua lo riempie
e passano i giorni
e le cose…
le cose rimangono lì
più tristi a mattina e a sera
più gaie di giorno
ma sempre con una cornice
una cornice diversa
di ombra tutto intorno
e se questa cornice parlasse
direbbe che il giorno bevone
direbbe che il sole burlone
lo fanno per dispetto a non lasciare l’oggetto
là dove sarebbe più netto… smetto
la rima ricorda parole
e le parole vicine
salgono a cose laggiù
c’è un cuore che batte
batte forte… sei tu?
no! oggi son io
che piccolino mi avvolgo contro il tuo petto
e voglio tornare bambino
ti voglio portare laggiù
laggiù dove? lontano
là dove il camino ancora tutto nero
aspetta che Cenerentola ritorni dal ballo
per prendersi cura della pentola
fin dal canto del gallo
si fa bel dire ma sarebbe morire
non pensare al gatto
a quel sole che entra nascosto
dal tetto… un vero delitto
non è… perché io ho te

Brasília, 31.08.1981

i quattro elementi – sogno contadino –

per Giovanni Bardessono mio cugino e
primo stampatore dei miei scritti

le dita scrivono versi nell’acqua
in un gesto semplicissimo
come gioco di un bambino
non ancora compromesso

a passi pesanti sotto il sole
formiconi su due zampe
lasciamo le nostre tracce sulla terra

e il vento soffia, minaccia
le foglie tremano senza scomporsi
il vento entra dappertutto

ho acceso la pipa e siedo di fianco al fuoco
la fiamma mi divora
i tizzoni sono cenere nella storia del mondo

tranquilli ozi dopo pranzo al dì di festa
di là dei vetri il sole infuoca il volto
tre colpi il pendolo ribatte
silenzio
appesi alle pareti antichi volti di famiglia
guardano un davanti a sé che non è mio
sulla stufa la marmitta d’acqua ribolle
i mobili incerati godono il tepore di febbraio
solo
sfoglio carte e penso
ho lasciato ricrescere la barba
mi sento stanco ma sono ritornato
chissà cosa guardano davanti a sé
dalle pareti
questi signori grigi coi volti semplici e fieri

il gatto vuole uscire e guarda impaziente
la porta
stanotte il vento ha fischiato a lungo
e il cane del vicino era nervoso alla catena
ma aspetta
svuotando il fornello annerito alla mia pipa
sorrido innocentato
le mie mani sono rosse e la polvere nera
le sporca
domani
domani vedrò di farlo
lentamente ripongo queste carte
ripiegate meticolosamente tante volte
il gatto è uscito
il pendolo sembra affaticato
la mia mano non sta ferma
disegno tra la cenere col fiammifero spento
bel giorno per essere già febbraio!
ma la notte ancora fredda mi stringe
tra i lenzuoli
il pendolo adesso corre di nuovo
febbraio è quasi primavera ma là è mezzanotte
ci sono ancora tanti ghiaccioli
e al mattino c’è sempre tanta brina e il gatto ritorna

Brasília, 20.02.1981

Torino

per la Signora Viglongo

dietro le montagne
il sole si spegne
accendendo di rosso questo cielo
sopra le montagne
dove se passa qualcosa
sembra pesce argentato
il silenzio parla
dentro il petto
palpitando irregolare come una carezza
la sera poi la notte
oggi ch’era sereno: luna
e la città ordinata
alza i lumini sparsi
e corre ronzando per i corsi e le vie
ma già più lontano
le colline la notte
le confonde con il cielo
quasi dimenticato
un pezzo di specchio
per la luna il fiume non si ferma
fumano le ciminiere
il cuore piange
a stenti scomparsa indecisione
il petto si riposa
dormono i monumenti con le spade in mano
una bicicletta lenta
cammina tra i binari
gira la chiave
e gira il calendario
nel vecchio borgo
una fontana sola
della chiesa l’ore
battono eterne
scale e cortili
balconi e abbaini
sui tetti freme un riverbero delicato
freddo
il viale passa solitario
i semafori lampeggiano giallo
rotola nel letto di metallo
tra lenzuola fresche di bucato
sotto il quadro col ramo d’ulivo
un sogno
le montagne come scale
scivolano verso la meta
grande cucina di mamma Marianna
il nonno bambino dorme
la pipa accesa il secchio cigolando
papà Francesco scende alla fontana
è l’alba
passata Via Levanna
papà e la zia gli zoccoli di legno
scivolano sul ghiaccio
poi Via Bianzè
Caterina malata
scompare tra i lenzuoli
lesto disegno
la casa il babbo vestito da lavoro
la mamma rispolverando
e dettaglio un gatto
che non mai ci fu
Corso Svizzera
quasi lo spazio d’un anno
due funerali la fuga
e mi procuro ancora
pestando le foglie dell’inverno
S. Anna, il Santus, il Corso
hanno un sospiro
rimorso
lenta s’apre la notte
che divora un altro giorno
i negozi son chiusi
il barbiere il lattaio
il panettiere
il cartolaio che è un altro
il giornalaio… non c’era
e un semaforo
rosso verde giallo
le persiane filtrano i colori
il telefono al muro riposa
la buca delle lettere
aspetta
un nuovo giorno
e nessuna cosa
passi di passanti frettolosi
rumori eterni noti
aprono le finestre
i cuori e respirano
materassi e lenzuoli
tutto semplice
che va avanti da solo
c’è l’angolo Via Medici
la Chiesa
Via Bianzè
Via Digione
Piazza Risorgimento
Via Rivara
e zia Rina
i tram
il mercato
le frutta
i fiori
e continua come la filastrocca d’un bambino
Torino
Torino
Torino
tu sei la stufa e io il gatto

Brasilia, 12.1.1981

Un garbato

Un garbato fruttivendolo
scrutava senza posa
il suo oscuro futuro

Immaginoso

Immaginoso
come un pittore
mentre in salotto ballano due quadri

Mendacità

Mendacità costante
un festoso navigante
in una barca zeppa di bugie

Un madonnaro

Un madonnaro scriveva sui muri
la sua fortuna
e salutava il cielo

Marte

Marte dà una caccia serrata
ai topi
nel fresco della notte

Nel giardino

Nel giardino
cicale a profusione
sotto una luna che fa l’occhiolino

Una fragola

Una fragola gustosa
penzolava
sotto le foglie adunche di un castagno

Respirando

Respirando felice
un festoso navigante
in una barca zeppa di conchiglie

In un boulevard

In un boulevard alberato
nel giardino s’inseguivano
frotte di lepri

Nel silenzio

Nel silenzio la luna lucidava
tutte le stelle
e le vestiva di riflessi argentei

Elefanti

Elefanti nel lago
le proboscidi succhiano
tanti voli di uccelli

Canagliate

Canagliate di bulli
mentre un cane e la luna
ululano nel silenzio

Il silenzio

Il silenzio cammina a piedi nudi
e mi spiega le cose della vita
sorseggiando il futuro

Sul prato

Sul prato belano
le dolci fragole
e un fuco ronza

Una schiena

Una schiena di mulo
nella brughiera
sotto il sole che arranca

L’estate

L’estate mi ha portato due regali
tanta luce e tanto sole
e mi ha scritto il passato sulla fronte

un vecchio

Un vecchio lume
sonnecchia
mentre ragazzi s’inseguono intorno

Serpe

Serpe nel buio
la vita ha una farfalla
sull’abito da sera

la notte

La notte nel silenzio
la folaga sorprende
per la sua cantilena

L’aurora

L’aurora si è tuffata nella notte
e ha titillato i grilli
mentre i fiori cantavano

LA COMUNICAZIONE FELPATA

Modelli d’umore e soglie di leggerezza

La vita è improvvisamente protetta da emblemi d’illegalità, nel sottinteso tutto operativo.
Nell’acqua ci sono liquido e luce e si associano alla sete che si diffonde.
Viaggia verso la zona ignota (in uno dei troppi altrove, i porti indistinti), vive.
Nessuno esprime pareri se non ha ascolti o tesi perlustrative e mutevoli.
Espiazioni riscoperte nel ricordo vivono con noi. Si adottano per resistere.
Sintetizzava per proverbi il fato dell’uomo nascosto, la voce furtiva e lieta.
Ho accettato finalmente l’insieme di cose di cui dovrò scegliere mito e luoghi.
La lezione più scabra è riportata limpida e traumatica dal foglio rifiutato.
Il dato è dato, ma è difficile l’idea di fratello avaro, senza scintilla e modo.
Ho cercato, sì ho cercato una verità alternativa a ciò che penso: il silenzio.
Disseppelliscono le ossa della ragazza uccisa in un lago smorto, senza amore.
Non può essere antico un oggetto levigato da artefici che ridipingono la morte.
È normale che la serie di crolli venga evocata, più che ripresa e ricomposta.
Il cavallo avrebbe attraversato i giardini della città se non fosse stato colpito come icona.
Pulsa il dissenso dentro il mio corpo nelle sue torsioni improvvise, come spirito infelice e ambulante.
Latinità, anche io ho assistito alla regata sul fiume ambivalente, che tornava dal passato a quella riva pulita.
Ali spioventi di una casa amica, già assistono al proprio volo come di provincia.
Manigolda mitomania resti mia nemica, sciocca, approssimativa e certo delusa.
La società una volta all’anno fa festa al padre, ma priva d’incantesimi la scelta.
Chissà quale notizia mi giungerà dal sogno di domani e quali cani abbaieranno!
Sulla croce dell’uomo il bosco del peccato, le lusinghe moribonde, il pianto pagano.
Le secessioni cercano se stesse in frammenti d’idee, fasi di voce, rochi tempi.
Oh, sì la vedova nera, anzi grigia, indomita e mitomane, sospesa da ogni sole che l’accarezzava alla corda.
I falsi segni del reale occupano luoghi cruciali del paesaggio tra lidi estivi.
Una strada tutta segreta e deviata dalla moltiplicazione di itinerari e viature.
Umana illusione giunge corretta dalle cose non descritte o in linea spuria.
Identificava un assoluto come un urlo che porta in alto la voce del cuore nudo.
Qualche immagine ombrosa, spostandosi collabora derisa a un esercizio marginale.
E intanto il provvisorio vuole farsi eterno. Dall’abisso risalire in Paradiso.
Ma già l’aver gridato, e quindi il capire, muta il nostro stato e il nome scelto per sempre.
Ciò che ormai abbiamo perso, intende riacquistarlo la mente e ascolta gli echi.
“I critici del tempo…”: la loro provvisorietà e la misura scolorita del roco giudizio.
La parola trafitta dalla balbuzie non ha profondità ma spigoli interrotti, lesi.
Nella ricerca quello che trovi, i rapidi momenti della scoperta, la lettura alta.
Il colpo d’occhio è anche la dimensione meno inesatta di ciò che si può capire.
Quel giusto tacere che nasconde commenti, ammicchi di rifiuto, le ferme fionde.
C’è un certo odio per il retrospettivo che è diventato uno specchio freddo.
Non gradito ai superficiali fantasmi e a coloro cui l’impegno è dominio d’altri.
Una responsabilità ha presente per se stessa (e per noi) l’uomo non incerto.
I profeti lasciano alle generazioni future i dettami del loro Credo e la solennità del ricordare.
Non dimenticherà mai le oasi in cui la sua idea di sogno è vita, il Klee reale.
Con un sorriso della mente c’è chi affronta la rivoluzione e vince sulle origini esitate.
Tu lo sai che l’ipocrisia elabora opportunità, sì e no presenta la luce o il buio folto.
Le briciole di pane che spargo per il balcone, aspettando volatili (e formiche).
È giusto che lo sciopero sia breve, coltivare destini tranquilli, non acri venti.
Il luogo comune non ha alcun’allerta, ritorna dal convenzionale e da esso continua la strada vecchia.
Ruminazioni avide e quiete, che fanno somigliare ai buoi, alle figure purgatoriali, collettive, stanche.
Le cose abituano l’orgoglio ad esibirsi, e ormai anche le innumerevoli lauree!
Il più idiota di noi raccontava storie militari, e aveva tra le mani fagottini di gonfie sciocchezze.
La ragnatela aspetta lo scontro con una brezza casuale, ma non altri intrecci.
Farà mai qualcosa di concreto l’insensatezza, che vuole scoprire la Cosa là dove è più stupido il piacere?
Le reti in barca e la convinzione che il giorno sia finito carezzato dal mare.
L’amore mio è poetico e sospira o cerca la sua stasi per adempiere al bisogno delle sillabazioni erose.
In grado di scrutarla, il sottinteso cercava la luna tra nuvole sconnesse.
Il divenire indubbiamente è una lieta iperbole. Stiamo in universi rettificati!
Il poco chiasso ci fa capire che è finita l’ultima Sagra, naufragata, per sempre uscita dal paese.
L’intera vita non dura che per assalti, per moine di casi e sorprese, malattie!
Nell’abituale scena tutti morti o moribondi afflitti, le lettere sul mio tavolo.
La memoria cita per strisce le avventure più comode e più irte. Da noi ha luce.

Il primo passo del mattino è un sicuro dubbio a cui non può sottrarsi l’occhio.
Sempre funebre il lutto con l’impassibile assente teso e – dicono – scomparso!
Costruiscono strade per aprire ai tentativi di fuga altre direzioni-spettro.
Resta fra le parole il non-detto; resta con le sue nozioni di ebbrietà e deserto.
Può riconoscersi la viltà da ciò che nutre di crudele, più che da ciò che desiste.
Ho immaginato le lontane misure del visto, e dall’eco giunta da un abisso arso.
L’acqua, che d’improvviso risaliva i cumuli di sabbia, s’ispessisce tra fili d’erba.
Quel gracidare aritmico, interrompeva l’idea di potere sulla solitudine, ah notte!
Il malumore detta stranezze per rabbia e consapevole corrispondenza del negativo.
Ohibò! Quando i sogni s’impigliano al tuo cuore, l’amore accoglie flussi indiretti.
Erano le altalene a iniziare il gioco e la pazienza serale tradita da macerie.
Alla stessa maniera del tradimento la felicità era fabulatoria, non reale uso.
Fui un re del lamento, solo per gli intimi, adesso rievoco il rito su foto breve.
Lo sfogo, come è noto, aveva strutture informali, ormai è più esatto guardarsi dentro.
La storia di un destino ha acqua e vino misti nei sapori e nelle vicende acri.
Bandiera a più colori, cielo aperto al capriccio del mattino festivo, disumano.
Nel suo nome la ragione incostante, i vezzi che non sanno rinunciare a smorfie.
Coordinare il candore, orientaleggiare il caldo, istituire memorie sopportabili.
Gli emblemi dell’avarizia erano i secchi poteri del dare poco e quasi a dosi.
Spargo segni casuali, non invadenti, senza bisogno di palcoscenici e spettacolo.
Convenzionalmente la bellezza va scoperta, e a volte torna casuale e sorpresa.
In molti ripetiamo la paura che il mondo è usura e uccide la nostra giornata.
Voi siete ancora l’aspetto peculiare d’una favola nuda, bambini a cui nulla si dice.
Competitivi come i germogli di primavera, che modificano il décor delle piante.
Fisicamente afflitto, fondatore di idilli non urbani e di fati memoriali, riti infantili.
La maschera degli anni è ormai il nostro ritratto: biografia senza parole e tanti segni.
Signore della cenere, nei cui diari sono riscritti gl’incontri milanisti e in essi esiste.
Aspettava dai tropici una nave carica di vittime, di fuochi naturali e gridi, neri come destini e occhi.
L’abate, riconoscibile per abito e pazienza, recitava tra creature salmi di seta.
La cognizione del privilegio era non solo alfabetica e sincera, ma autentica.
Figli d’amore e delle questioni inquiete, tra violenze e nostalgie o disunioni.
Quel nostro record modificava la disistima collettiva come un rilancio aperto.
Depressi e suicidi conferiscono alla morte egemonia diretta, non immediata, viva!
Tanti mondi diversi, dove continuano le sfide all’uomo e fermano la libertà.
La nobiltà ammette la propria prevalenza. A che punto è con lo sgomento umano?
Indubbiamente è più esatto resistere che non morire se dentro c’è un’implicita forza.
La luna scova le ombre del grottesco, ma non è decadenza o quieto delirio, cuore.
L’ora diversa seppellirà tutti. il coraggio non basta ai fati dimezzati, in atto.
Ricordo Ungaretti a Cesena. Scrisse su un libretto gli auguri alla mia “letteratura” (sic).
Clonato l’orso, il disteso crepuscolo è diventato etica folle e avversa di sé.
Sempiterni pareri della sapienza nuda, in cui i labirinti sono innumerevoli bui.
Assurge a irta metafora la mano che espone il suo dettato alla referenza usata.
Nell’imbrunire anche gli oggetti scovano il modo di trovare sede e sosta da noi.
Così ogni pomeriggio ho assaporato il gelato di soia, ad uso cardiaco, cibo ridotto.
Simulazione remota, incantevole imitazione, dove il torrente ascolta muggiti reticenti.
Sulle tue labbra orme di affetto, aleggiare di una rosa naturale, senza retorica.
Separai dal grano steli di verso, umori casuali, fumi di stoppia, cielo d’estate!
Dico di te il male che benedico, perché imposto dai tuoi atti pagani, se mai in ambigui aspetti e volti.
Incontreremo i mondi di cui mi parlavi nell’adolescenza sospetta e gli altri nidi?
Vivere è questa danza di paure innevate da spiriti essenziali, non necessari.
Ma soprattutto è brillante quella marea che consente i più liberi abbozzi…
Qualcosa è diventata un minaccioso spasimo tra le resurrezioni, alito e miele.
Dunque da te è fuggita la fionda incessante che cercava un uomo in attesa. Da qui.
L’inconscio ha afferrato il pensiero assiderato, tentando una vicenda incauta.
Sempre più metri di grigia creatività o algidi doni del tempo eroso?
Azzurrità scopre il muro scritto e spietato da giaculatorie sediziose, irte.
La castità ha il viso bianco e più in là del suo passo un’esperienza di rosa.
Evito l’io del mondo che ripete i suoi leit-motiv fra rinunce (e betulle).
Oltretutto la trascendenza è un diritto utilizzato dal nulla, da cui si rinasce.
Patria di naufragi, il clima muta quando cambia il mondo tra discese e slittature.
Riaffiora il fallimento in un’immagine strana, anche se mancano l’evento, il cedro.
Logica esposta al silenzio, fluidità giocosa; dirà di te tutta la continuazione.
Ogni attimo appartiene già al Dopo che circonderà fine e fini, gli accessi.
Visionarietà, tu cerchi l’anima del reale in incompiuti atti, preghiere fioche, voli.
Una grazia non è breve, ma soltanto estasi e colore del Soprannaturale, oltre.
Affonda il suo amore nell’invenzione del mito e tra morbidi, barocchi molluschi.
Poi capì meglio che quell’incerto disegnare metrico era rigore e senso costruito.
Mia radice nascosta e dolente, tra le carte del vissuto esplora un io vuoto.
Inettitudine logora, drammaticamente protesa alla trasformazione delle crepe.
Racconta le oscenità per humour eccitato e decadente, identifica abbagli, suda.
Silenzio sempre spezzato, riflessione audace e curva, cercano la notte stanca.
Il calvo animale del parco è un convulso automa, in parte dispettoso, in parte gioia serale.
Chi sottrarrà la linfa all’orizzonte lontano, nell’intreccio di fuochi e aria?
La clorofilla nei suoi minutissimi odori abita cielo e terra, nel disagio.
La preda improvvisa (e indispensabile?) è stata testimonianza del mancamento.
Il vento invade il destino di noi tutti all’ingresso del polo, fino a Te.
Tra sbadigli, scompigli e paure, i pazzi e i savi leggono le derive della tempesta.
Aveva omesso la serie di parole e quasi la verità, la mano dell’errore, oh testa!
Però, nella retrocessione del fervore ha rettificato l’enfasi, anzi sottomessa.
Le nuove polveri del mare erano schizzi casuali nel paesaggio dello scoglio eroso.
Forse è la solitudine stretta a noi che fa pensare all’insolenza dei dinieghi.
La luce tuttavia è nel coltello che non uccide ma si difende con irte voglie.
Morbido nume diventi ilare esemplare di un’abitudine del gioco labile, soffice.
La tessitura è una memoria di fili tesi, non malinconici, e può avvolgere me e te.
Adotterò la lepre per la fuga più svelta nei sentieri delle talpe insonni.
Avvampa i paragrafi d’amore con le sue labbra colme, ascolta stagioni o èra.
Torna, ritorna sotto un’attiva pioggia, raccontando la storia di figure in marmo.
L’insufficienza ancora è un gesto che non riesce a compiersi del tutto, e muto.
Odio non mio, se mai dissacratorio appunto in una terra inquieta, assisto al gioco.
Ma tu nel raggio indiscreto accogli l’ultimo esistere di un canto torrentizio.
Spara tuttavia su coloro che mentalmente ascoltano nell’irritazione, forse morti.
E quel dimenticare magici filtri, valenze speculari smaniose, cinge la pelle di mutamenti, sfida l’immenso!

LA DONNA

Nell’animo dell’uomo la donna è grazia
piena bramata gioia
misterioso velame
della luce d’amore
spirituale-sensuale
l’amore che in sé è tutta la creatura
vivente; è delizia e incanto quando ama
con zelo l’uomo donandogli l’ebbrezza
sfiorante la divina vertigine
della felicità. Inesplorato
è il suo essere immenso

SOLE

e amore

Sintesi degli sguardi del pianeta
è il sole: lo vedo lo penso
occhio contemplante in sé
la vista della Vita
che fu che è, e che sarà; l’intensità
sua vitale e l’amore creatore
danno energia e luce al fiore del pensiero
schiacciato in parte sulle vie del mondo
dal buio moto degli incontentabili –
Impassibile è il sole, l’amore no:
è inquieto è inquieto è inquieto

TRA LA GENTE

Già da tempo mi sono detto addio
via da me stesso verso
l’altro me stesso umana
lietezza tra la gente

(sognai una notte un cristo
solo solo che urlava dalla noia)

quanta lucente angoscia nell’animo
di colui che tra la gente s’irrita
udendone il sacro respiro la gioia
talvolta, o il tono minore del pensiero –:
che umiltà l’ammaestri

SACRILEGIO

La sacralità della vita ha perso
luce splende in pochi occhi
e gli occhi sotto il sole
sono miliardi; il danno
dilaga come mare
in furia e amaro sale entra in bocca
bruciando l’espressioni dell’amore;
distanti sempre più dall’armonia,
vitale bellezza che sta languendo,
e più vicini al teschio indifferente
muto cieco ridente

LA FOGLIA VERDE

Mi penso tra cent’anni: sarò cosa?
ineluttabilmente
non questa carne e mente
qualcosa d’altro sarò
forse la più alta foglia
verde dell’albero paradisiaco
chissà, intravista spesso da bambino
quando crescevo nutrito dalla linfa
di mia madre gioia gemmante in me
e di mio padre foresta di luce:
forse la foglia verde

NON C’È PACE

Ave Maria nel mondo non c’è pace
meraviglioso è il sole
o Luce di grazia
ma i vostri lumi puri
specchiano stragi orrende
immagini d’Iddio colpite a morte
attimi evaporanti il sacro sangue
sole divina Maria è duro è duro
da sopportare la pelle s’accappona
l’amore in sé si torce e grida aiuto
ma chi l’ode? chi l’ode,

IL TEMPO

Sempre presente ad ogni appello è il tempo
è nei cuori del mondo
l’assolutezza, e in me;
è il simbolo perfetto
dell’armonia celeste
ascolto il suo ritmo-parola: “Passo,
e a tutti i viventi ho donato e dono
l’eterno sublime della speranza
nella vita; seguendo il destino
che in me vige andrete verso dignità,
creature perfettibili:

In alto i calici

Amai il vino rubicondo e forte,
amai il bicchiere colmo sino all’orlo,
amai il parlare libero e facondo
aiutato dallo spirito fecondo,
che nel vino vibra e si nasconde.
Amai lo sguardo torvo e la parola dura
partoriti dallo spirito iracondo
di magra zolla e striminzita uva.
Brindiamo allora, amici, ad ogni cosa,
non ci sia sosta, né compiacimento,
ma tumulti e scherzi e canti e danze.
Finché dura la festa
mai sia la coppa abbandonata e vuota
e ci accompagni il Dio in ogni luogo,
mostri le corna e accordi la cetra.

Brindiamo ai davanzali della luna
dove il silenzio veglia i nostri sogni,
brindiamo alla pallida coda di luce
traccia e presagio del giorno nascente:
questo è vino di vite che ha guardato
le socchiuse pupille delle stelle,
si è genuflessa al sole
con le foglie aperte nell’azzurro,
ha respirato la gioia del risveglio
fra le fresche viole dell’alba.

Colmo il bicchiere di rossastra broscia,
beviamo sulla buia fossa
aperta sotto i nostri passi
per raccogliere la vita che si perde,
volgiamo le coppe all’odio, all’ira
e ai campi di sterminio
che danno forza al tiranno,
brindiamo alla guerra e agli uragani
che schiudono conchiglie di dolore
sui frastagliati lidi della storia
e all’instancabile morte
che, da piano a piano, da serra a serra,
segna filari di lutto, scava dirupi:
questo è vino di vite
che ha succhiato il fiele della terra.

Calici in alto per il tuo amore, fanciulla
che attraversi felice i nostri occhi
e offri alla vita il tuo ventre,
brindiamo alle colombe della pace,
le nostre anime belle,
sui rami degli ulivi e delle palme,
sempre in procinto di spiccare il volo
come una speranza:
questo è vino di vite cresciuta nel vento,
all’ombra della nuvola fugace.

Solleviamo le coppe, o Signore,
al sangue che versi per noi dalla Croce
e al tuo labbro, o Signore,
dove la verità si fa parola:
questo è vino di vite che nel cielo
trova radici e si nutre di Eterno.

Il mandorlo

Sublime bellezza del mandorlo in fiore!
Piume d’angelo appese alle sue cime!
L’albero da me più amato
perché v’incontrai Te aggrappata, nel precipizio,
ad una sua radice. Mi facevi segno di avvicinarmi,
di non aver paura. E io allungai la mano
per afferrarti: d’allora non ci siamo più lasciati.
Ora, in questa primavera un po’ precoce,
mi offre il mandorlo i suoi timidi fiori,
mi sorride e macchia di un bianco lieve,
con brevi tocchi di rosa, l’arco azzurro del cielo.
Un pittore premuroso ha usato i colori più tenui,
quelli che vagano nel silenzio della solitudine
e nella scarsa luce che annuncia l’alba.
Mi dà una profonda tristezza: mostra nel passare
della brezza la fragilità del suo e del mio essere,
contiene il vuoto della perdita e la pazienza dell’attesa.
Come il sorriso innocente della fanciulla
annuncia la risata assordante dell’eros,
il fresco fiore del mandorlo precede la vampa dell’estate.
Sta solitario in bilico tra terra e mare, tra terra e cielo,
indeciso tra l’inverno e la primavera;
è l’impossibile pausa tra il vivere e il morire.

Un’incertezza di Dio nel suo Giardino?

Certamente è un’onda di fantasia nel mare del pensiero,
un messaggio d’amore soddisfatto scritto
sul libro dell’universo con divina grafia.
Mi suggerisce il suo pallore quella curva del seno,
la più delicata nel frutteto della donna, che dischiude
le porte della gioia e traccia il sentiero verso l’eterno.

Dove si placa il volo ansioso del gabbiano?

Ora più che mai, mia cara, i nostri corpi si uniscono
e Dio si compiace nel nostro alito per creare la vita.
Mio mandorlo in fiore sei il bianco vessillo della tregua
nell’occhio guerriero della natura,
sei vaga vibrazione di luce sull’orlo della notte.

Prosit

Prosit,
pronunciava mio padre e alzava la coppa
verso di noi in attesa del gesto inaugurale.
Veniva da lontano la sua voce
e si portava dentro un parlottare d’avi.
Prosit, rispondevano in coro i cinque figli
tutti un poco in penombra, ché la luce era preda
del sorriso sereno sul volto di mia madre.
Era seduta in fondo al desco apparecchiato,
il lato presso il fuoco dove il ceppo bruciava
e scintille salivano in alto nel camino,
quasi sillabe accese di sommessa preghiera
per lenire le pene di assenze e di partenze,
favorire l’evento che invocata presenza
riempisse le stanze, il posto abbandonato.
Tempora fluunt, e l’ora si sfarina
inarrestabile passa nel foro di clessidra
e Bacco col suo nettare non può arrestarne il corso,
la rende meno cupa, le getta sulle spalle un velo
di gaiezza, copre con chicchi d’uva le numerose
asprezze sul nostro eterno andare.
Prosit, dice ancora mio padre ormai seduto
al vacillante desco dei ricordi.
Prosit rispondiamo quattro dei cinque figli,
ché uno ha già varcato la soglia ineluttabile.
Siamo in luoghi diversi dove ci ha spinto il vento
costante della vita, lontani da quel fuoco
che ci teneva uniti e riscaldava il palmo proteso delle mani,
lasciava oltre la porta le ombre della notte,
illuminava sempre tra una preghiera e l’altra,
tra un rammendo e un rimbrotto, il sorriso sereno
sul volto di mia madre.
Ma sempre in mezzo al desco domina la caraffa
colma del nostro vino.
Prosit, e limpido rosseggia nel calice lucente
il sangue della vite. Vinum rubrum, bevanda degli dei,
che gli uomini confonde con spirito iracondo
o ne rallegra i cuori con spirito giocondo.
Prosit. Salute ai commensali! È l’ultimo bicchiere,
tempo di salutare. Il piede è nella staffa. Salve, salvete.
Si riprenda il cammino del nostro eterno andare.

Il crepuscolo

È l’occhio del crepuscolo
che si apre su spazi incerti
nella vaghezza della mente
tra luce e tenebra.
Un’onda attraversa
i mari del tempo
e lega gli orizzonti
dell’abbandono e dell’attesa.

L’aquila che vola da cima a cima,
il pipistrello che sfiora
gli abissi della notte.

Si dispongono le schiere della memoria
e delle agguerrite colonne del sogno
di fronte alle mura del Nulla:
una lotta che dura da sempre
senza vittorie o sconfitte,
ma nel gioco che oscilla
tra il silenzio della morte
e il sussurro della vita.

Lungo desertiche dune
il passo delle carovane traccia
una frontiera di parole.

Giardino di notte

Il buio occhio della notte
ha nascosto il ciliegio in fiore:
il mio giardino è vuoto.

Un desiderio d’alba
mi perfora.

20 marzo 2004

Al poeta

… E le allodole si perdono nel vento,
tu solo dormi ancora sotto gli alberi,
dai forma e sostanza alla parola
trovata nei fondali del silenzio
e osservi i gabbiani sulla spiaggia
o insegui volo d’aquila sui monti.

Tu solo aspetti ancora luce d’alba
e cerchi il volto di Dio che si nasconde
dietro l’occhio vuoto della morte.
Si perdono le allodole nel vento
e la notte solleva stelle spente
sulla tua fronte di nuvola bianca.

Al mio Angelo

Sono lieto delle tue fughe nell’universo,
delle tue chiacchiere con Dio.
Ma la voce inclina alla lontananza
e le parole arrivano in frantumi,
schiacciate dal peso di una assenza
che tu vorresti mascherare
con lezzi e sorrisi di bimbo.
Te lo impediscono la ruggine del silenzio
e il freddo della solitudine.
Comunque rimango in ascolto
in attesa che il suono discenda
dal ramo della tua lingua e che vibri
della Lettera viva del Verbo.

10 gennaio 2005

Preghiera (a Zio Gianni)

Nell’aria quasi lasca

la preghiera

s’inerpica a volte

il mio cammino.

Essenziale il tramonto,

forse l’ora

d’immergersi in un mondo

dislagare

e attendo nella mente

che non deve.

Bologna, 13 luglio 2006
Caro Zio Gianni,
è da poco che ho appreso
che alle otto di sera hai spento la luce.
C’era forse il tramonto, posso dunque dire mi senti
che quando scrivo è trasporto, se abbia senso non so.
Eri stanco, t’ho visto, le graffiate parole

solo moglie devota vicino capisce

nel lento t’uscivano, il discorso nel chiaro.
E in quel pomeriggio un po’ perso son stato,

il sole in penombra, nel rispettoso silenzio

nell’ansa di frase che ho pensato malata.
Ora più non avrò chi m’insegna col legno

in quel grande meccano che a volte è la vita

e a levigare con sapiente pazienza,
smussando la fattura imprecisa, la fretta che scarso
come rumore di fondo infastidisce lo sguardo
e il meticoloso artigiano rifiuta nel tutto,
per chi proprio preciso fu nel voto e parete
dove tutti gli utensili sono esibiti in attesa
appalesando stanchezza del sovrumano ch’è stato.
Ma crede il ricordo, io ce l’ho nel mio dentro,

tu, Machiavelli, Catanzaro, tua Madre,
in quel dremel che fuse nel numerato raddoppio
e le scale, ma quante, proprietà di Sanciona
un’Ancona senza sole dove il vigile è all’erta
il topo di naso che scherzavi Stefania
il camping a Fiuggi, in Calabria quel mare
il prosciutto salato, nella tanica l’acqua
e nel braccio lussato fu ben forte quel grido
nella Praia dei Cinque, ma di numero quattro
la mia maschera senza ho imparato a nuotare
un piatto di pasta dal caffè troppo forte
e di Dino quell’isola, le faticose bracciate
la Signora “Maprovo” svaligiava dispensa
mentre lo Schnautzer gigante proteggeva la Lilli
e a Soverato gli aranci, prima dei topi volanti
la barca d’amici un po’ troppo veloce
la tenda in Sicilia, e la pioggia dissente
a Zocca tigelle, un picnic in Emilia ……

una poesia, protostoria di quel che scrivo, qui ora,

mi fu carpita nascosto da quel cugino d’Egidio
[c’era un bagno segreto in cui vietato era entrare]

Ma forse è lontano, è un fuggire da ora

e ti parlo e dialogo concitato nel mentre
cammini lontano abbandonata la fretta
ed attraversi in un mondo che ancora non so,
né poi tu mi guardi, sguardo fisso a parete
o non m’hai sentito, sono arrivato, Zio, son qui.

Con grande pazienza, qui ce ne vuole sì tanta,
io cerco pensare dirti qualcosa che valga
per non annoiarti che hai da fare importanti,
forse è quello il motivo, è concentrato il pensiero.
Io solo ti prego se hai tempo ogni tanto
se vo aggiustando nella casa qualcosa
col trapano buco, o tagliando nel legno
prima che danno sia fatto, abbi pazienza con me
e la tua mano mi guidi, stammi ancora un po’ accanto
voglio certo imparare
quel che non m’hai detto in passato.

Sono di subito fuori che mi soffoca il pianto
cammino nell’aria calda di fuoco
e dal gelataio nella brioche il ripieno
la ordino pronto e me la voglio mangiare.

La mangio e quel morso lo dedico a Te.

Bologna, 15 luglio 2006, ore 22.05

Franz

Io, pago

Io, pago,
nell’anfratto mi consolo
e scrivo quasi tardi nella notte.
nel buio che nero fluido ti galleggia
come macchie di pieno inchiostro che elettrizzate
non si mischiano lunallaltra
ma danzan lente.
E io che al calamaio pennino intingo

e racconto nel solo modo mie quasi storie

non sono poche quelle racchiuse
che ho qui dentro
e a volte forte necessitano proprio

di boccata d’aria.

Le riconosco, quasi che padre al

natural figlio

un po’ in vergogna lui lungo il corso

con sé lo porta.

è certo suo, anche se sì,

un po’ fu impiccio,

ma ora è che, sarà poi il tempo,
tanto passato
che nell’alternare a rimpianti e sogni

di diversi corsi

le loro vite ha così sol fuse

intrecciate fonde

quali che sposi nelle nozze d’oro

si sorridon foto

anche se di dentro

forseperprincipio

si sopportan poco.

Piango

con il sorriso stampato.
Non se n’accorge nessuno.
anzi, qualcuno,
coglie irrisione nel volto.
Ma è tanto malessere
dentro
che se dovesse apparire
non basterebbe uno screen multisala

nella versione di cinema allora
è nell’odore di muffa il ricordo
nelle poltrone di moderno sembrare
quale talora mi sembra mia vita
e nell’attesa, billy e jerry, gli ebrei
di persecuzione che trova in invidia gran forte
se analizzi loro superano tutti di tutto
non dimenticare energia e la massa veloce

io mi richiudo nel mio riccio di scrigno

quasi cosciente d’esser schermo e spectator
che azzanna ghermito e nel disumano survive
molto sverrebbe mio pubblico anche asettico
come erotomane che avvilito trasmette
nel palombaro inviluppo sua paura d’esistere

ché troppa sarebbe emozione, il macigno
ma forse io incapibile, caparbio, l’esausto
nel palesare mia forma imperfetta

sarei forse quello
che soffrirebbe di più.

Bologna, 12 giugno 2006

A Zio Aldo

presentat’arm al Socialista

E tra di quel palmo
in radici di spine

stimmata orgoglio pensiero
che dì stillano rosso

Bava Beccaris cannone
rombando angoscia (Milano)
sul cuore punta medaglia reale
il popolo in folla dilaga
nella piazza in poltiglia che soffre
tu lo nutrivi di pane
e d’Ideali, l’Avanti!
che in doppia copia collimo
nel film che bambino prodigio
senza finzioni o effetti speciali
ti lanciavi con coraggio nel vuoto
Fino il pompiere, nel giuoco di vite,
la tua, lacrimando, fu stoppata anzitempo
e quel tuo animo, stare, lo vivo

quanto colore
sociale
che gorgogliando di sangue
nel Mondo Nuovo pronunzia
prima parola: giustizia!
e non umilia ma premia
chi di semplicità è pervaso
chi nel sudore lavoro
avverte richiamo non scritto
lo sente distinto, ribolle,
ossigeno per voglia di fare

dignità forte quell’uomo
che ora l’età mi raddoppia lo zero
e nel pensiero ecumenico ride
volto sorriso, già magro nel corpo
etereo librare riporti il ricordo
quante cose al passato
che non elenco
ma so
di soddisfazione assai vera che è qui
quando nel balzo già salti
in riunione apparente
ma quel divano
– il colore già spento –
schermò il candido ardore

tutto questo passando sul filo memoria
appresso l’affetto, rispetto, coerenza
camminando leggiero in tua fulgida mano
grido entusiasta, assaporo commosso
sì ferma fede, gioente, febbrile
nient’altro conosco che poche parole abbracciate:

ti voglio al fianco, mentòre per sempre
con passo sicuro, dappresso convinto
che nel quarto stato rifletti il tuo credo,
la giacca gettata, la spalla sinistra
mia, tua, certa voglia d’amare.

Bologna 6 marzo, Lavarone 17 marzo, Tivoli 4 aprile, Bologna 9 aprile 2006

La danzatrice di Gino Severini

(a Giuseppe e Gianluigi Del Bianco e ai loro cari)

La danzatrice
di Gino Severini
scompone i blu,
sventagliando la tela
di zigzagante ritmo…

L’usignolo solista

D’oltre codice
l’ellisse prodigiosa
apre la notte
– L’usignolo solista
varca il proprio canto

Nella sera inconsutile

Ed ora, nel consumarsi di questo assorto istante
nell’orto incolto dietro casa
si ripete, come allora, al canto dell’usignolo,
il sortilegio d’amore…
Mi rivedo con te, Augusto, in un’altra sera,
in un differente alveo di verde, mentre una diversa gola
disfrena e modula il suo canto perenne:
vibra la melodia, s’arrotonda, sale, si sostiene – e ci sostiene –,
s’espande, esonda, tutto sommerge al rapimento…
Nel giardino d’allora,
avvinti alla malìa d’un ridente Morfeo,
il sogno ci prende per mano
alla sorgente del nostro viaggio d’amore
(E sogna con noi il giardino
che s’apre come un unico fiore incupito
al bacio d’incendio di mare e cielo,
nella sera inconsùtile
mentre canta e canta l’usignolo
la spirale prodigiosa del suo lungo assòlo…)

L’angelodibrace

Nella trasparenza della sera
s’addensa l’intensità del rosso, che riarde:
nube d’incendio
che s’irradia nell’ardore della consumazione.
Al diapason della propria ustione
dilaga fuoridentro

… È un angelo di rivolta,
riverso controcielo
(… come allora, padre,
quando mi conducevi nel meraviglioso tempo d’ognincontro,
per la mano…)
Come allora, ultrasònico, il grido cromatico:
si propaga dentrofuori,
nel trascolorare della caduta aerea senza fine

Riarde l’angelodibrace
al rogo che tutto trasmuta e incenerisce…
Muto braciere che reìtera nei cieli della mente
ogni duende di desiderio e di furore
– Duale ed unico
riverbera d’insospendibili fughe e sperdimenti
i cieli della memoria,
nella caduta di spazi e tempi, senza fine…
Meravigliosamente si spegne/ci spegne
… s’inabissa –

Nell’ora che riarde

(a Giuseppe Conte, ricordando con emozione il reciproco dono di lettura e ascolto al Convegno Nostalgia dell’Eterno, Torino 2003, nella “consapevolezza che la poesia è il canto di ogni linguaggio possibile”)

Si desquama l’inquietudine del mare
in un giaietto di riflessi, senza fine…

S’intrama al reticolo d’increspature e fluidità
il ceduo tremolio delle querce,
nell’ora che riarde – Congiunge/disgiunge
ciò ch’è squamoso e aereo,
l’ostinato encausto delle possibilità radiose… –

S’insinua dentro lo sguardo che adora,
tatuando di meraviglia la retina e il respiro
– Sguardo-leopardo
che retrae nel guado le unghie acuminate
– Sguardo-daimon
che s’apre alla vertigine del duende, allo iato, al sortilegio,
che duplica, decuplica, centuplica il segno e il suo messaggio
– Sguardo d’azzardo
che eventua il germinale idioma della mente
alle tautologie inesauribili del segno,
uguale e plurisenso…

S’inebria al susseguirsi inesausto d’apparizioni e di malìe
l’incauta incantazione,
disancorata a qualunque abbrivo e profezia
– quia exactum/quia absurdum –
nel fluido desquamarsi del pensiero
in questa pausa,
al bruente guado delle querce,
nell’ora che riarde ed assopisce…

Otto ottobre…

È l’otto ottobre, giorno di un presente
che è rimpianto di ieri.
L’estate si congeda. Sulle foglie,
scompigliate dal vento di settembre,
si screziano i colori.
Ancora un poco, e sarà stanco il sole.
Il lento declinare della vita
riversa in coppe di memoria
il compimento dei miei anni.
La luce che si spegne mi assomiglia.
Così, come la sera,
tramuto in ombre i desideri.
Il cielo è immagine lontana.
Rugiade sulle siepi, trasparenti
silenzi si diffondono, languori
della malinconia.
Rammento quando il tempo sorvolava
superfici radiose. Ora raccolgo
quello che resta al fondo dei pensieri.
Trepida, mi domando quante volte
mi avvolgerà il domani
in abiti d’autunno.
La risposta, che odo pervenire
dalla coscienza di un presentimento,
conferma il mio timore.
Il cuore si fa scuro. Non c’è nulla
che possa consolarlo.

A un poeta

Quando il tramonto verserà nel mare
l’ombra della sua luce
ed il pensiero solcherà la scia
di una barca già carica di anni,
un nuovo cielo senza nubi
colorerà le rive del mio cuore.
Sarà la voce della tua poesia.
Sei salpato dal nulla, bianca vela
su confini inattesi all’orizzonte.
Sempre vorrà il domani il mio tributo
d’anima inascoltata,
le verità riemerse allo svanire
dei miei sogni segreti.
Ma quando il volo delle rondini
si arresterà col buio della sera,
il presente che ora si consuma
nei limiti del giorno
si eternerà al mio fianco
con il cantare delle tue parole.
E se la luna fuggirà discreta
dai mattini di sole,
non mi parrà di udire,
nell’aria silenziosa del sentiero
che costeggia la vita,
il passo spento di un addio,
ma quello morbido ed amico
di un altro divenire.

Si erano messe in fila le mie idee…

Si erano messe in fila le mie idee,
soldati pronti alla partenza
per un fronte lontano. Con orgoglio
io le ammiravo ad una ad una.
Mi apparivano forti, ben decise,
le divise coi gradi del coraggio.
Ma, mentre le squadravo attentamente
per capire se avrebbero condotto
incontro a me il futuro, prigioniero,
mi accorsi che marciavano
senza bandiere al vento,
come credevo fosse necessario
a conquistare il resto della vita.
I loro sguardi timidi ed assorti
calavano nei miei. Mi giudicavano.
Sembrava mi dicessero
che ciò che pretendevo
era una resa senza condizioni
del domani ad antichi desideri.
E che i giorni a venire erano pochi
per assalirli in armi, e più indifesi
di quanti non lo fossero mai stati,
da vivi, quelli morti.

La notte, riposti i colori…

La notte, riposti i colori
lucenti del giorno,
appone sigilli
all’ora che accosta alle ciglia
la pausa del suo divenire.
Le nuvole, stanche,
consegnano il cielo
a raggi di luna e di stelle.
Lunghissimo, il volo dell’anima
conduce per mano la vita
a fonti di nuova speranza.
Col frangersi breve dell’onda,
la voce del mare ci appare
più dolce di prima.
Soltanto l’incendio del cuore,
l’amore che tutto consola,
è fiamma che piano si spegne.
Le braci, che arrossano il fondo
del vaso scalfito di ieri,
è quanto ci resta del sogno
svanito con l’alba
di un chiaro, lontano mattino.

Amore lontano…

Amore lontano, è febbraio,
l’inverno si è fatto più lieve.
Le piazze a Milano hanno ancora
cornici di platani spogli.
Si interroga il cuore smarrito.
Restare in silenzi di neve
e spegnersi accanto alle ombre
di antiche, incantate illusioni,
oppure implorare le nubi
che aprano il cielo
a intensi mattini di sole?
È senza risposta
il dubbio che assale
il nostro sommesso svanire.
Intorno, i giardini hanno aiuole
e siepi in letargo:
attendono nuovi risvegli.
Soffusa di opaco candore,
la nebbia cancella i contorni
ai viali, alle case,
ai passi indecisi
di stanchi pensieri.
Fa freddo, stasera, a Milano.
Con braccia protese, ti chiamo.
Non amo che te, che sei il dono
di calde emozioni,
di lunghi presagi di aprile.
Tu sei quella luce che splende
al fondo di ogni speranza.
Ti osservo posare sui rami
degli alberi nudi germogli
di chiare promesse.
Sei l’alba che sorge, serena,
sul nostro domani.

Il continuo disperdersi dei giorni…

Il continuo disperdersi dei giorni
conduce il tempo al dileguare assorto
di un sole risorgente con l’amore.
Gli è accanto, silenziosa, la speranza
di un domani sereno, senza affanni,
che indugi dolcemente
sulla triste penombra della vita.
Sasso lanciato dalla sponda
di un fiume in corsa incontro alla sua foce,
a sfiorare radente le corolle
di nuvole riflesse
ed a sparire in gorghi di corrente,
è stato il cuore giovane, perduto
in mezzo a flutti di malinconia.
Lo specchio d’acqua che lo cela
ora è il sentiero in cui si arresta, stanco,
il lento incedere degli anni.
I cerchi inanellati in superficie
hanno il tremore di una foglia lieve
che il fiotto d’onda già trascina via.

La neve di febbraio

Nel piccolo giardino silenzioso,
la siepe che lo cinge ha la mia età.
Così come le ortensie, che quest’oggi
si adornano di limpide stagioni
per l’autunno del cuore.
Ogni inverno le vede trasmigrare,
rondini senza meta
in fuga dal domani.
Riappaiono dal nulla, sempre uguali.
Sulle foglie non vi è traccia di tempo.
Quale è il luogo in cui muoiono e risorgono
non è dato sapere. Forse è quello
che si è preso i miei anni e non li ha resi.
Non ha lunghe radici il divenire.
Il mutare dei fiori dentro ai giorni
è immagine di un tutto
che si esaurisce e si rinnova
nel profondo mistero della vita.
Adeguo il passo al transito dell’ora
che mi incalza dappresso e che mi impone
la luce del mattino
e l’ombra della sera.
E mi attendo che il vento di un’estate
radiosa e profumata
mi riporti la neve di febbraio.

PER TROVARE

Per trovare quel “porto profondo”
occorre guardare lontano

Più vasto è lo spazio
più vicino è il porto

Ma è sempre la riva
che canta sotto i nostri passi

La riva il fiato verde del mare
le grida le schiume
il vuoto la vita
piangono sogni reali
aggrappati all’onda di piccole maree

Ogni marea lacrima l’abisso
vagheggiando orizzonti
sempre più lontani

PAESE MIO

Paese mio
Resti in me come una preghiera
Come una musica d’acqua

Resti in me come una radice
Come un simbolo
Come una verità rinchiusa nel mio petto

Paese mio
Che come una corrente cieca
Valichi il passato
E vieni a me ogni momento
Per indicarmi non il tempo
Ma la strada
Che porta al cuore caldo delle tue zolle

PENSIERI D’AGOSTO

La festa delle maschere
La festa dei colori

Sul cratere di un’immensa estate
la spiaggia attende la vendemmia del sole

la spiaggia è
il cimitero delle tristi cose

La musica senza strumenti è troppo alta
L’onda dell’orchestra sprofonda nel sole
e nella sabbia troppo umida senza poesia…

Fiammeggia l’azzurro di una vaga nostalgia
in qualche orbita lucida di mare

una sterile terra che non sa sognare
che non conosce il sorriso e non conosce il pianto
senza una ragione

Qualche rondine marina porta un fresco volo
e porta il suo segreto canto
Quando viene la sera
l’anima si fa più grande e più sottile
e aspetta il bianco bacio della luna
come cera sul mare

GIARDINI DI BABELE

Un volo cupo di corvi bianchi
solca l’aria con torbide fiammate
s’infila
tra le arcate cieche della comprensione
disgrega le distanze interne
fin nelle viscere dell’armonia

Giardini di Babele
dove la danza dei fiori è discontinua

Tra chiaroscuri e tortuose iridescenze
Piume e sassi
Squarci d’amore
interrompono il silenzio

Ma è sempre difficile
scorgere la luce

quel sole che conforta
con promesse docili
anche per un tempo breve
solamente

perché la promessa
è uno scroscio fresco sul mattino
è un guardare avanti
è un carico di stelle sul futuro
è un vivere azzurro che non c’era

nei giardini sospesi di Babele

MA LA DANZA

Il senso della danza
lo capisci danzando
e così è per la vita

Ma la danza
ha chiuso la porta
e si è spezzato un fiore

Nel freddo del vuoto
luci di gelida quiete
è quel che resta
dietro questa porta

La solitudine non basta
a muovere la musica

Bisogna scendere più giù molto più giù
perchè la voce del violino salga
e canti la sua danza

Nella salita
raccoglie parole di triste bellezza
le sue trasparenze…

Suoni d’acqua s’incurvano
Nell’ultimo giardino
anche l’ultima pozzanghera
beve fino all’ultima goccia
il cielo

FOGLIE

Che rumore questo novembre
Che rumore fanno le foglie

Cantano rumore di pietra
Quando cadono in fondo al mare

Foglie grevi
Che strappano la luce dalle aurore

Ma io aspetto adagiata sul fondale
Che giunga l’ora magica dell’oboe
le sue mani di seta
Che accendono richiami
Che placano gli spasmi
di un tempo che non muore

DENTRO LE PALPEBRE

Piango

dentro le palpebre chiuse
il pianto è una nuvola bianca
un po’ sfiorita
che vaga senza vento
sulle mappe delle maree felici

Chissà
in quale deriva dell’anima mia
troverà la sua meta indefinita
la sua luce rinchiusa
dove ammainare la sua vela confusa
l’incanto della sua imperfezione
il suo giardino di parole a bassa voce

Dentro le palpebre chiuse
si sfalda il bianco delle mie rose

Sulla fronte rossa della mia melodia
fremono toni fruscianti dell’aurora
li sento
come materia viva che respira

non piango
e il mare è ai miei piedi e canta
non piango

CONTINUA A CERCARE

Continua a cercare
continua a cercare di raggiunger la distanza
di raggiungere il limite tra il dentro e il fuori
oh mia anima adagiata su questa riva

Continua a cercare
anima che ardi
percorsa dal sacro brivido della creazione
Continua a cercare il tuo sogno divino
Continua a costruire a trasfigurare a inventare
Continua a plasmare nel vento
illusioni e immagini vaghe
che quando pare diventino reali
lasciano orme di cenere soltanto

Su questa riva
la cenere è sublime resto solamente
quando brucia l’edera
che s’infittisce intorno
a spazi ciechi e solitari
e si attorciglia senza scampo
con mani più veloci del destino
intorno a chi poi
scambia l’eternità con ore vuote

Ma continua a cercare
l’anima adagiata sulla riva

Cerca il suo tempio
Cerca il suo riposo
nell’immortalità semantica della parola

da La cortina dei cedri, 1986

Quando la notte spegne la pianura degli ulivi
se un cane piange guaiscono tutti i cani in catena.

Più oscuro si leva il pianto dai chiusi ospedali
dai carceri dalle aride capanne della fame.
Più oscuro si alzava il sospiro
dalle grotte dei graffiti rannicchiate sotto il cielo
dalla sabbia delle torri che ambivano alle stelle
dai remi come croci dai bivacchi liquidi di blues
dai lager di morte

Di notte, foglie oscure si tendono nel vento.
Il dolore s’alza in coro e interroga il suo mistero.

da Quasi un diario, 1992

La tentazione è chiudere il cancello
gettare la chiave.
Cambiare canale sulla piazza bruciata
sull’urlo dei kamikaze
sui ragazzi nel sangue abbracciati.
E ignorare il giornale
l’allarme quotidiano le foto allucinate.
La tentazione
è giocare con Dolly vagare con le nuvole
vagheggiare le prime ciliege.
E sorridere al sorriso di Mozart
piangere per Andromaca
disporre con arte fiori di seta.
La tentazione, il rischio
è non credere che al canto, alla rosa.

a Segno d’aria, 2003

Sei dunque il giardiniere distratto
che virgulti e boccioli recide
a caso
perché il cuore non domina le cesoie,
perché assente è il pensiero?
M’inquieta, mi tormenta
l’Assenza.
Attonita, con Fëdor ti chiedo :
“Signore, perché muoiono i bambini?”

da La cortina dei cedri, 1986

Ti chiedo perdono
per i millenni alla deriva
nei tuoi occhi immensi ed assenti,
per l’argilla della bocca che più non domanda
per queste membra di uccello caduto dal nido.

Perdonami per il cerchio di polvere
che non ospita fiabe.
per le notti gonfie di gridi
per la dolcezza del latte
che bevi come beve la terra
gocce di nuvole passeggere.

E più perdonami per la serenità
che chiudo nei petali delle mie rose,
per la malinconia dei miei Adagi delle mie lune
per questa commozione sterile
che incasella le tue mosche
nel nitore dei miei libri dei miei cristalli.

da Quasi un diario, 1992

“Meditare sulla morte
è meditare sulla libertà”
Al suolo – di gelo il grido –
vittime inermi, innocenti uccisi.
Seneca, nobilissimo e saggio,
se alla morte dai nome libertà,
quale nome tu dai
alla negata libertà di vivere?

da Una stagione pensosa, 2005

Stendemmo le bandiere della pace
e al sole sciolsero arcobaleni.
Deluse,
contadine senza raccolto,
ora invecchiano sui loro balconi:
le vedo intristire,
gualcite dai venti dalle calure
sempre più sole in case sempre più rare.
Amo quei balconi quelle case
le mani sconosciute
che un giorno le spiegarono alla speranza.
Amo la fede sconfitta
che in loro soffre e si ostina.

da La pioggia imminente, 2000

E ancora
ancora mi turba il tuo splendore
questa tua giovinezza estrosa
che in sé si specchia si compiace e muta.
Primavera bizzarra,
non mi stregare: di là dal breve mare
sei pioggia impietosa e fango
fuga e sangue, notti all’addiaccio e marce
teoria infinita di dolore.
Non mi irretire il cuore di dolcezza:
hanno voce di rimprovero quelle lacrime.

da Questo ritmo sommesso, 1989

A Marco Aurelio
autore dei Pensieri

Cavaliere del Campidoglio stellare,
a volte insieme ragioniamo
della grande città dell’universo
dove vive la casa degli uomini,
tramestio vocio di passioni.
Parliamo del povero folle
che non è con sé stesso
e inventa mostri
e nel gioco è divorato.

Vibra intanto la cosmica corolla
della natura sovrana:
siamo i suoi petali
e nulla che esista ci è estraneo:
l’allodola il fiume il grano
la danzatrice asiatica
il vasaio più oscuro
sono specchi della grande armonia.

Ti chiedo l’arte del vivere
che non conosco bene
che non amo come l’arte della musica
come la poesia.
Tu mi ripeti “Armonia”
e mi parli di libertà,
un abbraccio disteso, un librarsi più alto
dove la ragione è ala bianca serena.

da La pioggia imminente, 2000

E può bastarmi una vita
dietro lo schermo dei vetri,
dietro un cancello che mi sia schermo
all’urlo all’urto di questo tempo amaro?
Come a lucertola ferma
può bastarmi un pigro sole?
Io temo il fascino del nulla
dell’assenza. Temo le spire lente dell’apatia.
Miei anni, non più armata, a voi cedo.
Ma non fate di me un’indifferente.

da Segno d’aria, 2003

Scia che ti dissolvi dilegui
e per un attimo hai aggredito il cielo
srotolando a vertigine
il tuo sibilo di luce
la lama dei tuo candore,

effimera come te
come te aerea
è ogni nostra speranza
ogni nobile idea di fraterna armonia?

da Una stagione pensosa, 2005

Coglievo iris
sui margini dell’orto
e a voce spiegata
cantavo la canzone di Lola:
“Fior di giaggiolo, angeli belli
ce ne sono mille in cielo,
ma bello come lui ce n’è uno solo”.
Cantavo romanze d’opera
più adulte dei miei anni,
là nella casa di selce
del paese ventoso sull’Appennino
lontano dal nostro mare
lontano dai nostri cento campanili.
Iniziavano gli Anni Quaranta:
mia madre maestra in divisa,
mio padre pensoso alle Acciaierie…
Erano gli anni del Fascio,
la guerra era vicina.

da Una stagione pensosa, 2005

Se fiammeggiano bandiere
e nostalgico s’alza il canto
che inneggia all’avvenire radioso
penso a te, padre mio,
che da tanto sei ricordo
immagine sul gelo di una pietra.
Padre accigliato e tenero,
che credetti di non amare
per la tua per la mia timidezza battagliera,
ricordo i torni sonori
l’officina – tuo mondo e respiro –
che a San Domenico solenne guardava
e s’impregnava di vento di mare.
Ricordo i tuoi mattini di domenica
nella casa di periferia
i riposi consacrati ai tuoi dischi giganteschi
che enfatizzavano Verdi Donizetti Bellini…
Padre modesto e fiero,
a te devo il fascino
che a quella musica mi lega,
a te devo forse i miei silenzi
e un’appassionata ritrosia.
Ma più
ti devo un sogno un miraggio un’utopia
che un giorno furono fede,
l’ingenuo sogno della Città Felice
dell’uomo compagno sodale fratello
illuminato dal gran Sole della Giustizia.

da Una stagione pensosa, 2005

Di là dal ponte, nei campi negli orti,
si levano s’intrecciano richiami.
L’eco li rende suono
li fa dolci distesi.
Li accoglie, si riempie di loro
la mia casa silenziosa e sola.
Mai vicina così, così fraterna
sento la voce degli altri, della mia gente.

da Il dolore, il sorriso, 1995

Lasciasti che i fanciulli venissero a te
e giocasti con loro
nei campi e sotto i portici, in allegria.
Perché l’infanzia ancora ha chiavi d’oro
e l’amore vuole gioia sorriso.
Ora
gridala tu
questa scarpa piccola insanguinata
questa bambola ferita
questa palla che giace sulla strada.

Gridalo al cielo, Gesù,
quest’odio che ti uccide fanciullo
con occhi increduli per il gioco tradito.

da Quasi un diario, 1992

“Se sarai solo, sarai tutto tuo”
Essere, solo. sì,
ma dentro, come te, accogliere l’universo.
Conoscerlo, per comprensione amarlo.
E, ricreato, quell’universo consegnarlo agli altri.
Questo volevo dirti, Leonardo.

Inedito

T’amo e t’odio.
Sei la madre che corre all’avventura
e per vizio per frivolezza si svende.
Sono la figlia a cui torni ferita,
tu cinica e fragile
tu oscena e mistica.
T’amo e t’odio.
Per quello che oggi sei,
per la tua malizia atavica
e il mistero del tuo fascino,
per il nodo carnale – humus e sangue –
che a te mi lega,
ti offro un amore amaro, mia terra,
paese ambiguo che mi sei Patria.

PROBLEMI DI CUORE

Il cuore
il mio cuore
il mio rosso cuore
ormai un poco sbiadito
dal ritmo sincopato
dal verso travagliato.

Il mio cuore condannato
ieri per troppo vigore
domani per scarso vigore
il mio cuore da ascensore.

Il mio cuore messo a nudo
trepidante di pudore
il mio antico matto cuore
fra l’amore e il disamore.

Il mio cuore generoso
fatto nido di gabbiano
che rimpiange il vasto mare
col suo rauco pigolare.

SAFFICA

ricordando Carlo Michelstaedter

Non c’è alcuna tutela per il mare
quando invia alle sponde onde spumose
suadenti nell’invito alla fermezza
di persuasione.

Non c’è limite alcuno per il mare
quando cavalca il deserto di sabbia
per affrontare le insidie abissali
della rettorica.

Non c’è alcuna salvezza per il mare
conteso nel dualismo vita/morte
alla ricerca del porto sicuro
di libertà.

LA BUONA VENTURA

Con la mano appoggiata sul fianco
il giovane dal volto fidente
nel sorriso sornione della zingara
ascolta svelare i suoi sogni segreti:
fortuna ricchezza potere e – certo –
soprattutto l’amore.
In corsa sul bianco destriero
salverà la gentile donzella
nel bosco concupita dai briganti.
Alla presenza del principe
nelle sale fastose del palazzo
brindando in due coppe e di oro
le infilerà sul dito l’anello.

Stregata dallo sguardo ambiguo
vaga la fantasia sotto le piume
mentre lei sfila dal dito l’anello.

MELISENDA

Meravigliosamente
per un bascio di morte
vivo in grande allegranza.
Ardimentosamente
ho gabbato la sorte
e vinto la tristanza.
Ogn’om deve invidiare
a la mia gioi guardare
con fresca disianza.

Lo suo dolze sembiante
la sua grande beltate
la somma cortesia
li sospir de l’amante
la gentile amistate
lo guardo che desia
sol’io posso cantare
con segnoria laudare
la notte co’ la dia.

Sempre ho dinnanzi a ’l core
lo suo viso piacente
la sua bocca aulitosa
li sui motti d’amore
lo suo spirto valente
la canoscianza ascosa.
Questo è lo Paradiso
di sollazzo e di riso
u’ mi perdo vogliosa.

IL FOTOGRAFO…

… più non s’incontra. Lungo la spiaggia
importunava le belle fanciulle
e le madri radiose di pargoli
con l’obiettivo pronto della antica
leika M 5.
A piedi scalzi fissi nella sabbia
e il sorriso suadente sulle labbra.
Poi trasmigrò sul selciato sconnesso
del lungomare, il passo traballante,
l’approccio non convinto e convincente.

Ora il cellulare
riprende i fidanzati sul Muretto
e le sue foto restano
nel vecchio album dei vecchi ricordi.

Memoria di vento

Non so di quale nostalgia lontana
mormori questa sera di velluto
dove l’ombra si fonde con la luce
in un fluido abbraccio, e le memorie
di una vita si fondono nell’anima,
i rimpianti velati di dolcezza
e le dolcezze di malinconia.
Dal mio campo di ieri ha allontanato
già la sua falce il tempo mietitore,
ma ancora ondeggia nelle stoppie antiche
la memoria del vento fra le spighe;
e già il domani, avvolto in una luce
invisibile ancora, ha una sua voce
di nostalgia futura, una sua sete
dalle mani protese alla fontana
dell’Assoluto.

Notturno

Notte di luna piena, il cielo è chiaro
nubi sottili come veli bianchi
il cuore cavalca una sete di luce infinita
l’anima corre al suo destino antico
come marea d’oceano alla luna.

Luce di marzo

Scendeva da uno sguardo senza tempo
la luce sul giardino
il giorno in cui nasceva la parola
domani. Era di marzo
forse, e vedemmo accendersi di gioia
la prima primavera. Era l’amore
la luce del giardino, e l’innocenza
sentiero di cristallo.
Poi fu l’orgoglio culla di dolore
polvere sul cammino, solitudine
il male d’esilio cantava le notti di luna
un vuoto inconsapevole gemeva
nostalgie rinnegate d’infinito.
Ma forse è ancora marzo
attende la primavera sospesa
nell’intimo giardino della luce
e nella luce quello sguardo attende
che ci ricresca un cuore di bambino.

Era di giugno

Su Tarquinia fiorivano ginestre
al colmo biondo di collina, e ancora
denso il profumo impregna la memoria.
Scendevano gradini millenari
dentro il materno buio della terra
ad evocare le ore degli addii:
svanita anche la polvere dell’uomo
resta per il pennello dell’artista
la scia della sua luce. Era di giugno
gli ulivi erano in fiore, inargentati,
di luce e vento testimoni antichi.
A tratti usciva a illuminare l’ora
il sole fra le nuvole di buio.
Mite il meriggio, l’animo sospeso
sul restare del tempo
d’improvviso
oltre un muretto ed un cancello breve
un’isola stregata di papaveri
nelle onde di perla delle spighe
alte di un prato chiaro…
passava forse il peplo di Afrodite
Pareva vento
lieve

Luna mozza

Irrompe da uno scorcio di finestra
mentre discende l’ultimo suo buio
la luna mozza, e pare sangue d’ombra
la sua metà perduta nella notte.
Suona una voce nella solitudine
racconta di dolcezze e di dolori
e di acuti silenzi alle domande
alte del cuore.
Anche per noi s’illumina la notte
di una vigile luna di speranze
ma nella piaga muta dell’ignoto
sanguina l’ombra.

Lettere segrete

Era un tempo di quiete
profondo di memorie e di germogli
d’eternità. Splendevano rugiade
di giorni freschi accanto a brine acerbe
nel luogo sconosciuto dell’incontro
e l’attesa era madida di sogni.
Tutto abitava l’energia del cuore
l’anima era silenzio
innamorato
e lo spazio era fluida frontiera
con l’infinito.
Era un luogo futuro, un tempo scritto
con lettere segrete che non so.

Ancora

Ancora voglio vivere. Ogni fibra
dell’universo è parte del mio cuore
e l’ora del silenzio è così piena
di fremiti d’amore, e le mie mani
hanno dolcezze nuove da scambiare
con le tenere mani della terra.
Sono nel fiato morbido dell’aria
che trasporta i rumori del mattino,
nell’umido profumo della pioggia
e in cuore alla pozzanghera che accoglie
ogni goccia nel cerchio delle braccia.
Vivere voglio
nelle ali tenaci delle rondini
la lunga nostalgia del nido antico
essere il nido e il cielo
sapermi nelle cose ora e domani.
E quando sarà il tempo del mio volo
stare come la gioia nei ricordi
come l’ombra di un fuoco sempre acceso.

Luna calante

È una notte di stelle
gelida come una lama di neve
che rubi spessori di luna
sottili e li posi in silenzio
sull’ombra dei tetti in attesa.
È limpida notte di cielo
percorso da voci di stelle
che videro spazi infinti
e forse non ardono più
è cielo che chiama pensieri
d’amore che furono vivi
e ancora nel buio risplendono
puri come la notte.

Forse

Pareva fino a ieri
un inverno per sempre, sconsolato
figlio del ghiaccio e della pioggia, e luce
pareva non avere altro che grigia
ed ore lunghe, e giorni rintanati
e nebbie, nebbie a seppellirci il cuore.

Ma stamane due gazze son volate
sui rami di un’antenna, e lungamente
si guardavano fitto, in un silenzio
che quasi profumava, e intanto il sole
si affacciava al balcone delle nubi

e l’inverno mi è parso avere un sogno
di nidi caldi e tenerezze d’erba
sui prati scabri, e forse un’improvvisa
suggestione di gioia l’ha sfiorato
mentre burberamente richiudeva
il sole nelle nubi, e per un attimo
gli è scivolata morbida sul cuore
la seta di una piccola voglia
di primavera.

NON SONO PIÙ QUEL LUIGI DE ROSA

Confesso che non sono più chi sono stato
e che non mi so dire chi ora io sia
né chi sarò domani.

Quest’affaire di identità mi ha seccato,
sempre in cerca di definirmi nel foglio e nell’anima,
come in un gioco di punto e croce indeterminato.

Ma se a qualcuno servisse didascalia o reperto,
di me una targa, una reliquia,
allora dicasi che sono ciò che ho scritto
e non altro.

Anche se ciò che ho scritto
non mi rispecchia integralmente,
perché ho vissuto le mie passioni
più nel sangue che nell’inchiostro,
più nel sole che nei barbagli
illusori degli schermi…

BEI SOGNI AZZURRI DEI VENT’ANNI…

… quando ci bastava uno sguardo ammaliante
visto e non visto tra migliaia di volti
a lievitare il cuore di vane speranze…
Speranze labili
come gocce sui vetri
o come bolle iridescenti
che una lama di vento mette in fuga.

Accendevamo fuochi in riva al mare.
Cenere resta delle nostre bugie
cenere calda che un soffio disperde.

ALLA MIA VECCHIA CASA DI LOANO

La vita non è come l’ho vista
dalle tue finestre,
non è soltanto l’orizzonte
fiorito di navi
o il luminoso pallore
del sole in un cielo di ulivi.

Addio mia vecchia casa,
rifugio dei miei sogni di bambino
privato troppo presto
delle carezze della mamma.

Il treno dà già qualche scrollone,
questo treno che ho visto tante volte
dileguarsi,
inesorabilmente,
dallo scenario del mare.

ALTROVE CANTAI LA SOLITUDINE

Da ragazzo cantai
“la gioia della mia solitudine”.

Odiavo i barconi dall’odore salmastro
e il gracchiare del loro motore
che stracciava il silenzio.

Mi piaceva soltanto una vela bianca
che ogni tanto sfiorava il turchino
“delicata come un’ave”.

Ma un giorno batté contro le rupi
un fagotto di carne e stracci
Di giorno ardeva un giallastro sole
di notte un’inutile luna
allucinava le fonde acque
mentre il relitto umano
continuava a chiamare.

“Nel mattino sereno e immenso”
sentii incrinarsi e spezzarsi in me stesso
i “sottili alberi scabri”.
Passò un barcone di pescatori
e gridai loro nell’inganno blu:
– Uomini raccogliete anche me
l’eremita che fu! –

UN MATTINO DI LIGURIA

S’è levata dal mare una colomba
in un cielo incolore.

All’orizzonte una nave
bianca,
delicata come un’ave.

L’acqua tremula fra le mie palme
riflette il sole nascente.

L’anima corre, inebriata,
ed il mare, rosso,
rumoroso fanciullo,
vuole ghermirla.

Si levano stormi di uccelli
e fiochi gridi per l’infinito
azzurro.

CIELO CELESTE ATTRAVERSO I VETRI

Cielo celeste attraverso i vetri
e trasognate grida di gallo
in lontananza; un autocarro
romba nel polverone.
Ogni mattino è un sole di speranza.

a giovanni paolo ii

santo che comprendi i santi
uomo del nostro tempo
amato e non temuto
a maria devoto
come e più di un figlio

colpito nella carne
non moristi
perché l’odio feroce non vincesse
né l’assassino fanatismo

perdonasti invece
chi ti colpì benedicente
tra la folla abbracciasti
in carcere lo scaltro attentatore
lupo e killer
così come eri solito
fare coi bambini

preghi ancora per lui
e per la chiesa
chiedi perdono del male
commesso a danno di molti
espiato in silenzioso dolore

la storia si infrange
nel tempo
va tenuta in pugno
guidata illuminata
con paterno amore
consegnata agli uomini
di buona volontà

segnasti un’epoca
un tempo di ritorno a dio
faro fino all’ultimo fosti
giorno che non ha fine
santo

hina

hina ventisette coltellate
al petto e al volto

chi lo decise
chi imbastì il tranello

caina attende
i folli traditori

caina è qui
non-luogo poetico

è l’inferno del mondo
in cui viviamo

hina ventisette coltellate
al petto e al volto

altro ci vuole

seppure avessi le parole non direi
canterei piuttosto la speranza
disegnando su una tela l’infinito
componendo suoni e pause col silenzio
raccontando a gesti la mia vita
che raccolgo in fonde ceste di dolore
canto sonoro muto il divenire
la cronaca non aiuta a vivere
altro ci vuole

epitaffio per l’undici settembre

se la guerra genera altra guerra
chi erediterà il mondo

nessuno nessuno
niente sopravviverà
solo il cielo resterà
immobile a fissare
le macerie

né dolore né grida né odio
solo il nulla

devastante vanità

se la guerra genera altra guerra
chi erediterà il mondo

lager

se penso agli ebrei che nei campi di sterminio
salmodiavano un fremito m’attraversa e un grido
scuote l’anima perforata come la croce al ricordo
del massacro compiuto in nome di follia omicida

la loro preghiera è la nostra è lo stesso verbo fatto
carne mentre migliaia morivano innocenti riversi
lividi come pietre tumefatte al fuoco e arse e fuse
e dissolte fino a divenire solo triste vicenda e fatto

di memoria collettiva tetro e fondo come il centro
del mondo ma forte e vivo come un ricordo che
non si scolora anzi si fa memento ad ogni istante
e dice bada uomo che non succeda ancora

con altre vite altri fatti altre cose che non sai

rivivere l’infamia
inimmaginabile nefandezza
saetta che fulminea piombasse
a incenerire il mondo a rabbuiarne la sorte

a pierpaolo pasolini

pierpaolo non posso
stasera scrivere di te
ora devo dire
dei clandestini che affondano nel mare

commercio disumano
vite-mercescaduta scempio
genti condannate a non esistere
dall’abisso divorante di sabbia ed acqua

ma più abissale ancora
in questo tempo
di sviluppo tecnologico globale
la contraddizione
che uniti vede gli aggettivi
global e diseredato
che opposti vede i sostantivi
libertà e perduto

la morte non è sempre assassina
un angelo protegge i senzavolto

affondano nel mare clandestini
ma diseredati alla coscienza
tornano seppur sconfitti

la storia è loro

Le attese

Vorrei stamane stormire
come questo pino maestoso
che fresco dona e riposo,
folto di suoni e amori,
e colmare di canto la gola.

Ma il vento della grazia,
soave brezza di parole,
oggi nemmeno mi sfiora:
ed io rimango in attesa
d’un refolo gentile.

Un ragazzo a me vicino
fissa l’ingresso e l’ora.
– Di sicuro verrà, vedrai:
vaporosa e lesta ti cingerà
col candido suo rossore –.

Parco Sempione
Estate 2000 Milano

Come il giorno chiaro

“Il più alto grado
di presenza è l’assenza”
Walter Benjamin

Era ossuta e forte come una quercia:
il suo bucato spiegato al sole
riempiva l’aia fino alla vigna.
Era solita all’alba puntualmente
avviarsi alla Pieve risoluta:
cantava il primo gallo nel pollaio.
Attiva era nell’orto e nella casa:
e l’ore e i giorni passavano pieni.

Sull’imbrunire, rincasata pure
la tacchina, usava sempre appartarsi
con il rosario nero tra le mani.
Scorreva la luna tra gli alberi,
scivolava sui tetti del fienile
nel silenzio delle case assonnate.
Precoce s’arrestò il suo respiro:
e un’ombra abitò nelle stanze mute.

Io la vedo mia madre che torna
dalla Pieve per l’usato sentiero,
dolce lo sguardo e come il giorno chiaro.

Ragazze

Al mio paese un tempo
le ragazze ricamavano a mano
bianchi lenzuoli e tessevano
insieme dolci sogni d’amore.
Ogni tanto qualcuna
prendeva marito: e lieta
curava lo sposo e la casa.

Veniva presto il giorno che,
finita la messa, bisognava
passeggiare per tutto il paese
col marito e la madre,
per mostrarsi alla gente.

Le altre che ricamavano
ancora, tenendosi a braccetto
passeggiavano anch’esse,
e incontrando l’amica
le rivolgevano blandi sorrisi,
scrutandole il grembo veloci.
E poi si voltavano ancora
compatte a guardare…

Courmayeur

Passato è appena un giorno
e già tanto m’avvince lo schermo
azzurrino del cielo sfidato
dalle guglie dei monti innevate.
I sentieri nel bosco distendono
il corpo per un magico gioco
o un breve ritorno di giovinezza.

Uscite giorni bui dal nido
della memoria: blanda vi entri
la luce di questa estate e il suono
scrosciante di bianche sorgenti.

Oh pace tra fremiti d’ali
e fruscio lieve del ricco fogliame.
Sorrisi, trilli festosi e amore.

Anfiteatro campano

S. Maria C.V., luglio ’91

Negli idi di luglio quando il sole
sfalda le pietre, un soffio d’aria
dal monte Tifata s’inoltra
nei cunicoli e nell’arena:
s’inclinano le margherite
alla gloria dei marmi sparsi.
Nel silenzio diffuso s’ode solo
il frinire di cicale lontane
oltre il recinto di siepe.
Un ragazzo con un libro in mano,
seduto all’ombra d’una arcata,
riposa e sogna remoti riti.

Avanza leggiadro un suono
nell’aria attonita del meriggio:
canèfore percorrono la càvea
con dolce movenza di danza.
Si voltano spargendo dai cesti
spighe e fiori: traluce
dagli occhi cerulei un sospiro
per un ultimo addio.

Una pallida luce alla sera
sommerge colonne e archi;
Giunone e Cerere fisse
sulle arcate assistono
il lento peregrinare della luna
alta sopra il Monte.

Venere sovrasta splende
nel manto stellato della notte.

Lettera a un amico

Nel tuo bianco paese appollaiato
sulla collina ora frizza nell’aria
odore di mosto che oltre il canneto
dilaga e nei vicini orti spogliati.
Tu puoi vedere la luna alzarsi
tra gli alberi e Venere regnare
a meraviglia nel manto del cielo.
L’alba ti sveglia al primo canto
del gallo o ti scuotono le lamine
dorate del sole tra le persiane,

Qui sopra i navigli sepolti sempre
sferragliano tranvài ai primi albori,
di silenzio carichi e sbadigli.
Spesso l’inverno è duro a morire
e troppe volte il sole è sbarrato
da una grigia muraglia di nubi.

Immerso nella distesa dei campi,
ti è dato osservare il corso del sole:
e quando cala dietro la schiena
dei monti, è per te ora di tornare.
E puoi sederti accanto a tua madre
che sgrana le ultime pannocchie in grembo.

Milano, gennaio ’90

Il paese

“Le radici profonde non gelano”
Tolkien

Nel cuore di ognuno esiste
un borgo immerso nel verde
o un grappolo bianco di case
aggrappate alla cima ventosa
come sentinelle del cielo.
O forse una città con piazze grandi
e monumenti, chiese solenni
e campanili illuminati a sera.

Ogni uomo che vive lontano
porta con sé il profumo d’infanzia
e il nido un giorno lasciato;
vicino i morti riposano in pace
accanto a quelli che primi la terra
solcarono e fondarono il paese.

L’uomo che parte non è mai solo:
ha dentro un mondo di storie e di voci.

Ricordando Simone Weil nel centenario

Poetica naturale o soprannaturale?
Ci basta, penso, quella naturale.
“Deus sive Natura”: si cresce a Sua
immagine e si de-cresce nel Suo nulla.
Poesia, teologia, mistica, gnosi catara,
positiva o negativa. La luce è oscura.

Si abusa della parola, della sofìa,
dell’intelligenza, della sventura
e della follia: della spirale
che sale dal Deserto e dalla Selva
dall’adolescenza e dall’età matura,
da quella postuma anche.

Poiché tutto è finito e infinito:
nulla si sa dell’inizio e della fine.
Ci si abbandona. Dio è in noi. Fiat.
Soffro. Godo. Vivo morendo.
In manus Tuas commendo.

22 febbraio 2009

Memoria di sempre

Mi sono trovato allora quasi senza
me stesso, senza una proiezione,
un desiderio, almeno nel futuro possibile;
incerto il mio io-dio
in cui pure avevo creduto molto
da adolescente mistico.

Sono rimasto così anche da adulto,
senza un partner, senza un maestro.
Avrei interrogato un sogno,
anche da sonnambulo,
ma ero sempre insonne.

Alla fine mi congedai dal giorno
e dalla notte. Mi nutrii di una mica
di ostia, ma ero senza nessuna fede.
Il “Dio in noi” l’avevo perduto.

Feci uno sforzo di credere un po’
in me stesso. Ma non avevo un centro,
solo il dubbio periferico a tutto.
Allora seppi che non ero nessuno,
senza un angelo o un demone.
Mi donai come di traverso,
in un incrocio di me confuso.

Non cercai più il varco dell’oltre
né in alto né in basso.
Ero solo. Mi confortò un sasso.
Una formica. Un filo d’erba esile.
Un passero che si posò a me accanto.

Presi un fiore tra le dita.
Pensai alla sua, alla mia vita.
Non mi feci nessun racconto.
Nessun progetto. Stetti in ascolto.
Dal bosco folto cantava solo un uccello.
Mi bastò quel giorno e anche nel futuro.

20 luglio 2009

Della nostra fede oggi

Ancora abbiamo un po’ di fede
in qualche cosmogonia, crediamo quasi
in una sfera senza fine, che lo Sphairos
sia rotondo, che esulti nella sua
solitudine circolare. Ma gli dèi ormai
sono degradati a finzioni poetiche o a
demoni pratici, calcoli degli atei,
anche di Einstein.

Però qualcuno ha ancora fede nella sua
credenza ermetica, nel Corpus Hermeticum.
Ma il soggetto e oggetto non si intendono,
si annullano; non ci resta che credere
che il centro è dappertutto, che chiamiamo
dio in ognuna delle sue creatura, e nessuna
lo limita: “Il cielo, il cielo dei cieli
non ti contiene” (Salomone,1 Re, 8 27) –

Sì, l’Empireo, che è fatto di luce, ma
di sfere vuote, necessità mentali, titoli
timidi di Copernico, del suo “motuum
coelestium commentariolus”. Bruno si liberò
di ogni limite, del centro e di ogni
circonferenza. Scrisse con “esultazione”
macerie del passato, di Adamo e di Atene.
Pascal però cominciò a scrivere di una
sfera spaventosa “effroyable”, il cui centro
è dappertutto senza la circonferenza.

Solo metafore – dell’orrore –. Egli voleva
Dio esistente. Un Dio uomo del cuore, della
mente. E così noi siamo senza fede anche
negli idoli. O in qualche dio possibile.
Questa è la nostra condizione.
Dio è solo in noi, e muore e risorge
solo in noi. Il Figlio risorge in noi.
Non c’è il Padre. Non ha salvato il Figlio.
Noi l’abbiamo risorto. Non il Padre.
Né centro né circonferenza. Solo energia,
fede oscura in noi. E la nostra natura,
pia nell’Universo, di cui siamo il tutto e
il nulla. In cui crediamo e moriamo. Amen.

5 giugno 2009

Inizio infinito

Dove non c’è inizio,
tutto è eterno.
da Universo senza fine, di Paul Steinhardt

Né sogni, né magici, né fantastici.
Solo un silenzio azzurro cupo,
con una luna, sola, e un pianeta come
di diamante, che io ammiro, quasi invoco
come la Tara-Bianca, mia madre d’infanzia,
che mi libera da ogni ansia e pena.
È in cielo nella sera tarda, nella notte,
forse guarda agli esseri sofferenti,
con il suo occhio di compassione.
“Tu mi liberi dal “Samara”, femminile
Dea, Madre di Dio”; e cammino solo
nel viale dei pini pineas, dove
uno è crocefisso sempre sul Golgotha
e non so se risorge dalla sua morte.
Lo spero però, e lo credo, se è vero
che dove non c’è inizio tutto è eterno.
Che anche il negativo, di cui il cosmologo,
e nello spazio curvo di Einstein,
che ci illude, c’è sempre energia.
Anche nella Volpecula, costellazione
a 63 anni luce dalla nostra Terra,
dove un suo pianeta intorno gira,
forse con acqua e linfa ignota.
Qui, solo, cammino e penso a quella.
Come in un atto liturgico, sacro,
con la compagnia di un gatto bianco e nero,
un “domenicano”, che fa il suo rito
di esorcismo – puro folle –, per scacciare
le mosche, che sono le nostre pene e sue
anche, da cui solo la Stella-Tara,
con la sua compassione, ci libera.

28 settembre 2009

Per l’amore e il sangue

Certe ragazze del Nord Est
sono ancora un po’ terrorizzate
per i ricordi di giovinette
insidiate dai Cosacchi:
si rifugiavano la notte
cambiando le tezze, le stalle;
circuite poi dai rossi o neri
titini, fratelli e padri
a volte nelle foibe.

Solo tardi e fuori da quei ricordi
iniqui hanno cominciato ad amare
sugli argini dei nostri fiumi
i giovani loro fratelli rimasti:
li hanno amati con più intensità
anche per quelli caduti strozzati
dai nemici.

La patria non si inventa
è fatta di carne e di sangue,
cresce sempre più consapevole,
nell’ardore dell’età, rimane
sacra fino alla morte:
ripara le memorie dissacrate
dalla natura infedele
o dalla storia infame.

giugno 2009

Con i poeti slavi

Noi a leggerli
i poeti slavi serbi macedoni,
noi italiani veneti diversi;
perché li ho conosciuti quei ragazzi
armati di coltelli e di violini,
il mare nei capelli dei golfi dalmati:
forse buoni, ma anche assassini,
sempre con gli aromi dei muschi,
nei loro corpi fra i pini marittimi;
sapori densi di scogli fondi,
di sangue e di latte di capre
succhiato nelle circostanze
dell’amore e dell’odio verace;
nudi oscuri, stesi come serpi
nelle pietre calve, con sibili
come dei miei basilischi
nei meriggi dei vegri Bèrici.

Ancora a me cari, malinconici.
Anche se solo ricordi dopo gli anni
adolescenti remoti; loro, non più visti.
Certo ora uomini molto maturi,
poeti che leggo fraterni,
con gli occhi cisposi, spinosi,
che sono i nostri di oggi,
che siamo quasi vecchi,
da compatirci sofferenti
degli ideali, dei progetti
illusi, ma voluti.
Ci invita il sonno a non svegliarci
se non morti.

23 dicembre 2008

È sabato domani

Andiamo a letto
è sabato domani
ci alziamo se vogliamo
come il giorno frugherà
lenzuola stropicciate
mani gambe allacciate
occhi d’oro sognanti ancora
in pigiami stropicciati
faremo colazione poi
lasceremo fluire il tempo
finché il cielo verrà viola
tra innocue occupazioni
come guardarci negli occhi
ancora.

In pace assisteremo
al sommesso spegnersi
d’un giorno di festa.

Un momento magico

(tre generazioni)

La finestra è occhio sulla sera
dune di panna celano stelle
tenta Marcello d’usare il cannocchiale
per vedere se ride la luna
chiede a papà Ale che è appena giunto
se lo porterà al telescopio di Pino
che fa grande la notte.
Roberto è salito sulla sedia
lo sostengo curioso il naso
appiccicato al vetro
arrotonda i gesti e le parole
e solenne alita un “oh” di meraviglia
all’abete davanti che la luna scontorna.
Apparso in braccio a papà Andrea, a caso
Edoardo intona accordi sulla pianola
con le sue manine di sei mesi solo.

Fuori di luna piena è sera.

Senza far parola
dei miei figli lo sguardo incrocio,
fermo.

Momenti

Della vita rammento i momenti
soltanto

Prova a pensare se dici
ricordo quella volta
è di un momento che parli
di un momento soltanto

Una vita è tanti momenti
soltanto.

Pagani

Altri Ognissanti.

S’indossavano i primi cappotti
della stagione,
nella nebbia rasente le fosse
si faceva il giro dei morti.

Le foto roride sbiadite, i marmi,
pregando piano
mamma ripassava
con la pezza tolta dalla borsetta.

Noi la seguivamo a ruota.
Un tempo.

Ora.

Adesso pensare soffrire è out
meglio andare per mare in boat
carpe diem!
a cercare l’ultimo sole.

E poi elfi camuffati in folli sere
della morte esorcizzare la paura
in un carnevale importato dal west.

Monferrato

Le mie colline hanno dolci fattezze
morbide pezze di terra a vigne
pioppi degradanti sul torrente
prati e stagni ove andavamo
zingare fanciulle a litigare
con altrettanti monelli.

Le mie colline hanno fattorie
con piccole finestre
orlate di mattoni
aie calde di bambini
e nebbia chiara che dai prati sale
negli umidi mattini.

Le mie colline hanno cuore mente
memoria
rammentano i passi che per celia amore
lavoro o guerra le hanno calpestate
ricordano un uomo appeso
a tegole rosse tra spicchi di cielo

che salutava una vita.

Da un antico diario

(in motorino)

La nostra spider fila veloce
lasciando dietro il verde dei prati,
io mi stringo a te felice
il mio cuore dice: amor mio.

Com’è dolce la tua spalla forte
com’è lieto lo sferzar del vento
com’è bella la campagna che corre,
com’è caro il tuo viso che si volta
e mi parla, o mio primo amor.

Sono felice, immensamente felice,
ma la felicità dura un istante, poi passa,
non fermarti amor mio, o tutto si spezza.

Cattive parole

Di pezzi di cuore rapaci
restan le cattive parole
se restano
scatti dall’ira dettati
o sadici eloqui studiati
a ferire

non si dissolvon nell’aria
le parole
ma stanno sulla tua testa
appollaiate,
silenti
sembrano assenti

fino a quando all’appello
non le richiama
l’ultimo scherno
allora le senti le rammenti
e infiniti istanti son trascorsi
anni

tutte insieme vociferano inclementi
mostruose s’aggregano
fanno massa
sghignazzano, folla in piazza
deforme.

Vacanza in barca

Il vento corre
sulla nostra pelle
calda di sole.
Le tue dita
traccian sul mio corpo
vaghi ricami.
L’anello d’acqua
che ci circonda
è il nostro oblio
su cui scivolano
sogni teneramente
avvolti di niente.

Le tue mani

Le mani a giocare sul mio ventre
conoscono i tasti dell’amore
suonano celestiali sinfonie
richiamano carnali appetiti
danzano imperiose onniscienti il ballo
che pure s’insinua nella mente
che interamente ti cattura
e schiava ti fa coscientemente
dolce tortura.

Assoluto

Era blu il mare
oltre il bianco muro
e bianca la vela
solitaria.

Era chiaro il cielo
oltre il blu del mare
immoto in un’alba
senza nubi.

Niente interrompeva lo sguardo
sdraiata
oltre il muro bianco.

Ozio virtuoso

Non ozio padre del vizio
ma ozio come sfizio
appropriamento di tempo
pensieri vagan leggeri
soffi di luce improvvisi
squarci di genio nati
dall’oblio assoluto
ozio virtuoso

mente lavata riceve.

Soltanto il nulla crea.

Non sempre si ha il sole nel cuore

Mi scrisse l’amico censore
non scrivere in bianco e nero
non ti si addice
scrivi a colori

ma il mio film personale
mi tradisce
gira ora in bianco e nero
ho perso i colori

Cantori dell’effimero

Noi poeti, cantori dell’effimero,
d’utopici sogno pittori,
noi, che ci crediamo esperti
in ogni significanza,
incauti a oltranza
percorriamo invero la realtà
con piedi di vetro
all’eterna ricerca di fole
e parole parole…
o forse d’una… parvenza di vita?

Vitae nequitia

Ballo sballo la vita
palco ove un attimo
siamo attori comparse
fosche maschere o giullari
immensa festa o tragedia
d’una commedia senza senso.

Da un dolore all’altro

Si passa da un dolore all’altro
Con l’abilità viva d’un virtuoso.
È bene così, perché non si piange:
Non c’è neppur il tempo di pensarci.
La morte sembra perfino stupida,
Non riflette su di sé pensandosi:
Non ricordata, è tollerabile.

15 febbraio 2008

Descrivere niente

M’è toccato di descrivere niente:
Non posso capire il mio intimo
Essendoci un vuoto di coscienza.
Impossibilitato ad avere,
Non ho il senso dei miei diritti.
Mi sento come perso tra me e Dio,
Vado a spasso senza sensazioni.
Il mio Io si perde nell’Assoluto
E l’anima si liquefa nel vuoto:
M’annullo nell’Ipersensibilità.

6 febbraio 2008

Dio ce lo sogniamo così

È colore del sonno il nostro Dio
Ma noi ce lo sogniamo infinito.
È per questo che egli è supremo:
Corrisponde al nostro desiderio.
Un cavallo non osa sognarlo così:
Ma ha una gran misura di pietà.
Vuol dire che Dio è davvero così,
Del resto, è proprio lui che l’ha fatto.

9 febbraio 2008

Partita senza fine

Non c’è porta segreta per sparire,
Si sta in scena sino alla fine,
Il caso ti afferra per il naso,
I sentieri son scomparsi da tempo,
Il luogo è lo stesso del principio,
Nulla è purificato dal fuoco,
L’acqua è marcita dentro i pozzi,
Il sole è nascosto dalle nubi.

13 febbraio 2008

Un pallido Signore

È venuto un pallido Signore
Ma io ho capito che ti cercava
Solo per regalarti il Silenzio:
Quello santissimo di chi sopporta,
Tutto sopporta come fosse Legge.
Ché la Parola è già stata detta,
Ed è già entrata nelle coscienze.

2 febbraio 2008

Anni acquatici

Gli anni sono diventati acquatici,
Sono come acquitrini che non tengono,
Soggiornano alquanto l’uno dentro l’altro
E non hanno alcuna struttura compatta.
Si confonde al ricordo un vento diaccio,
La vita che si conduce è quella buia,
Fattasi presto domanda appiccicosa.
Gli ieri sono delle nenie affogata,
Non si sa proprio da dove, non si sa da chi.
Sono scomparsi tutti i gusti del sonno:
Uno si risveglia presto per un nonnulla,
Per restare tante ore sghembo sul letto.
Si resta lì, a fare dei conti randagi.

5 febbraio 2008

Fine inverno

Pigola un silenzio nuovissimo
Lungo la sera di fine inverno.

Pare l’amor di specchio che consola
E ce lo godiamo quasi pregando.

Sembrano le tenui fusa del cielo
Che ispirano un gatto divino.

La voglia continua fin al mattino
E anche dopo si resta fatati.

20 dicembre 2007

L’estate fu breve

Come mai l’estate fu così breve?
Noi si copiavano i fiori belli
E si tingeva la sera di rosa.
Ci sentivamo di moda col sole
E ignoravamo tutte le foschie.
C’era un’atmosfera naturale
Con meridiane di fiaba per sfondo.
Si giocava a stare in convento
Protetto da un’ombra di frassini
Per sentirsi freschi spiritualmente.
Il tempo passava con velocità,
Ci portava di colpo a settembre.

22 dicembre 2007

Uccisione del padre

Spendere fin all’ultimo soldo la fede
Dopodiché c’è un rimorso colpevole
Come del figlio che ha tradito il Padre.
Come visitare la tomba d’un Dio noto
Dopo averlo maltrattato e ucciso.
Così non si vede più il Dio che ci nutre:
Eravamo suoi, adesso di nessuno,
Come se il Cielo ci avesse distolto
Dalla nostra adorazione infinita,
E noi facessimo senza il suo sibilo
Che ci orientava sulla contrada santa.

26 dicembre 2007

Il passato ha una stoffa regale

Il passato ha una stoffa regale
Sebbene sia fatto d’un’aria di cielo:
Chissà da quale festa esso derivò,
Di certo trasfigurata dall’anima.
Per quanto si giochi, non s’ottiene niente:
Ci dev’essere un calcolo di vento
Forse sacro e birichino insieme;
Fors’è celeste contro la sua volontà.
Poi si scivola nell’aria d’una stanza
Che è per sua natura fotografia.
Si scatta da sé una foto di neve
Che subito sembra la casa di fata
La quale si trova lì per proprio talento.
La sposa che tutti vogliono avere
Danza con brio dal passato al presente.

17 dicembre 2007

L’attesa assurda

C’è il solito buio nella tomba,
Intanto mi attacco al suo nulla:
Il mio cuore vorrebbe ribattere
Perché questa scena è drammatica.
E si capisce bene la cenere
Ma non si sa dove resta l’anima.
Forse vorrebbe dormirle accanto,
Passare insieme a lei l’Eterno
Senza fingere l’attesa assurda.

18 dicembre 2007

L’idea guizza

L’idea guizza a titolo personale,
Si scalmana a piangere, a ridere,
Come se pure qualcosa dimostrasse:
Invece è solo passione bizzarra,
Un titolo di forza dello spirito.
E poi finisce per diventare gioco,
Una capziosa analisi del reale,
Ripagata solamente da se stessa.

19 dicembre 2007

Contengo un cielo drammatico

Sono fragile, eppure enorme:
Io contengo un cielo drammatico
Che fa tremare anche la speranza.
Intorno, tutt’è calcolo preciso
E le distanze sono vicinanze
Tanto che noi ci moriamo dentro.
Le spighe nei campi sono il pane,
I papaveri son i lucidi sogni
Per far tripudiare il dopo-pranzo.
Poi i cavalli ci porteranno via.

14 dicembre 2007

Sgomento al sole

Lo sgomento in un giorno di sole
Direi che colpisce tutto il Cosmo:
Sei flusso nel cielo, ma non lo senti,
La luce fa l’effetto d’un disastro.
L’anima sembra livida di botte,
Non capisce la distesa del mare
Mentre il sole pare assorbirlo.
Così la baia s’è rimpicciolita,
Ha perso il suo fulgore solare
Quasi che la pena la ristagnasse.
Il sole si presenta desolato,
Si mostra come macchia quasi cieca.

16 dicembre 2007

Il tocco del mio gatto

Copierò la sera un’altra volta:
A me sembra di stingere un’idea.
Ci vorrebbe piena luce solare
Pur d’afferrare bene la mia voglia.
Ormai sono giunto alla penombra
Mentre i sensi si sono distratti.
Il tocco del mio gatto è migliore
Per prendere le cose con passione:
Egli è prensile anche di notte.

13 dicembre 2007

Nel buio immenso sconosciuto

Il resto per noi è quasi il nulla,
resta ciò che si fissa alla memoria,
questa, piccola luce, è come lucciola
in questo lato spazio, a noi caduco,
che nel buio immenso inconosciuto
ci avvolge nel respiro del mistero.

Un insieme sereno

Come greve è pensare, se pensare
non può gioir di ciò che ormai non è,
come greve è pensare, se pensare
pone ansia per future avversità.
Rimane ora un appiglio etereo
ciò che esso porge e ciò che dà,
e custodire come un aquilone
tutto quello che si ama e a cui si tiene
per poi poter raggiungere quel “cielo”
ove sublimare l’essenziale,
quell’insieme sereno dove infine
possa piegarsi il peso del patire
e dove ci si possa armonizzare.

Un simpatico soccorritore

Il bel cane San Bernardo
tiene spesso appesa al collo
una botte piccolina
e fra i monti di candore
sa salvar nelle valanghe
ed in coltri di slavine
le persone imprevidenti
o comunque sfortunate
che aspirano alle cime
per avvicinarsi al cielo.

Ai cari, scomparsi

Ci portavate il due di novembre
in panierini di vinchi, con fiocchetti,
frutti di “marturana”1 favolosi,
dai colori vivaci e naturali,
su pagliuzze e fili rilucenti.

Cari, scomparsi e mai dimenticati,
un giorno anch’io arriverò da voi
e da quel giorno resteremo insieme
e porterò, voi già sapete come,
i frutti colorati del mio cuore.

1 Nella ricorrenza del due novembre vengono portati ai bambini i regali dei Morti, per sensibilizzarli al legame con i Cari scomparsi.
I frutti di “marturana” (i primi furono fatti nel monastero chiamato: la Martorana) di pasta di mandorle, zucchero, pistacchi, ecc. (detta pasta reale), sono dolci molto belli che nelle forme e nei vivi colori imitano perfettamente i frutti naturali rigogliosi.

Quasi bolle brille

Non sto scrivendo oggi di mistero
ma di gioiose donne senza velo,
non sto scrivendo oggi di dolore
ma di radiose cose come il sole,
e nemmeno sul senso della morte
ma versi scrivo spensierati e dolci
per svicolare un po’ dalla tristezza
per limitare ambasce da fardelli
per allargare questa strada stretta
che attanaglia e forse tutti imbriglia.
Lasciamo infine in pace le parole
lasciamole andar senza gli autori
a disperdersi quasi bolle brille
nel placido, impalpabile fluire
al silente respiro dell’etereo.

Competitività 1

(scarna composizione)

Per competere meglio sul mercato
è attuata così bene ora l’idea
che può essere il “prodotto” rilanciato;
ed è già preparata ogni variante
per reggere le sorti del confronto;
suadenti slogan spot ed etichette
curati sono pure nei dettagli.
Per potersi aggrappare a un miglior trend
l’insieme quasi sempre è indirizzato
solo a ottimizzare quel che rende.

1 Questa composizione viene pubblicata per essere a fronte della poesia precedente, in modo che taluni aspetti (delle due situazioni) possano determinare il bisogno di una maggiore attenzione alla centralità della persona umana.

Il mandorlo in fiore

(nella Valle dei Templi)

Nella mediterranea atmosfera
i fiori immacolati e delicati
nel profumo e pure nel colore
paiono fiocchi di neve in primavera.
Si gioisce del mandorlo fiorito
nella Valle degli antichi Templi
con i Gruppi di artisti del folklore
indigeno ed internazionale
che impazzano di suoni e danze e canti,
mentre aleggia il tempo della storia
da Akragas sino a Pirandello.

Quando l’uomo non ha lo stretto per vivere

Frequenti calamità provengono
da pesanti scompensi sociali.

Si focalizzi
il perché di questi
nel silenzio etico
della riflessione,
per risposte sollecite
e dialogizzanti.

Libertà e democrazia
risultano inaccessibili
e a volte incomprensibili,
quando l’uomo
non ha il necessario,
lo stretto per vivere.

Spesso melato è il volto dell’inganno

Temo il prevalere dell’astuzia
dove, essenza pare, l’apparenza
che si sviluppa alle pieghe del sottile
e confonde le idee per dominare.

Stai attento uomo che sei giusto
incontrerai molte volpi nella vita,
guàrdati allora dal canto di sirene,
spesso melato è il volto dell’inganno.

Questa terra

(Sambuca Zabut, ora Sambuca di Sicilia)

Un po’ prima del lontano anno mille
il castello di Zabut fu eretto
proprio dove è più alto questo colle,
e contigui al quartiere saraceno
si allogarono qui a poco a poco
le genti di casali viciniori.
Allora e poi fu lungo l’intrecciarsi
di culture di origini diverse.
Respira ora il passato questo luogo
cinto dal bosco e da plaghe amene,
dal lago Arancio, lago artificiale,
da pittoreschi angoli adragnini1
che fanno dolcissimo l’insieme,
dalle vestigia antiche e numerose
della greco-punica Adranone.
E come nella vita alquanto accade
ed ancor più nel nostro meridione,
tra la lucidità della ragione
la passione di forze creative,
e il ripiegarsi duro o rassegnato,
l’oggi così questa mia terra vive.

1 Adragna: località di villeggiatura.

Se ciascun essere ha anche luce in sé

Scorre la poesia con la vita,
quando dell’animo è gran parte;
e più è il vero e più è la bellezza,
e così tanto pura in alto sale.

Poesia di vissuti sentimenti,
di pensieri che tendono al sublime,
non c’è una vita che di te non sia
se ciascun essere ha anche luce in sé.

L’intimo moto delle cose

Se alcuni popoli
hanno colto ampî spazî
di progresso civile,
è possibile anche
che trovi ancoraggio
l’utopia degli altri.
Se alcuni poteri forti
hanno operato la loro fine
per l’arroganza
e la smodata corsa alle ricchezze,
in tale vuoto c’è slargo
per una realtà nuova.
Se coartano idee,
frequentemente queste
sono più alte del potere.
L’uomo non vuole soltanto dire,
vuole disvilupparsi dal bisogno
per rispettare se stesso.
La storia non è
sostanzialmente immobile;
la sua immobilità ricorda
l’apparente inerzia dell’universo
in cui l’intimo moto delle cose
permette vita al cosmo ed alla storia.

LA LUNA

La primavera avanza fra l’erba
e scoppia di colori il lungo giorno.
Giallo appeso alle infiorescenze
delle ferule; rossi papaveri
e violacee a grappoli fra il verde.

Bianca la luna, pistillo ideale
che dalla terra al cielo nudo sale
sorretto per millenni da un lungo
stelo di pensieri umani
fintanto che rudi boys ficcarono
l’asta lunga della loro bandiera
nella molle sabbia virginale.

EDISON 2003

Dopo il Canada e lo Stato di New York,
a distanza di appena qualche mese,
il buio fitto fitto della storia
cade come immensa nube nera,
la notte (*) del ventotto di Settembre,
sull’unico stivale dell’Europa.
Il capriccio di una domenica
funambolica che, saltando, cade
giù, rotolando un secolo di sotto,
ricordandoci d’essere sospesi
a un precario equilibrio di forze;
un filo che, spezzandosi,
lascia i condomini senz’acqua,
chiusi dentro gli ascensori
e l’effigie di Edison a lume di candela.

(*) Il 28 Settembre 2003 un black out oscurò l’Italia per quasi 24 ore.

LA FOTO

Madre, la grande madre terra è viva,
seppure martoriata dalle bombe
che squarciano il ventre dell’oriente,
là dove cicatrici d’odio
s’alzano a muraglia in Palestina
con tante e tante foto a testimoni.
Di te ne resta una al cimitero
sopra mazzi di fiori
a sentinelle d’un sorriso lieve.

Madre che di tua madre conservavi
gelosa quella solitaria foto
che vi vide accanto, piccola e grande,
con lei ignara di dover lasciarti,
rubata alla figlia dalla sorte.

Madre che di mesto orgoglio ti vestivi
quando quel tuo fratello ricordavi
che, alto e forte, allegra ti teneva, ma
partito a vent’anni per la guerra,
invano riempisti di preghiere
tutti i momenti di raccoglimento:
ignara se fu il gelo della Russia
oppure una battaglia a lì fermare
l’agnello con divisa da invasore.

Madre che nei figli hai consolato
gli affetti crudamente lacerati,
serena del tuo desco contadino.

Madre che la domenica mattina
andavi il Signore a visitare,
tra i florilegi latini dei messali.
Madre di pace, colla dei parenti,
amalgama di tutto il vicinato.
Madre viva, con quel sorriso lieve
che la foto, ad epigrafe, ritorna.

TELEFONO

(sotto il cielo di Meucci)

Borgo tranquillo, estate, ore ventuno:
dopocena la ragazza scende lieve
da Via Roma, affusolata
bronzea e luminosa come raggio
solare apparso da penombre,
aggrappata al suo telefonino.
“Mi venite incontro?” chiede
interrogando un punto indefinito
d’una strada, pub, piazza o forse bar
e luccica serena alla risposta.
Anche per gli angeli, il telefono, dunque,
è novello tempio del conforto umano.

IL CANTO

Furono forse tante lisce pietre
levigate dalle onde
disparse sulla spiaggia
(il morbido tatto con le dita)
a suggerire un gorgo primigenio
di tintinnanti parole
levigate dalla lingua
a farsi canto;
epigramma d’una sensazione
racchiusa dentro l’homo.
Morbidi, consolatori fonemi
ritmati da fonico impasto
che librando in aria
dal suolo eleva un poco l’uomo.

CRISTOFORO COLOMBO

Il nostro più remoto occidente
non è zona ignota e misteriosa
dove chissà se fu mai messo piede
umano progredito: esso è, infatti,
il nostro più prossimo oriente,
ovvero l’orto con le fave, il melo,
l’agrumeto e il noccioleto del vicino.
Così la goccia di mare
più lontana dalla prua
è quella appena solcata dalla nave
che a poppa si riflette.

“Terra! Terra!” fu il grido che scosse
la pelle di tutti i marinai.

E di Cristoforo alla storia piacque
la rotondità del coraggio che sradicò
le fondamenta della piatta terra
in cielo elevandola, sospesa.

IL VOLO

Se torno indietro per migliaia d’anni,
sulle terrazze naturali e i poggi,
scopro, affacciati, giovani antenati
a contemplare uccelli vagabondi
alti nel cielo, maestri dei venti,
a disegnare solari avventure.
Scopro sogni fatti di romantiche
fughe dal mondo e traiettorie
affrancate da gravità terrestre
sopra le nubi, a Pegaso in groppa.

Se torno indietro di esatti cent’anni
scopro la terra di Wilbur e Orville,
fratelli americani, sobbalzare,
incredula davanti all’emozione
di un sogno rappreso che si scioglie
come linfa di pianta riscaldata
dal sole di una nuova primavera.
Giusto i primi passi di un frizzante
futuro di moderni sogni lunari.

IL FUOCO servo

Forse fu l’ultimo del branco,
probabilmente quello più in disparte,
a misurare con le proprie mani
rovente il risultato dell’attrito
di quella pietra che appuntiva
nell’angolo più freddo della grotta.
Chissà quali frutti maturavano
nel cielo del selvaggio bosco
quando nella corteccia
di imperfetta bestia s’insinuò
il tarlo della creazione
a farlo signore della vita, forse
a illuderlo di vincere la morte…?

E una espressione sillabica
proruppe dalle viscere incredule
scosse da euforici fremiti
allorché, magicamente austero,
soggiogato dall’umano circuire,
potente servo del suo desiderio,
risuscitò dal legno, il fuoco.

LA PAROLA

Dall’infimo punto della notte,
sconvolto da un fiotto di luce,
carico d’infinito mistero,
irradiandosi venne l’intelletto
a posarsi sulla bestia inquieta.

Scintille d’impalpabile fuoco,
sfregando le pietre inanimate,
s’alzarono dalla terra al cielo
schiudendo orizzonti sconosciuti.

Sgomento e terrore, cenere e lapilli,
terremoti, fulmini e saette
furono schedati: la lingua sciolse
parole e il vento sparse il seme.

LA SCRITTURA

Sulle bocche crebbero cespugli
di fonemi, cavernosi suoni
e graffiti coltivarono memorie
di vita e i fiumi, ancora per millenni,
cullarono l’attesa dei papiri
d’essere grembo
del ricordo e del pensiero…

Finché le gesta di genti passate
trovarono riposo nella corteccia
che, avida, annotò popoli
e degli astronomi mappe di stelle
e memorabili imprese
dei condottieri del calcolo,
il sale mediterraneo
dei filosofi greci e altro
prolifico seme del sapere.

IL FUOCO padrone

I
Nel tempo sospeso nell’oblio
chissà se discese col fulmine
il pensiero adamantino
oppure con la lava di un vulcano
o fu il cozzare di due pietre
che dagli sterpi
alzò la luce del fuoco
che dischiuse l’homo dalla notte?

II
Il vento e la pioggia spensero
il primo calore, la luce
delle vampe dai visi del branco.
Ma, dentro lo sconforto
aveva già fatto nido
la fiamma del sapere.

E quando la natura fece dono
ancora del tizzone ardente, l’homo
imparò a difenderlo dagli assalti
delle tempeste, cullandolo al riparo,
venerandolo come padre forte,
alimentandolo come figliolo inerme.

Il mistero del piccolo giorno
alzato nel cuore della notte
risucchiò vaganti curiosità.
E furono lotte furibonde,
con altri branchi, di clavicole,
battaglie vinte contro gli orsi e i lupi.
E il fuoco divenne scettro
impalpabile di sopravvivenza.

SAGOME D’INUTILITÀ ANAGRAFICA

(Italoàziacrazìa)

E dunque la pioggia, la pioggia di acqua persin essa stanca,
a lavare-levare il sangue sulle gengive ancora tumefatte,
su sbiadòri di morte nel viola inafferrabile, persin tenue,
dell’uso-abuso di una storia all’epilogo; sullo sfondo,
con titoli senza sussulti
che stancamente raggomitolano assenza di finalità, alla fine,
come di nastro consunto, pellicola rabberciata, prima
– in corso d’opera sonnacchiosa
e pigramente trascinata – e senza magnetismi o fonie
giunta che sia al termine del viaggio: sbiadòri statici,
scevri d’attese, muti, spenti in dissolvenza prospettica
nel viola indicibile della morte – annunciata – dell’ultima ribalta.

In contestualità di tempo, in un altrove il più prossimo,
nelle ombre – già sanguinarie e ora fermamente vigliacche –
sulla costa di fronte ai marosi, in un pensionato che ospita
sagome d’inutilità anagrafica dettata dal ricatto permanente
del libero-arbitrario mercato,
la madre degli ovvi presagi cresciuta in esercizio di speranza,
svillanata nelle ansie linfatiche dai demiurghi-demagoghi,
lentamente si sta spegnendo
anchilosata dalla rassegnazione, ignara di gengive tumefatte,
dei fatui sbiadòri della morte, di tonalità inafferrabili del viola,
del fremito ultimo di suo figlio che non potrà nemmeno piangere.
(E dire che aveva sempre – regolarmente – pagato le tasse).

29 agosto 1992

RIDONO OCCHI DI BAMBINI

ad Attila Jari Lorenzo, mio figlio, per i suoi 9 anni

Eccolo, il domatore!
Ha impugnato la sua frusta.
Il bicipite è lucidato.
Denti bianchi da immortalare.
Saranno fieri i nipoti.
Che avranno di che raccontare.
E forse un esempio da seguire.

Eccolo, il domatore!
Ben in posa sulla scena.
Alza il braccio a comando.
E si approssimano bestie sazie.
Che bramano di andare a dormire.
Ridono occhi di bambini.
Che non conoscono confini.

Eccolo, il domatore!
Si è già dato alla fuga.
Dietro le quinte gli hanno già sparato.
Ridono occhi di bambini.
Mentre raccolgono la frusta.
Per giocare coi cagnolini.
Che a gatto avevano abbaiato.

COS’È L’ANIMA IN CUI NON HO CREDUTO

(Per l’utile inventario)

Cos’è la vera, intima storia che mi appartiene,
quel quid che al senno fa uomo e sanziona
coscienza, che richiama la fronte ampia
di mio padre – che proprio di fronte mi stava –
e la terra e il vento e il gelo a peso di affanni
misurati – stanco e ancor più fremente –
le facce colte all’istante – e le facce voltate –
puntate e sfiorate – e a peso di anni misurate –
ricordate – e nell’anomia di nomi rivoltate –
le facce sfiorite – e mi portano paura del tempo –
le facce della mia vita una – e tanta,
per assilli e fortune cercate;

cos’è l’anima in cui non ho creduto,
il soffio lieve e l’angelo ubriaco di stelle
il sole rosso ammutolito e la luna catasole
la neve e il sangue e la corsa a naso chiuso
– col solo respiro del cuore –
l’olio verdeoliva che sul pane nero riluce
l’asina bizzarra fra gli smorti stracci americani
l’addomesticamento del muscolo nella pietraia
e quel silenzio sardonico del vulcano
il silenzio greve di folla sciamana
il silenzio il silenzio il silenzio…

cos’è il grande ascolto alla scuola delle parole,
il chiodo murato o che squarcia la tempia
la riva guadagnata e quel punto della ribalta
il respiro trattenuto e il bacio giovane serrato
– come gatti nei portoni –
il camino infuocato e l’inverno dietro la porta
la patata sotto la cenere e il vino dei risvegli
la serpe che atterrisce e il passero spaventato
la lucertola senza coda e l’animale inseguito
l’animale che si nasconde o che artiglia l’aria
l’animale che s’inabissa – s’inabissa sconsolato;

cos’è il passo dopo passo e l’ampia distesa,
la polvere sollevata e l’incenso deglutito
la polvere di zolfo e il diavolo nel golfo;
cos’è il cielo tarantolato e l’alcol denaturato
il tuono e la folgore – e la carcassa fra le mani;
cos’è l’urlo spiegato e quella ridda di voci
il morso avido dell’ansia e quell’ansa maledetta
l’esame sudato e l’esame truccato
l’esame al circo e da soldato;
cos’è l’imperativo che mi accompagna,
cos’è la vera, intima storia che mi appartiene
: cos’è – e c’è un’anima in cui non ho creduto?

NON MI TENEVO ALLE TUE ALI DI CERA

Il viaggio virtuale

E fu così che il nostro lungo viaggio
progettato sul guanciale di un’ora
nell’ora d’aria se vuoi estemporanea
sottratta a codici di eterne attese,

il nostro viaggio pensato viaggiando
– di già – sulle trasparenze ammiccanti
(fra i lucori e le ombre della controra)
della sottoveste naturale abito
che porti appeso di sapienza femina
sulle gemelle di latte che gemono
ai ben diversi baci che mai bastano,

il viaggio pronunciato a mezza voce
e mordendo lenzuola a cinque stelle
con – a rigore – fattura a tuo nome,

il viaggio e l’andare e il venire in fondo
– poi – per quale dove e per quale tempo
e per quali deserti e quanti ancora
di silenzi estremi e miraggi diafani
nella diaspora irrisolta del tuo io
costretto in limbi di promiscuità
nelle pomeridiane consuetudini
e in paradisi virtuali sepolti
– comunque – dai caroselli di sabbia
che cancellano anche il segno dell’urlo;

fu così – dunque – fu così che fu
il nostro lungo consumato viaggio
desiderio ultimo di condannati.

Preso da irrinunciabile stanchezza
non mi tenevo alle tue ali di cera.

14 novembre 1992

Olimpiadi

Sfilano le nazioni ad una ad una
con bandiere spiegate.
La Grecia apre la sfilata,
Marte ripone la spada
e la sua danza di sangue,
e Olimpia presta il suo eterno fuoco.
È festa
Milone il crotoniata,
atleta fra gli atleti
cui ispirarsi nel corso dei secoli
è ancora oppresso dall’adempimento
di un cruento presagio:
sarà il Crati deviato dal suo corso
a sommergere Sibari.
Per sempre.

Delirio, forse

Basta con questi viaggi alla deriva
alla stregua di un legno abbandonato,
come canne oscillanti ad ogni vento
si dicano parole che insensate
prosciughino i ricordi.
Questa somma di inutili memorie
ci rende ottusi schiavi di noi stessi,
del tempo che fu nostro,
degli spazi percorsi:
colline, mari, nevi sopra i monti,
città noiose con la stessa gente
arida e insulsa,
anche le altre da noi, femmine inquiete
con avido ventre e falso riso
incapaci di incontri veritieri,
facciano strada all’esule che passa
che più non cerca mete.

Un’isola si cerchi inesplorata
che all’animale nuovo dia ricetto,
isola senza impronte, senza storia
come questo mio cuore rinnovato,
stanco ma nuovo fino a quanto è dato
cui gli è grato il silenzio dei deserti
dai paesaggi immutati.
E si riprenda un canto inusitato
che sa di infanzia ignara
e di consapevole vecchiezza,
indistinto e plurale
a confondere ogni uomo
frastornato e smarrito in sogni vani.

Carezze

Da tempo non più carezze
avute o date, allietano le ore
che scorrono via aride e contratte.
Ancora ogni slancio si ottunde
in disperata stasi,
in pudori dovuti,
in simulata amara indifferenza.
Ma oggi un gatto da strada,
mentre seduto leggevo un giornale,
inaspettato mi è saltato in grembo,
ritornò quasi un’ancestrale intesa
ed innocente e tenera si estinse
la reciproca voglia di carezze.

Le lune

Trovo un messaggio sul telefonino:
“hai vinto cento lune” e non conosco
cosa vuol dire. So che da bambino
mi piaceva la luna che in cielo era.

Una è la luna, luminosa a sera
nel plenilunio e le ombre che creava
richiamavano i miti di una fiaba
quasi come una vita mai narrata.

Adesso ho vinto non so ancora cosa
la gioia non è gioia quando è ignorata
e resta vana voglia a quel bambino
la luna piena prendere con mano.

Apatia

Vivere come una dismessa cosa
senza chiedere niente e niente dare
in monotona assenza di emozioni
e tutto sembra aver stesso colore.

A volte il sorriso di un bambino
o il profumo sottile di una rosa
richiamano il senso di un amore
come la fiamma fioca di un lumino.

Inerzia

Si scioglie nell’inerzia
questo vivere in circolo concluso
come ostaggio racchiuso
dal tempo che in se stesso ripiega.
Aspetto un lungo viaggio per partire
che dissipi quanto mi rimane
di vecchie costumanze
e spezzi ogni metro di misura.
Questo nuovo affidarsi alla natura
è una vana ricerca di valori
forse ci tocca in ultimo smarrire
ogni memoria di ciò che è già stato.
Ma sempre lo smarrirsi in labirinti
orfani di ricordi
ti estranea dal reale e ti destina
ad un esilio privo di confini.

Evasione

La tua evasione resta ancora
esempio inimitabile
nei margini di un fantastico sognare.
Tutto s’involò nella corsa
dalle fittizie sbarre del tuo cuore
per sfuggire a un amore segnato,
e nuda senza destino, senza sorte
le mani aperte come ali dischiuse
ti perdi nel vuoto senza fine.
Dimentica, dimentica il tuo volo
mentre un futuro incerto si allontana
ed il presente è qua
nella prigione rassicurante
che ancora e da sempre ti aspetta.

Perdersi

Perdersi qualche volta è salutare
ma il ritrovarsi è sempre un grande errore:
torni alle cose usate,
al tedio cui occorre rassegnarsi,
al linguaggio banale e senza senso.
Prima era un verde di foglie intemerato
era una prora che fendeva l’acque
in paesaggi fantastici,
un estraniarsi che ti dava vita,
vita che sentivi reale in mezzo ai sogni:
un’evasione, un attimo di fuga
da questo quotidiano che ti annoia.

Inanità

È tardi e più nulla ti trattiene
nel giro stretto della consuetudine
di giorni uguali senza aspettative.
Una angoscia qualunque
senza sosta né sogni
ti aspetterà sempre dietro ogni angolo
e la tua usuale solitudine
chiuderà gli spiragli ad un sorriso
che a volte ti riempiva di speranza,
ora non più. Da tempo
nel tuo cuore dispera amore.

#

Il gorgoglìo nella piccola gola della
sorgente ammutolisce nel muschio
di quel buio sale lenta la piena
dell’acqua la costrizione del cerchio
murato ne arrotonda lo specchio e
la luce il bambino ne scalfisce
irrilevante lo schizzo il gesto del suo
piccolo sasso Ne scopre nel tonfo
la voce ne asseconda lo schianto
il palmo della mano segnato dalla
goccia sanguigna nello stupore
del suo essere al mondo battezzato
secondo natura nell’inamovibile
segno cruciale della prima esperienza.

#

Spessore di lontananza roccia
d’una muraglia inesplicabile
dove la rarefazione dell’aria
mi soffoca il respiro chiude
la valvola di sicurezza fabbrica
un’aiuola di fortuna sommessa
sommersa laddove franato
ogni fondo guardo al paese di
bengodi nello sbeffeggio
della ritirata quel suono della
tromba che chiude l’orario
della recluta e la caserma
è lontana rade l’uscio socchiuso
d’una camera oscura infiltra
un martello di pioggia sul piancito
dell’ingresso sguarnito batte
la sinfonia del diniego e della
guarnigione sparuta nel risico
d’un gomito fabbricato nella
città vecchia da mani mani mani
che strinsero la volta del cielo
in prigionia tortura delle lacrime
e del riso bambino che si perse
nel balbettio d’un canto di borgata.

#

In terra di nessuno ho inghirlandato
la lumaca dei fossi quella viscida
priva di casa nella scia lucente sulla
pietra del greto mi rimane l’unica
mia prova della sua esistenza in questo
vuoto pneumatico d’innesco preclusa
l’uscita nel suo margine cieco Asciutta
perimetria nel territorio assegnato
nata dalla soglia del nulla sopra un
confine consacrato muore nella
descrizione di un cerchio sezione
di un diagramma innominato lettera
per lettera schiodato in un soffio
di vento siderale affasciate stelle e pianeti
nel gorgo planetario il tracciato
rocambolesco della mia tabellina.

#

Da lontano identificami spartisci
anche per me la panella odorosa
di quel tempo fratello quell’alfabeto
materno che fu il segno del nostro
riconoscimento sulla terra levalo alto
nel nome che mi fu imposto dammi
esistenza spessore d’anima e carne
Che tutto sia soffocato nel chiuso
delle labbra non accettare in prestito
irresistibile l’assenso inconsolabile
dammi fiato e polmoni nel vascello
dei cieli l’azzurro aquilone che dibatte
nel vento la coda dei coriandoli ne
stringi nella mano il filo avvoltolato
lascialo che scompaia nella cesura
degli occhi dalla vista e s’allontani.

#

C’è una vela che appare al tramonto
vela subito spenta nel precipizio
della luce celeste fantasima di una
nave perduta grandi furono ondate
di riporto in quell’oceano sepolto
Tutto accadde sulla catena dei monti
ad occidente della mia finestra se
ne infransero i vetri e chiusi sono
gli infissi arrugginiti nelle cerniere
bloccate curvo il vento di bora ne
cimenta la cupa forza né pioggia
né grandine ne violerà la magia il
sedimento del pianto e della cupa
riviera del ciarpame ne confonde
l’insondabile abisso un precipitato
di massi ne ricolma le stive bianchi
come la sclerosi degli occhi che un
cieco nato tra imbalsamate palpebre
nasconde nel vano divario del giorno.

#

Hai acceso le fiaccole nel mio
sottopassaggio ne ho ravvisato
le patine del fuoco nel velluto
composto alle pareti lieve come
l’ala che pencola e non posa
nell’aria che si ferma e che ritocca
in lento assorbimento il gioco
delle piume E fu desta la luce
radiante che mise in fuga i ragni
e gli scorpioni nelle mobili ombre
del disagio gli esseri della notte e
dell’oscuro nelle mobili ostruzioni
Ma lasciala nell’ombra la farfalla
che ebbe sola accesso al labirinto
nel solco di quell’angolo racchiuso
fra le tende ha congiunto le ali.

#

Ora che taci acquisisco un paese
disabitato la roccia i sussulti del
mare un’aspra colonia penale di
forzati battuta dal tifone figlio
e scolaro della tempesta mi riparo
ombra ridotta nel fondo grigiore
della prigione stanza del sommerso
inappagabile oscurità fitti i veli
sontuosi della tenebra frontiera del
disinganno osservo dolorosa il
costo dell’incontro il tuo riandare
il fiorire e il levarsi dell’unica
fonda forza lavica dello smeraldo
se l’oceano ultima misura ed oblio
se l’affondo di un rovesciare nel
processo degli elementi è prova
indicibile del linguaggio del tutto.

#

Ora che s’appantana sotto la mia
finestra la fiumara del giorno
in curva mi sobbarco alla sdilinquita
misura del confine
nel fittizio sciacquio di corrosione
della roccia e del tufo vizio
della parlata riscossa la falda che
titilla liquida che piccona incalza
sommuove l’orizzonte occidentale
un balbettio sottotono l’asfissia
delle labbra la sarcitura della
ferita sbendata crosta sanguigna
che mi deforma un viso
acquasapone un capelluto scalpo.

Nell’osteria

“La luna no”, osava il pescatore
con iperboreo dire e aria pacchiana:
L’è la solita bala quotidiana”,
conclamava col suo stentoreo ardore
negando la conquista transumana.
E tra il fumo e il vino e le mezzette,
con la luce che si faceva fioca,
s’alzò tra gli avventori in voce roca
un imprecare di mezze calzette:
Ta sét mezz matt: i gh’è rivàt, sicúro!”
belavano le pecore in concerto.
Il pover’uomo, così messo al muro,
lasciò il grottino, ed il discorso aperto.

Contemporanea

L’uomo del mondo nostro
è di sé talmente sicuro
da esser pronto da mandare al muro:
troppe morti sospette,
troppe memorie neglette.
Pur le cose taciute,
le frasi non dette
son le bugie più grette.
Noi fummo nondimeno rose e spine,
e visioni di boschi e di marine.
Dimmi, perché ti turbi?
Forse che non lo sai
che il mondo è in mano ai furbi?

Crisi

Quando tutto va male,
quand’anche la politica
si volge in carnevale
e butta i frutti suoi
nel grande baccanale,
i primi ad essere sgozzati
non si diran dottori né avvocati:
saranno proprio i matti...
ed i poeti.

Sacro e profano

Come vuolsi nel mondo,
così anche nell’arte
il cerchio torna tondo:
dal virgineo mistico Fiore
alla merda d’artista
è tutto un blandir di colore.
E lo specchio interprete del mondo
riluce di santi e postribolanti,
e di postribolanti santi.

Osteria di paese

Volta a botte,
giocatori di carte.
Pochi.
Caffè e vino,
calici e chicchere.
Luce accesa.
Poca.
Banco con bottiglie
e macchina per il caffè.
Acquaio che sgocciola.
Poco.
Uno, sulla panca
del focolare,
legge notizie.
Poche.
Pochi han qualcosa da dire.
Gridano, a tratti,
i giocatori.
Qualcuno tossicchia.
Fumano pipe e toscani.
Occhieggiano un poco
la chellerina.

Sagra

Mai di per sé così fiera
posava elegantissima la fiera
nella gabbia angolare della fiera.
Non luci, non botti, non battiti d’impegno
di chi sparava ai fior del tirassegno
le fecero cambiare la postura
di belva austera che mette paura.
Se gl’importuni le si fan dappresso
rugge rotando il collo, ed il riflesso
lampo dei denti eburnei morde il vento
e bea gli astanti con il suo tormento.

Notte

La baùtta del cielo
non ha preferenze.
Campita da un velo
fra chiare apparenze
di stelle splendenti
richiama gli eventi
di quando, bambino:
“La luna nel pozzo”,
e alzandoti in alto
chiedevan: “La vedi?”
Ti vedo, mia luna,
che appari e scompari,
che t’atteggi a falce
e poi sei coltello
per splendere piena
in notti di sogno:
così io t’agogno,
nutrice del bello.

A mia madre

Cantavano a notte
gli strigidi del bosco.
Alta faceasi piena la luna
e tu, madre, t’abbuiavi in viso,
poiché la civetta che canta
lascia una pena,
ci toglie il paradiso.
Eri per noi più che trepida,
apprensiva.
Se talora uno strepito si udiva
salire dai cortili,
lasciavi stoffe e fili
e ad alta voce chiamavi i nostri nomi.
Furon di certo i numi,
che a ben voler m’avean per certi assiomi,
a salvarmi dal correre infocato
sotto una jeep guidata da un soldato.
Ed altre volte l’Angelo divino
benevolmente mi tolse d’impiccio.
Quel che tu non potevi divinare
lo fecero i Custodi,
ed io oso sperare
che pur pei figli dei tuoi figli
stian, per lor virtù, oggi a vegliare.

All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno abbascio vann'ncoppa e chilli che stanno 'ncoppa vann'bascio passann' tutti p'o stesso pertuso

Ci diamo da fare sul vasto mare
(l’ispettore non c’è, si è nascosto?).
Questa nave è una specie di avamposto
inutile, una verticale follia.

All'ordine Facite Ammuina: chilli che stann'a dritta vann'a sinistra e chili che stanno a sinistra vann'a dritta

Ammuina, ammuina, Garrubaldo s’avvicina.
Osserva compiaciuto il principe di Salina.

All'ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann'a poppa e chilli che stann'a poppa vann'a prora

Immobile come sempre il mare, l’ispettore
guadagna il ponte, noi bravi guaglioni siamo
partecipi, trepidi, ci diamo da fare.
Immobile come sempre si muove il mare.

La rossa veste nuova

Guarda che ti aspetto, ti aspetto da tanto tempo,
dice la magra ombra alla vedova corvina.
Ride il gatto tigrato lento nel mattino,
splende dalla gruccia la rossa veste nuova.

La calma rottura delle acque

Nel budello più vorticoso del canyon, che dirama
sempre più declinando nella desolazione terrosa,
nelle piaghe vermiglie spezzate da concrezioni
marine fossili sempre meno contorte, qualche
attuale conchiglia domestica, rettili
di transizione: (hanno strani occhi erettili,
mobili sull’orizzonte disteso, per quale difesa per
quale copulazione captiva?): quando
le pareti orride si accostano su precipizi
ottusi o smussi, rami secchi, addirittura
alcune rare piante grasse disseminate, partecipi
a poco a poco d’un evoluto popolo d’insetti
oncofagi, di parassiti: quando le aride
radici alla fine tentano la terra, la usano
more animalium oppure attraverso tenerissime
penetrazioni ventrali: (ella frema placidamente,
vasta e generosa, finge stupore mentre
si arrende): ed infine da quella le polluzioni
grasse, la folla di vermi di lucida funzione
vellicante, la calma rottura delle acque, i girini:

allora improvvisa quando la porca terra desiste
l’ultima pendenza e naufraga, in questa distesa
piaga verdissima abbiamo raccolto il campo, ucciso
i bisonti e le folaghe passeggiatrici, abbiamo
rivolto lo sguardo al canyon diseredato, dove
aveva forma il dolore, o: (almeno): la voglia migrativa.

I premi di Poesia propongono luoghi di difficile frequentazione

Aveva esternato alcune perplessità, alcune
presentazioni confuse di pericolo, addirittura
visioni panoramiche di una terra arida,
deserta di vento oppure di un chiosco di bibite
gelate: è opportuno, si chiedeva, accettare l’invito,
essere presente alla cerimonia ufficiale
di premiazione?: nonostante, salutò gli amici,
baciò la compagna di vasto seno e garrula
donazione, disse: non state in pensiero:

partì di primo mattino, per evitare la coda,
ma sulla strada non c’era nessuno, nessuna
macchina da viaggio o diporto, nessuna voce:
eppure guidava da ore per accedere al luogo
concordato, ma sulla pista non era cartello né segno
di luce, solo la stanza opaca d’una taverna calda, si fa
notte intanto sull’orizzonte finito, e: dove
si sarà cacciato?, si chiede la donna garrula
che libera il seno vasto al truce dispensatore di semi.

Anche i mediani attraversano momenti un po' così

Si tratta di sublimare, mi spieghi nella torrida
estate 06, una specie di fuga
ascensionale del sentimento, come il vapore
profumato del bricco di caffè: oppure
(sfoderi dopo la pausa la voce a serramanico)
la determinazione oscura, diversamente
ascensionale, del calciatore Pessotto.

GLOBI DI ALABASTRO

Globi di alabastro
aghi di pioggia
irrorano l’autunno.

ALBERO SPOGLIO

Morto l’albero spoglio
non germina fiore
non vitalizza foglia
non rinverdisce tempo
consunto in absence.

MALINCONIE LONTANE

Il ciel cinerino
la bruma
il passante incappucciato
oleografia di sempre.
Nel gheriglio avvoltolato
spasima l’Io
malinconie lontane.

FILETTA LA PIOGGIA

Filetta la pioggia
la foglia giallo-argentea
chiazza il sole
lo scugnizzo
in fuga con l’ombrello
vortica il cappello
arranca lo sciancato
il muso sull’asfalto
ride il bambino
dadà divertimento.

RÊVERIE

Spiaggia dell’autunno
spicchi di cristallo
assoluti silenzi
in lastre di universo.

ALLA LUNA

Nebula e silente
satelliti l’immenso
fabuli sorrisi
sospiri degli amanti.
Deserto la poesia
agli occhi miei
segnati
ti simuli frittata
dai bordi frastagliati.

CINIGIA

Una cinigia
ristagna il mio cuore
solingo
acquitrino melmoso
l’essere tutto
impantana
nella gora
del mondo.

FOGLIA D’AUTUNNO

Cartilagine frusciante
la foglia d’autunno
c
a
l
a
n
t
e
vogata dal vento
verso il chissà
dell’altrove.

OUVERTURE

Arazzi di vapori
sciabordano
il cielo
eclissa il sole
nebula la luna
gelano le stelle
Floralia
un sospeso di gemme.
Preludio
di fine imminente.

LUCCIOLA

Sola
vaga una lucciola
(o forse un’anima?)
tra i misteri
della notte.

Va senza mèta,
pare una stella
egra
alla ricerca
ansiosa
di non so che.

NOTTE SUL MARE

Magia di fulgida luna
ch’esalti nel cielo silente
le melodie del mare,
non offuscare quei lumi
(già li disperde la vita)
che fanno corona dall’ombra
a voci di sogni,
a voci di miti lontani.

Come fanciullo in estasi, vorrei
fra queste voci divagare lieto
in un’ora d’oblio.

PAESAGGIO

Lentamente, lassù, una ciminiera
fuma tra monti solitari e nubi;
laggiù, sulla scogliera,
dorme un castello e appare
come una cosa abbandonata e nuda.
E nella lontananza
solo una vela sta fra cielo e mare.

NEBBIA D'AUTUNNO

Sbuffi di nebbia svolano agitando
l’anima dell’autunno
su cimiteri di foglie rimasti
cosí deserti cosí nudi,
fra croci d’alberi nudi,
ad aspettare la neve.

Vanno per cieli smunti
anche pensieri fuggitivi come
scuri fantasmi di nubi.
E un desolante brivido
dà il mare, in quest’algida sera.

NEL TEMPIO

Richiamava a destini,
tralucendo da varchi, l’Infinito.
E mi sono perduto
tra gli spazi del tempio
raccolti
sulla preghiera.

Dalle penombre
ascoltavano i Santi.

Per sommi cieli mi sono sentito
mortale, una cosa da nulla,
umile passeggero
tra bagliori di polvere:
però voce di un’anima
librata nell’eterno.

PICCOLO PASSERO

(Passer Italiae)

Piccola creatura, approdata anche tu
libera ed ílare dagli estri della sorte
a quest’ardua avventura, ti solleciti
per un seme e un evento d’amore,
ma sempre accorta al naturale incombere
d’un artiglio repente o di mutabili
inganni, perché avverti che terrene
– insidiate su tutte le trincee
dell’esistenza – libertà e vita
si riscontrano giorno dopo giorno.

Qui, sulla Terra, anche la vita umana
se cade non è più che sentimento
di un’ombra che digrada nella sera.
E muta l’onda in questo inquieto mare
ad ogni istante, mutano i viventi
ed illusioni e realtà; per ogni
creatura che nasce, accorda un rapido
concerto le sue note di travagli
e di carezze, romba l’avventura
che assilla, e già rintocca la campana
della giostra sul giro che si chiude.

Anche per te s’illumina
l’occasione di compiere un effimero
girotondo eccitante negli oscuri
destini del pianeta che rigenera
inni di perfezione e di follia:
meravigliosa terra ed aria e mari
ove d’ansie e d’amore
il vivere ci prende, ove di eterno,
se ascende nello spirito, per l’uomo
è speranza la Croce.

PIANURA D'ESTATE

Piani deserti che non avete
stilla di pianto,
non può più uccidervi il sole.

Sta sulle larghe macchie
pace senz’anima.

Solo un arbusto che muore.

VELOCITÀ

Sei precipitato nel mio mattino
come un seme piccino –
che in poche lune –
ha rimboscato il bosco.

DEL TEMPO DEI POETI

Invidio ai poeti – del tempo –
la munificenza del tempo.
Una pianura di ore senza il rintocco –
usanza di scrivere al di là di restrizioni.

Per me – che più sfinita lotto –
nel disbrigo di dure incombenze –
per me – soltanto le ore della notte
che – disperata – al sonno scippo.

CIÒ CHE GIRA

Ciò che gira attorno all’uomo –
sempre buono è – se della Natura
s’intende lo scenario.

Ciò che gira dentro – per pochi
è – innocenza regale –
per tutti gli altri – soma bestiale.

LETTERA SIGILLATA

Tra la lettera e la mano
un palmo d’intarsio.

Mi tenta l’aprirla come –
dentro la siccità –
al capriolo tenta
il fosso della piana.

Là – refrigerio di – vita –
qua – una parola di – sole.

Ma più infocato l’insicuro celarsi:
cattura e morte – insulto e dolore.
Ahimè, come si genuflette alla notte
l’anima mia – e a lei – sigillata.

NATURA MATRIGNA

Di nessuno – la Natura – è matrigna.
Se a volte appare – indifferente –
sì è ché – in tristezza intenta –
a sbocciare il fiore che tu calpesti.

GENEROSITÀ E ORGOGLIO

Che sei generoso – lo so –
lo hanno detto – i gesti –
compiuti distanti – per me –
a me giunti – da te.

Ma la tua parola!
Autocrazia del fulmine –
imperiale orgoglio
al Divino Zeus sottratto.

TERRA MIA CANAVESANA

Non so come, improvvisa – più grande –
Terra mia Canavesana – senz’orli
o damaschi d’arie – punti di passaggio –
viva di boschi, prati – senza la – misura.

Ti concepivo conosciuta al di là dei silvestri –
tuo limite coesivo con me – sicurezza –
amata, abbracciata, carezzata – splendida
mia umida voglia o – meraviglia incantata.

Ora – che un bacio regale mi giunge
dall’altro tuo morbido estremo –
ora – fa tristezza la vastità –
distesa tua di luce che non intuivo

a scivolarti completa sotto il ciglio –
battito sontuoso – forse precario e pauroso –
forse – bello – traiettoria sinuosa –
interna ed esterna – Amata mia Terra!

L'UMANO

Quell’infinito di aromi –
il loro profumo di lilla –
un crescere accosto alle alture
o nel basso strato della terra.

Questo sentire umano è –
mortale – con sua fine – vero –
ma così bello che – ad ogni palpito
ti pare, del cielo, intravedere Dio.

ANIMA BRUTTA

Per quanto un’anima
si autodefinisca brutta –
per quanto creda esserlo –
per quanto lo sia –
viene un’ora –
nessuno sa quando né perché –
un sole piomba giù –
o un raggio – su essa –
tanto Onnipotente
da smarrirla e –
per un istante – abbellirla.

#

D’altronde il mistero
della loro sorte,
cruccio di chi rimane,
non si può
che congetturare.

#

Hanno cuore di tenebra
che la speranza
più non illumina

#

Li riveste la luce
della verità
o li copre
il nero manto del nulla?

#

Una seconda porta
ancora più salda
resta forse sbarrata
anche davanti a loro?

#

Crudele beffa
se anche ad essi
è negata la soluzione

#

Infittiscono il buio
le stesse domande

#

Vedono infine la luce
o persi in un buio ancora più fitto
precipitano nel nulla?

#

Dalle individue forme di vita
nuove entità rinascono al mistero

#

Vanno e rischiano di perdersi
in quella labirintica dimora
tra l’altro offuscata
da un’eterna nebbia

#

Hanno gli occhi abbagliati
dal fulgore della verità
o smarriti brancolano
nel buio più fitto
senza trovare via d’uscita?

#

Più che esilio
totale trasmigrazione
che nega ogni
possibile ritorno

#

Non prosecuzione
ma salto
in un’alterità totale
fortemente enigmatica

#

Quanto velocemente peraltro
corre il tempo
al suo annientamento

#

Il tempo ch’è scalzo
giunge di soppiatto
allo scadere

#

Un colpo di vento
un salto
nel precipizio

#

Fiammelle di candele
che con uno spegnitoio
una dopo l’altra
un impassibile sacrista
va smorzando

#

Tutte vi convergono le strade
da ogni parte
e per i più vari cammini

#

S’apre con un soffio
quella porta
ma si richiude alle spalle
con ferrea chiusura

#

Ha però una chiave d’oro
anche la poesia
per aprire quella porta

#

Essi ben sanno
che non è possibile
varcare a ritroso
quella soglia:
di là non s’apre
l’invisibile porta.

AMOR DI NATURA

Furtivi e noti rustici sentieri
frantumate frotte di compagni
animavano in momenti radi
e senza preavviso

incontro al sole che accarezza
e ai frutti che tentano.

Soste impreviste ai piedi
delle siepi imponevano
more e bacche che ardevano
il desiderio e placavano la sete.

Non paga la lieta brigata
si spandea nei campi
e ciascuno a modo suo
centrava il bersaglio,

e se la selvaggia incursione
non destava l’avaro zappator
frutti odorsaporiti sedavano
a turno l’ingorda curiosità.

E tra meli, peschi e ciliegi,
mandorli, vigna e peri
la fresca età dei bimbi
si radicava, e atto d’amore
inconsapevole s’elevava

al sole sereno

che tutto genera e largisce.

Altro tempo turbina
e sui beni della terra
cala il sipario dell’abbandono
ed il silenzio della morte:

lenta la natura svapora.

Unda amoris naturae AMOR DI COLOMBI

Sospesi sull’ali
d’aereo filo
incuranti alimentano
nel fondo dei loro occhi assorti
l’attesa che brucia.

Sfrecciano per strada
passanti frettolosi,
e nella corsa crepita
il desiderio acceso
di successo, gloria e ricchezza.

Ondeggiano al vento
i colombi assorti;
saldo è l’amore
e non scema l’ardore
di sempre volare
più alto

e da lunge ammiccare
all’uomo e alla donna
che pena si danno
a tutto volere
e mai la brama si placa.

Non temono aeree cadute
e che la passione
d’un tratto si dissolva;

culla nell’incerta
sospensione il loro felice
abbandono alla voluttà
che dura;

intanto che umane
insedate passioni
schermo non trovano
di facili premi e conquiste.

Dall’alto del laccio disteso
sorridono i colombi
alla vertigine umana

che su se stessa s’avvita

e richiude.

VITA FILANTE

Tesse una mano trame
sicure d’incerta ricchezza
tra filari e sostegni,
disperdendo fatica
inanellando attese

e le gocce imperlate,
se pio il dio la mano asterrà
dai colpi perversi e giusta pietà
per l’uomo dei campi avrà,
radice si fanno
di vivido oro e denso rubino.

Esile una mano sfiora
calici in fila,
e spose e commensali,
liete brigate e laureati,
assaporano, forti, attimi eterni;

tremante sbanda sulla tavola
la mano insicura dell’uomo
che attinge nel calice che si vuota
l’illusa attesa di bene:
scivola l’illusione e l’occhio stanco
più non adocchia il brillio del nettare
che ormai s’è fatto arsenico letale.

Ritorna la tela tramata
di desideri e attese
e se talvolta l’ago impazzito scuce
ben deve la rossa fatica
intridersi di vita e momento
perenne farsi a Dioniso,
premio carpito nell’arsura
del solstizio, al maturato refrigerio
dell’autunno consolatore.

E la tela si riapre.

IMPEDIMENTO

Le ho viste docili
al sole che declina
e solidali tra loro.

Ampio è lo spazio
ma lenti i passi
e misurati,

chè lacci evidenti
in congiunta addotta agonia
dispensano a tratti
e subito vanificano
l’illusione della fuga.

Sui loro passi
di docili pecorelle
ho scoperto l’inganno
dell’uomo astuto

e come per incanto
ci siam ritrovati fratelli,
noi tutti che tendiamo al piacere
e che sottili legacci
c’inchiodano al prato;

e mentre si placano
i morsi del ventre
anche si blocca
l’ardore della felicità,

e sulle zampe, impedite,
non più esili degli ovini
vacilla
la sorte mia e di tanti;

e l’ansia piena di bene
tarpata soccombe.

LAMENTO… ASCOLTATO?

Sulle esili voci oranti
delle anime già felici
irrompeva l’urlo sfrenato
di menti eccitate e perverse.

E di sangue umano
si abbeverava l’arena.

Celle, recessi e patiboli
compagni si son fatti
alle pene di uomini e donne
assetati d’amore e verità.

E l’hanno pagata col sangue
la voglia di essere liberi.

Affiorano ancora sull’onde
macchie di un nero che fu,
e che per tratti infiniti
ha popolato gli abissi del mare.

Ed uomini tristi e veri
erano dati alla morte e alla fatica.

Folle sterminate
di supposti diversi, immolati
ai capricci dei grandi
e potenti per forza,

follia di ieri e che oggi perdura.

E ancora una volta
rivoli di sangue umano
hanno macchiato la terra…

… e ci ostiniamo a pensare
che la meta si avvicini;
o non è piuttosto il grido
di lamento a farsi

sempre più flebile
e impotente: perché, Signore?

Tu taci, o forse parli e noi non udiamo;
si perde un soffio nella notte
dei tempi e s’unisce all’alito
che sussurrasti sulle acque
e che la vita creò;
spazzerà forse anche il male
che a fiotti zampilla dal cuore dell’uomo,
Caino dalla lingua venenosa,
e bestemmia perenne della tua testardaggine.

Aspettiamo, Signore, che il nostro
pentimento ci schiuda le orecchie
e ci doni il privilegio
di ritrovarti Padre.

RACCOGLIMENTO

Alla babele delle voci
ed all’urlio delle armi
contrapporre con vigore
il segreto del silenzio
la forza della preghiera:

e meno dura si fa la solitudine.

ALBERO

a Domenica Zanin

Ho visto
i tuoi rami
piegarsi
al peso della neve
spezzarsi
alla furia del vento
marcire
alla caduta della pioggia
inaridirsi
alla morsa del gelo
rinascere
alla carezza del sole.
Amico mio
tu che respiri
in sintonia
con la Natura
regalami sempre
la tua verde poesia
che è speranza
di vita
in un mondo suicida.

6 aprile 2006

IL POETA

a Mario Folliero

Il Poeta
è un eterno sognatore
che con le parole
gioca
a tutte le ore.

Il Poeta
guidato dal cuore
e dalla fantasia
crea
ogni sua poesia
dove rivela
a se stesso
e ai lettori
le speranze,
i sogni, gli amori
che lo fanno fantasticare,
soffrire, amare,
gioire.

Il Poeta
è un eterno sognatore
che con le parole
esprime
ciò che in segreto vuole.

19 ottobre 2006

La giornata della Memoria

Oggi
i nostri cuori
la Giornata della Memoria
celebrano
per non dimenticare
echi antichi
di un calvario
di pianti e di sofferenze
di torture e di violenze
di atrocità e di resistenze
di esecuzioni
di silenzi.

Oggi
i nostri cuori
trafitti dal filo spinato
della storia
rosari di lacrime e nostalgie
intrecciano
e nei campi dell’Olocausto
parole di speranza seminano
perché dalle vittime
dell’intolleranza e dell’odio
nazista
un futuro di sentimenti germogli

27 gennaio 2005

SOGNANO LE PAROLE

Sfumano
tra le ombre della sera
le voci dei giorno
e le parole
escono di scena
e su divani di nuvole
si stendono.

Per loro
abat-jour di stelle
accende il cielo
e nella notte che si consuma
sognano le parole
una vita fuori dal comune
sognano le parole
di entrare nel mito.

9 giugno 2005

Ai piccoli scolari di Beslan

Veli e veli di tristezza
rallentano oggi il respiro del tempo
e si smarrisce il cuore di tanti,
dipanando gomitoli di lacrime.

Kamikaze ceceni – uomini e donne –
nella scuola di Beslan in Ossezia
trasformato hanno festose voci di bimbi
in alfabeti di morte.

Ma nei giorni che verranno
humus perenne saranno
i banchi inceneriti nel grembo della terra
e dai corpi bruciati dei piccoli scolari
stelle germoglieranno che ogni notte,
nelle latitudini del cielo,
con la voce dell’anima
ninne-nanne canteranno
agli abitanti del villaggio globale
per dissolvere paure,
colorare ombre,
annullare solitudini,
ridare forma ai sogni ed alle speranze

15 settembre 2004

L’epifania del dolore

Asia del Sud-Est.
In principio
era l’Eden vacanziero
dei turisti del mondo intero
poi dal mare vene lo tsunami…
L’onda killer
incalza e dilaga
impazza
avvolge travolge sconvolge
e quando stremata si placa
Apocalisse è il nome
della strada tracciata.
Tra i superstiti tanti bambini
come uccellini caduti dal nido
stanno.
Hanno braccia aperte a carezze
occhi che frugano
tra brandelli di certezze
cuori che indugiano
su sembianze amate
su favole incantate.
Tutt’intorno
nella catarsi del fuoco
ogni vittima è cenere nel vento
e celebra la Terra
con un unico lamento
l’epifania del dolore.

27 dicembre 2004

DALLE MACERIE DELLE TWIN TOWERS

Dalle macerie delle Twin Towers,
fino a ieri solide braccia
tese verso il cielo,
oggi la Tivvù
senza sosta srotola
immagini di corpi
vestiti soltanto
di Morte,
di volti
resi irriconoscibili
dalle maschere
della paura e dell’odio,
di mani di ogni colore
che tra i detriti cercano
brandelli di ricordi
da seminare nel vento del futuro
perché non scenda mai l’oblio
su chi è stato allontanato
dal palcoscenico della vita.

11 settembre 2001

Quando l’Altro ci ama

ai bambini terremotati di San Giuliano di Puglia

Quando l’Altro ci ama
lievi come sogni
tra ricami di stelle
si dissolvono
i ricordi
di giorni amari
e con ali di speranza
il domani
cerca lembi di luce.

Quando l’Altro ci ama
si sublima il dolore
e l’orizzonte del cuore
si dilata
per far posto alla poesia
di mani
che s’intrecciano
e di labbra
dove fioriscono parole.

15 marzo 2003

SULLE “ROCCE VERDI” DI POSILLIPO

Sulle “Rocce verdi” di Posillipo
scrive ogni giorno il mare con le onde
storie di alghe, di meduse, di conchiglie
per me, per te, per i gabbiani
che con occhi intrisi di bagliori
e zampe ricoperte di spuma,
seguono il percorso del sole
che nell’eterno girotondo delle ore
nell’acqua cristallina, al tramonto
s’immerge, lasciando intorno a sé
incanti di misteriose prospettive.
Sulle “Rocce verdi” di Posillipo
scrive ogni notte il mare con le onde
storie di vento, di pesci, di lampare
per me, per te, per i gabbiani
che con occhi intrisi di salsedine
e orecchie in cui risuonano echi,
seguono l’itinerario della luna
che nella geografia del cielo si muove
per dissolversi all’alba nella liquida massa
dopo aver lasciato dietro di sé
atmosfere di trasognate nostalgie.
Ed è per tutto questo che oggi,
prigioniera di un’estate senza suggestioni,
ad occhi aperti sogno
per me, per te, per i gabbiani
storie vestite di sole e di luna
che domani il mare scriverà
sulle “Rocce verdi” di Posillipo.

Agosto 2004

UN ARCHETIPO DI VITA

a Nicola Boniello

Un’epifania di sentimenti,
azioni, eticità,
la tua storia passata.
Un rapporto tra valori,
significati, progetti,
la tua storia futura.
Una traiettoria
senza malinconie,
riposo, soste,
la tua storia presente
dove gesti, ritmi, parole,
si fissano
nelle griglie del quotidiano
mentre esplori
le misteriose profondità
della Natura per essere,
anche nella connotazione
bucòlica,
un archetipo di vita
per gli amici
di ieri e di oggi.

21 dicembre 1990

La notte il sogno la fuga

La notte e la fuga.

La mia, la tua notte.
Notte d’impudente fantasia.
Cambiano forme i corpi.
E l’acqua è poltiglia,
gelo, fuoco.

Notte.
Valle d’odori,
di solchi,
di semi.
Strano sapore
d’umide strette;
furtivo rubare al proibito
e corse al perduto
a desideri giganti
che scoppiano nel nulla.

Siamo creta?
Siamo carne?
Verde il mare dell’aria,
azzurri gli esseri
sul passo dell’immenso.
E trovi oceani,
caos di fiumi,
passioni intrecciate
sbocciate da brace di venti.

Ardono
svaniscono fuori di noi
le anime.

Vanno alle onde

Vanno alle onde
nude nell’incontro
la carne e la parola.

S’immergono i ragazzi
là dove trema la luna.
I bisbigli sono farfalle
mai viste volare nella notte.

Acqua d’autunno

Quest’acqua che scroscia
e che vince i nostri silenzi
che ci copre l’azzurro
e tutti i soli e le stelle che prima
ci scambiavamo d’oro e d’argento

quest’acqua che ci fa sentire
così vicini da far urtare respiro
contro respiro, a perle ci sfila
lacrime dagli occhi
non più lucenti di luna

quest’acqua d’autunno
così nuova che scioglie
grumi di sabbia
impantanati nello sguardo

quest’acqua muove l’anima
dall’uno verso l’altro senza sospetti
ed è canzone di maggio
cantata per sbaglio da novembre.

In morte del padre

Il cuore fermo nel sonno
e il corno all’impazzata
suona tra le terre
delle verze e del tabacco,
suona all’altro tempo
che aspettavi di vedere.

I grandi capi
dal potente Spirito
radunati picchiano i tamburi
su alte praterie.

Il canto della vita

Vedo sento molto in questa stagione
in cui tutto è sospeso.
Eco che s’allontana e torna
il canto della vita:
alimenta confonde l’anima
nella favola nuova che mi attende.
E sanguinano speranza le ferite.
Sempre ferito è chi ama.

Il pane della sera

Tu dimentichi
che s’incontrava Dio
quando il sole col rosso
c’incantava gli occhi

rispetto e timore
in formicolio di sangue
salutavamo il cielo
al tocco di campana

raddrizzavamo la schiena
curva sulla terra
da cui si prendeva
il pane della sera

pregare insieme
a labbra chiuse
era silenzio greve
che ci faceva pietre

ma a Lui
la mente s’orientava:
era seduto
sulla prima stella

le parole
camminavano col cuore.

Passaggio

Ora non sarà più il sole
a stupirci con vampate d’arsura
a prosciugare il fiato della brezza
che non sfiorava l’erba secca
tra gli interstizi delle pietre.
Scendono già agli archi vecchi
e sulle vigne i lamenti in cerchio
delle cornacchie, e i vivi rammentano
nomi di morti che l’afa narcotizzò
col non voluto sonno della dimenticanza.
Un vento che già conosciamo ci sveglia:
muove, scuote le corde del pensiero
legato al ceppo d’uno scoglio dove
lo consumava la pausa rovente
dell’estate. Ora la notte ondeggia.
Scende viva come mare che si desta
dalla siesta e si offre in sacrificio
a tempeste per riportarci interrotti
canti di sogni, che riprendiamo a tessere
sulla scia di tribù d’uccelli
mentre provano e riprovano partenze.
Ora incominciamo a rimettere
la luna, le stelle, ogni cosa al proprio
posto per interrogare a braccia aperte
il mistero della vita, per sapere
quando inizieranno i voli delle rondini,
e se i fichi lacrimeranno miele in abbondanza.

Terremoto

Improvvisamente perdemmo il cielo.
La terra si frantumò, sprofondò
fino a toccare l’inferno. Quella sera
di novembre la luna ci aveva arrossato
gli occhi. Il mare lo sentivamo appena
respirare. L’ultima carezza, mia cara,
(come a dirti spostati dall’oggi al domani)
te l’avevo posata sul collo.
Poi ci pietrificò il terrore.
Ci sparpagliò nella catastrofe.
Impigliati nel buio ascoltammo i lamenti
del trapasso. Sapemmo che la morte
mai risponde agli ultimi disperati
richiami della vita. Con quella lezione
nel cuore mescolammo lacrime e sangue,
polvere e sputo, pensieri e speranza.
Ma erano soltanto dei vivi
le stagioni da venire: l’oro delle messi,
il flusso denso del frantoio,
le orme delle mandrie al passo,
le paludi di sole. Qui avremmo
sciorinato i ricordi. E allora cominciò
un altro cammino: insieme un’altra
volta all’aspro odore dell’anima: non distrutto,
soltanto bruciacchiato dalle oscillazioni
del magma. E cercammo di domandarci
– tenendo ben chiuse le labbra – perché
l’incantesimo della vita non fa mai
dimenticare i morti, a cui un attimo prima
avremmo volentieri ceduto le nostre albe,
i nostri tramonti ancora intatti.

Ferma gli occhi

Ferma gli occhi
sul tempo del mio volto
e dimmi è mutata la vita?

Giornate di sole

Ancora una giornata di sole.
Godiamocela e non percuotermi
con rami di vento che fa ingresso
nella stagione dei pensieri;
non percuotermi col lenzuolo
spiegazzato d’una nuvola che fugge.
Non voglio sentire nella tua voce
aroma di tristezza che ti benda
gli occhi e lacrime che si agitano
nei tuoi gesti. Dammi parole senza
incrostazioni di tempo: lavale
nell’illusione che tutte siano giornate
di sole, stendile sulle mie labbra
col profumo delle ore che si rigenerano
e chiudono la porta al grido di quelle
che bussano al muro della penombra
e sono pietre.

FARFALLA

Conserva, mio piccino, nel profondo
il candore dei sogni, le parole
leggere che volano nel vento,

cattura la gioia discreta in fondo
all’onda del mare, come vuole
la legge dell’incanto: più di cento

carezze ti regala la farfalla
che trepida sopra il tuo cuore balla.

MEDICAMENTO FASULLO

Una frizione di foglie in volo,
con un pizzico di timo serpillo
e il canto della cincia che fugge

la minaccia della pioggia: mi scolo
un pensiero venale, adesso dillo
che ti manco, lo vedrai che ti sugge

il rimpianto, se canto come un folle
l’ardor trasognato in fa bemolle.

PENSIERI DELLO SPIONCELLO

È tutto così falso e ridicolo,
sentenzia lo spioncello tra i noccioli,
mentre si esercita nelle sue fughe,

fiutando come sempre il pericolo
di restar catturato dai laccioli
del sentimento, avvinto da lattughe,

lente nella crescita, ma tenaci
nell’accalappiare coi loro baci.

RICETTA

Fate bollire i carciofi mezz’ora
con erbe aromatiche, rilassando
la mente, quando togliete le spine:

cancellate l’amaro che riaffiora
dai ricordi, con cura registrando
la distanza che annulla le manfrine

di patate e cipolle dal profondo
del cuore che si ritrova giocondo.

IL MISFATTO

Il radicchio rosso dalla vergogna
si sente fregato nell’orticello
dei pensieri, preso per i fondelli

dalla sua dama che tanto l’agogna
per cuccarlo in un boccon, sul bello
del sermone, nell’onda dei fuscelli

che sentenziano, senza molto tatto,
l’ineluttabilità del misfatto.

AVELLANA

Tengo una nocciola nella tasca
che preservi l’erezione del cuore
nelle sere di nebbia sfilacciata,

quando nella tristezza tutto casca,
persino la speranza dell’amore
che si riduce nella sceneggiata

della pupattola che ti strapazza,
con l’onda del carnevale che impazza.

PREVEGGENZA

La pineta che costruisco con cura
forse proteggerà dal repentino
assalto di malinconia il mio cuore

cardiopatico se, nell’impostura
d’amori decantati, un tantino
mi sento bidonato nell’ardore,

quando la cincia, nascosta nel folto,
canta che sono il solito stolto…

PENSIERI DEL PORRO

È rimasto senza speranza il porro
solo nell’orto, con i suoi pensieri,
irrisi dal vento e da principesse

dei cornetti, adesso dice: “aborro
le fave e la torma dei faccendieri,
ma l’inganno della vita non resse

il mio cuore con giochi d’intrallazzo,
mi resta solo la parte del pazzo”…

CALICANTO

L’effluvio del calicantus stordisce
le fate appisolate sopra i rami,
in attesa del vento che sparpaglia

i pensieri: nell’incanto lenisce
le distanze, col gioco dei ricami
nel cielo che regala l’avvisaglia

della dolce stagione degli amori
che con cura strapazza tutti i cuori.

L’IMPREVISTO

Il cuculo beffardo da lontano
m’invita al riserbo negli ardori
silvestri: non strafare, per cautela

negli slanci e fughe, ma piano piano
assecondare il sogno, con i fiori
profumati, nelle braghe di tela,

che trepide s’adattano all’imprevisto,
anche a quello che non s’era mai visto…

SOGNO

T’accarezzavo e coprivo d’unguenti
il tuo corpo slanciato, t’imploravo
di non abbandonarmi, con gli occhi

luccicanti, tu ridevi nei venti
impetuosi e fuggivi: ti pregavo
di lasciarti amare, con i fiocchi

di neve che imbiancavano il paesaggio,
ma del destino restavi l’ostaggio.

TERAPIA

Lucertole, farfalle e cince more
sempre mi proteggono dall’assalto
della malinconia con un guizzo

che risveglia speranze dell’amore
tra gli steli dell’erba, nello smalto
del paesaggio fiorito e sdrammatizzo

l’ecatombe di pensieri furtivi,
che attestano che ancora siamo vivi…

FAVETTE

Fave, favette, ma come vi curo
nell’orto capricciosette, contento
se zappo e sorrido, ma pretendete

di tutto, con voi non son mai sicuro
dei sogni rarefatti: con la mente
alludete al torbido, con segrete

promesse, finte schiavette d’osmosi,
puntate sempre alla metempsicosi.

UN ANSIOLITICO

Una manciata di melissa al canto
dell’allocco, con tre semi d’alloro
in infusione nel profondo del cuore,

al primo colpo di vento: quel tanto
che basta a cancellare di straforo
il ricordo stonato di un amore

fasullo, che trascina controvento
la vanità d’un pensiero già spento.

PER TOGLIERE UNA SPINA

Scegli tre chicchi d’uva sultanina,
da dondolare all’altezza del cuore,
al passaggio della lepre nel bosco

di levante, poi togli quella spina
dai tuoi pensieri: tornerà l’ardore
dei sogni, con l’abbraccio nel fosco

fortilizio di tante negazioni,
giocando con cura alle rimozioni…

Più bella del sole

a Paola Toscano
che porta radici dell’Isola bella

Sicilia
spunti più bella del sole
l’onda ti cinge d’antico miraggio
pasci la greggia fra cespi di viole
dal picco zufola il bianco villaggio

E tu sai
d’ogni segreto passaggio
e ti porti nel cuore la tua prole
non fai le spole di vile servaggio
ma dai coraggio con strette parole

Ride sicura
la bruna fanciulla
canta la cruna melodie nostrane
storie di cuori al chiarore di luna

Figlia dell’onda
or muovi la fortuna
là dove tornano voci lontane
all’ombra che dolce si trastulla

Torino, 15 dicembre 2004, ore 22.10

Resti come un fiore

a Flora
recisa nel fiore della vita

L’argine
giunge sospinto dal pianto
torna la barca vestita di nero
in gola tace il piacere del canto
occulto resta il senso del mistero

Luceva
l’occhio tuo d’un lume santo
correvi più veloce del pensiero
l’oro tenevi nascosto nel manto
ignara dell’insidia entro il sentiero

Dolce mia Flora
resti come un fiore
cresciuto sull’altare per le feste
una fiamma tra nobili fiammelle

Ora
non ti dimentica l’amore
per te s’accende l’armonia celeste
ancor più bella tu sei fra le stelle

Torino, 22 ottobre 2004, ore 9.07

Non ti stupire

a Norina
perché non si dimentichi

Eri forse
la più bella del paese
per te spuntavano i giovani cuori
pronti a sfidare ciclopiche imprese
ma tu occultavi altrove i tuoi tesori

Forse per me
solo stavano tese
porte socchiuse fra dolci timori
non ti pungeva l’ombra delle attese
l’ansia ti punse di loschi signori

Allora
un velo coperse d’amore
l’orma segreta che torna nei sogni
e rivive nel cuore della vita

Tu
resti viva fra queste mie dita
fiammeggi ancora di gioia e dolore
che l’amore di me non si vergogni

Torino, 22 ottobre 2004, ore 9.15

Non più come un gioco

a Oliva
che non c’è più

Stanca
del nostro gioco sei partita
sparse sul banco restano le carte
restano sole al lume della vita
con te portasti le magie dell’arte

Ricordi
quando stringesti le dita
fra le mie dita là dove si parte
il giorno d’ogni più bella salita
dove il cuore si fa campo di marte

Non rivedrò mai più quel tuo sorriso
all’ombra d’una tenera promessa
né sognerò altre scommesse d’amore

Un vuoto hai lasciato nel mio cuore
l’oscurità si fa sempre più spessa
eppure ancora s’indora il tuo viso

Torino, 12 ottobre 2004, ore 17.55

Non calpestate la mia carena

a Paola Zuccolin
pittrice veneziana

Dolce mia terra
mi spunti nel cuore
ancor più dolce d’un raggio di sole
l’eco riprende gorgheggi d’amore
tra verdi prati fioriti di viole

Chioggia
rispunta nel primo chiarore
curva tra reti nel ventre di gole
tira la prora il vecchio pescatore
là dove a pioggia scendono le grole

Fra stormi
d’isole spunta San Marco
un sogno vivo per la mia barena
nobile troppo per gente di pesca

Fra cespugli
di sterpi resta un varco
là dorme ancora l’ultima carena
pronta m’aspetta la canna con l’esca

Torino, 2 ottobre 2004, ore 15.20

Pater noster

a Marcella Artusio Raspo,
Francesca Altavilla e Marco Chiari
che la scala prestano alla melodia dei cantici

Padre
che d’ogni segno
non ti sfugge il punto
ferma l’orbita del male
tieni la mano che spacca e distrugge
salva chi fugge l’incubo infernale

Non senti l’urlo
che d’antico rugge fra sterpi
noti al conteso crinale
non più fratelli per l’erba che mugge
si picchiano per un pugno di sale

Vitreo diventa
lo specchio del cuore
tace l’amore fra scosse di pianto
cessa lo schianto sul filo di morte

Triste destino
trafigge la sorte
fratelli contro fratelli
nel santo nome d’un Padre comune

Padre
cessent jurgia maligna
cessent lites

Libera
giri la giostra sul prato
gridino i bimbi sull’ali del vento
l’arco si curvi su d’ogni colore

A peste a fame a bello
libera nos Domine

Torino, 3 marzo 2006, ore 23.05

L'ultima notte

ai poeti
Massimiliano Irenze
e Alfredo Pugno che la poesia tentano
con le magie del frutto proibito

Stasera
dolce solitudine
mi riempi di tenerezza

L’eco
riporti nel canestro
della mia fanciullezza

L’incanto
di quelle stagioni
bruciate dal sole

Tanta gente
sparsa sui campi
tra cespugli di parole

Gigante
mi facevi
fra le torri della malaria

A sera
tu non c’eri favola nera
tra le faville del focolare

Sei comparsa poi
ma troppo tardi per dirti
quel che non posso dirti mai più

Torino, 31 dicembre 2001, ore 23.30

Rumore enfatico

Proprio non so che cosa convenga dire
A quelli che descrivono il silenzio
Come se lo udissero esprimersi.

Eppure talvolta ha un sottofondo,
Un rumore dovrei dire enfatico
Che supera le nostre aspettative.

Sembra quasi che il Paradiso parli,
Ombra per ombra, stupore per stupore,
Mentre la luce piano piano affonda. 

12 dicembre 2007

11

Se mal comune, si dice, è mezzo gaudio,
potremo solo consolarci con l’idea
che qui non siamo i soli sfortunati
destinati a disgregarsi nelle fosse
con gli elettroni e gli atomi che scappano
d’ogni parte dalle nostre carogne
come i vermi davanti al terremoto
per andare a divorare in pace
altre carogne; di gran lunga più tragica
è la sorte dell’intero universo,
perfino delle stelle, queste nostre
care stelle che a detta degli astrologi
son sempre state stabilmente fisse
ed invece con ritmo inesorabile
si raffreddano e si spengono del tutto
o implodono lasciando buchi neri,
le orrende cicatrici del Creato;
oppure esplodono misteriosamente
come una bomba lanciando nello spazio
selvagge schegge, meteoriti che imperversano
per tutto l’universo e poi si sbriciolano
lasciando infine un pulviscolo cosmico
sempre più fine, sempre più rarefatto,
che a poco a poco andrà disperdendosi
nel profondo degli spazi siderali.

12

Ma anche qui da noi sulla Terra,
che pur piccola agli ingenui mortali
è sempre parsa solida e compatta,
la situazione non è certo migliore:
anche le più grandi montagne
a poco a poco si sgretolano e crollano
in grandi distese di sassi
e di deserti; anche i fiumi, che sempre
sono scesi fatalmente a valle
disperdendo le loro molecole
in un mare infinito di acqua,
non possono certo risalire
fino alle sorgenti natie
pur sentendone struggente nostalgia;
anche l’acqua che evapora dai mari
si disperde pian piano nello Spazio
e lascerà la Terra seccarsi
come la luna; tutto insomma si degrada
scivolando fatalmente verso il basso
e perdendo sempre più energia,
finché raggiunge lo Zero Assoluto,
il Freddo Eterno, la Non-Esistenza,
e non c’è niente da fare: è l’Entropia.

13

A che serve dunque progettare
di emigrare lontano anni luce
con le più sofisticate astronavi
in cerca di pianeti più ospitali
che per caso o per strana fortuna
non siano ancora già morti,
sperando così di allontanare
la nostra fine e quella del cosmo
dall’orribile Zero Assoluto?
Cerchiamo d’accettare questa sorte
fraternamente convivendo a denti stretti
col Male che ci imbeve anima e carne;
lasciamo pure che cattivi e bruti
s’ammazzino fra loro affogando
nel proprio sangue, sopportiamo anche
la nostra stessa morte sperando
di non venire crudelmente impalati
com’è uso tra i feroci Mamelucchi,
un supplizio che ogni povero del mondo
presto o tardi vorrà darci per invidia
o fame nera, mentre noi gozzovigliamo
con belle donne, vini, e altre leccòrnie.
Facciamo dunque i debiti scongiuri
e speriamo di morire in pace
a causa d’una grande abbuffata
o per via d’un sano cancro alla prostata,
ma se possibile nel nostro stesso letto
ammazzati dal Sistema Sanitario
o dai figli diletti, che speriamo
con una siringata di morfina
ci diano la sospirata eutanasia
tenendoci amorosamente per mano.

9

Dovremo dunque fare buon viso
chissà per quanto tempo ancora
a questa nostra triste condizione
di nati senza neanche la speranza
di rivedere in qualche gaio Aldilà
i vecchi amici, i fratelli, i compari,
le nostre mamme, i nonni, i vecchi zii;
probabilmente non saremo capaci
di salvare neppure il nostro Io
dall’orrenda e per noi inconcepibile
estinzione: l’Entropia è attaccaticcia
come la Morte incarnata nelle cellule
e potrebbe disgregare anche l’anima,
che seppure fatta di molecole
un po’ spirituali sembra stare
pervicacemente attaccata
a tutte le molecole del corpo
abbrancandole in modo indissolubile.
Scordiamoci dunque la favola
della Resurrezione della Carne,
scordiamoci l’idea consolatoria
di stare alla fine dei secoli
tutti insieme intorno a un bel Vecchione
assiso in trono, ognuno col suo corpo
bello o brutto ma di carne ed ossa
e con l’Io individuale che gli spetta
fin da quando poverino è nato:
anche lui sarà senza rimedio
marcito nelle fosse, avrà lasciato
da gran tempo solo gli ossi spolpati
e poi neanche più quelli: solo polvere
com’era stato da sempre annunciato.

10

Ebbene, adesso che avete assaggiato
il frutto amaro della Conoscenza
e vi siete calati nei più ardui
e impenetrabili misteri del mondo
restandone forse fulminati,
vi resta almeno la soddisfazione
di scacciare dal vostro capezzale
il bugiardo che volesse consolarvi
con preci ed olio santo della vostra
ineluttabile dipartita convincendovi
a scordare questa valle di lacrime
(ove in fondo non si sta così male)
e a lasciare i vostri beni alla Chiesa
invece che ai parenti-serpenti,
che non aspettano altro per sbranarsi
che di chiudervi gli occhi nella bara
spendendo solo qualche fiore di plastica.

8

Per mantenere l’Ordine, si sa,
occorre ad ogni cosa della Terra
una certa quantità di energia,
ma chi la può fornire, tutta gratis,
se non il Padreterno? Infatti Lui
di questa cosa non s’è dimenticato,
ma anzi ha puntualmente programmato
la cessazione della sua erogazione
dopo un congruo numero di anni,
quando a un certo punto fosse stufo
di star dietro alle nostre petulanti
pretese e recriminazioni.
Ora tutta la gente sta aspettando
con un po’ d’ansia (ci sembra naturale)
che l’universo abbia compiuto il tempo
e si sia spento come una candela;
ma seppure una volta Qualcuno
col suo gran Soffio aveva illuminato
le nostre menti affinché conoscessero
la Verità, noi ancora non abbiamo
alcuna idea di come sarà dopo,
e seppure un “Dopo” ci sarà
per quest’anima così corruttibile
avuta in sorte, che essendo da Dio
“caval donato” sarebbe disdicevole
guardare in bocca per recriminare.

7

Non è molto complicata da spiegare
questa pur mostruosa Entropia:
ogni cosa ch’abbia un Ordine interno
sta in piedi soltanto per la forza
un po’ precaria che lega fra loro
atomi e molecole riottose;
è dunque Ordine raro e delicato,
seppure non si sa da Chi inventato,
si sa solo per certo che esso,
per quella legge che i dotti metafisici
chiamano rassegnati “Entropia”,
è destinato fatalmente a disgregarsi
perdendo sempre più la sua preziosa
energia: per un fatto misterioso
ogni atomo perde presto o tardi
la sua forza, ed allora è fatale
che molli la sua presa dal fittizio
agglomerato di molecole compagne
restando per un po’ allo sbando in aria
e poi lasci la Terra al suo destino
per i lontani spazi siderali
finché anche il più piccolo moto
dei suoi stanchi elettroni si arresti
per il freddo terribile del Cosmo
arrivato allo Zero Assoluto.

Itaca

L’approdo sull’Itaca sognata
è la morte d’Argo e di Laerte,
la strage dei Proci,
la reggia depredata.
Sull’Itaca sognata
Ulisse, mendico sconosciuto.
Israele senza quiete d’asilo.

Caos

Caos, caos
Misterioso, oscuro
come il cielo senza luna
e brivido di stelle.
Per l’universo vai con occhi d’Argo
e mano di folgore.
Colpisci, disintegri
mondi stupidi e muti.
Come foglie d’autunno,
tristemente aggruppate
per morire insieme,
raccogli i resti sul nudo del tuo seno.
Un brivido bianco
sul palpito dell’onda.
Nuova innocenza, nuovo amore.
Baciato d’alba il nudo del tuo seno,
il brivido bianco sulla pelle nuda,
la mia pelle nuda.
Dal tuo seno le Esperidi
radiose di pomi.
Caos, caos
ho sete e paura,
(Sibila il vento
su bianca, ardita nudità di voce)
sete e paura,
(Crollano muri)
paura sulla via deserta
sete e paura,
paura di chiamarti Dio.

more di gelso

Come rubini
si offrono al mio sguardo,
dolci e succose
alla mia sete.

Un turbamento dal mitico ricordo.

Quel giorno divennero vermiglie
col sangue, di Tisbe e Priamo, innocente.

Non voltarti

Non voltarti indietro.
Siamo il tempo
nel fiume e nel vento,
lampo d’un vasto mistero.
Non solca universi
l’immobile volto,
il muro del pianto
senza rami d’ulivo,
la parola nel sarcasmo dell’essere
senza lampi di sfida.
Guizza Pegaso
dal sangue di Medusa.

Tra i rovi del dubbio

Senza voce parlano i silenzi,
senza voce, nel patio abbandonato,
i frammenti dell’angelo caduto.
Furono palpiti di vita
o, sempre, marmoree forme?
C’incontrammo, c’incontriamo,
c’incontreremo, ancora,
dismemori e mutevoli,
nel cerchio ossessivo del ritorno
o siamo incrociate dissolvenze
senza prima né poi, protesi all’assoluto
che in parvenza di luce si nasconde
sotto parvenza d’ombra?
Tra i rovi del dubbio
desidero e temo l’infinito.
L’infinito non concede ritorni.
Inganna Orfeo
col desiderio ardente d’Euridice.

Cupo silenzio

Cupo silenzio
sul figlio crocifisso,
sul kamikaze, quasi fanciullo
vittima d’oscuri sacrifici,
sul giovane semita nel delirio del fuoco.
Al pianto della madre
rispondono le spine,
bibliche scene di strazio e di morte
bocche fameliche d’acqua e di pane.
La terra dei padri
è un’epopea di fuga
con turbine di vento ad ogni sponda
quel “seguir virtute e conoscenza”
su bocca fraudolenta semina inganni,
nuova odissea per ogni vinto.
Libertà – Libertà
sul filo spinato crocefissa.

Eri il fratello

Non eri il nemico
con occhi sbarrati
sul cielo del Golfo.
Eri il fratello
disteso sull’arida sabbia.
A lungo ti chiesi perdono
fra lampi e fragori di guerra,
ti strinsi al mio petto
fra gridi di morte.
Un breve sorriso tremò sul tuo labbro
Innocente.

La piccola lucerna

Cammino pensierosa nella notte.
La paura del vento mi accompagna:
quello improvviso
che devasta i fiori,
strappa le foglie
con alito di ghiaccio.
Accosto al cuore la piccola lucerna
e la proteggo con devota mano.

Nel buio

Nel buio che s’azzurra
l’eco festosa del tuo riso.
Gli occhi brillano sull’ovale di giglio,
i capelli al vento della gioia.
Persa nel tuo sguardo
la parola tace.
Non osa sfiorarti il mio respiro.
Diventi il bacio del sole sulla mano,
la timida viola dentro il vaso,
il prato, dove l’anima con te,
figlia riposa.

Libertà

Libertà – Libertà.
S’arrossano i vessilli,
impazzano i tamburi,
nuovi steccati di menzogne,
d’odio, di paura.
L’albatro s’impiglia nell’antenna,
s’agita e cade.

Rione Sant’Angelo

Giorno d’agosto.
Rione Sant’Angelo è deserto.
Muta la chiesa, secca la fontana.
Sulla cima del sogno
svetta il campanile,
palpita dell’acqua lo zampillo
nel cavo delle mani antiche
e intenerisce il labbro.
Calabroni volano ronzando
nella conca di pietra.
Un cane fruga nei rifiuti.

Sui vetri

Sui vetri appannati d’un balcone,
un bimbo disegna il sole
con tanta tenerezza.
Uno dei raggi tocca, quasi, terra.
La radio parla di morti
a colpi di lupara.
Sul vetro rimane il lungo raggio
quale ferita aperta nella nebbia.

La falce della luna

Ci rapiva la falce della luna
crescente di baci sulle nostre labbra.
Nel silenzio dell’orto
colsi lo stupore dell’inizio,
negli occhi tuoi la gioia
danzando, bianchi di luna,
sulle spiagge che videro sirene
e pesci in amore.
Un deserto di sabbia ci cattura
con inganno sottile.
Luna rossa, stanotte, sopra il mare.

Tuffate in Arno

Tuffate in Arno
ondeggiano le case.
Silenzio nell’umido mattino.
Giunge all’orecchio
un battito sommerso.
La scia dello sguardo si dilegua
con un battito d’acqua
oltre l’antico ponte.

Finestre illuminate

Finestre illuminate
frantumano con occhi di topazio
il buio della sera.
La sera accarezza i vetri
con farfalle di neve.
Tu, perso nel giro di faville e fumo,
non vedi questa bianca danza
posarsi lieve sopra il davanzale.

Naturalità

Nel magico rituale dei randagi
dolce il guaire degli accoppiamenti.
Violenza che la notte benedice
con rugiada di cielo
nella sacertà delle strade,
sotto i balconi sfumati di luce.
(Abbracciar forte il Mondo,
soffocarlo d’Amore).

Savana

Fra crepe di pantani
residui, a filigrana
di stremati rigagnoli…
Come un gioco (immutabile)
a perdifiato lo scampo nel correre
la furia nell’uccidere:
nel verde vivo, brillante di piogge
l’urlo fantasma, nudo.

Eternità

Muraglie dai colori
di pietre antiche
(per giochi di pensieri)
rammentano chiarori
del Foro, dell’Acropoli.

         Binario di formiche
         lungo, costante – pare abbiano fretta –
         nel brivido muschiato delle pietre,
         intente – forse – alle proprie Piramidi.

Il poeta

A sera – quando le stelle la luna
splendono come bussola sul mare
ed il canto del grillo
sul filo delle parole s’impiglia –
più lieve della balsa, come cielo
sulle vibrisse di Eolo,
con tremito di lucciola
nel disincanto di sparute siepi
o nel planar disperato sull’onda
grigia di procellaria,
del cuore, delle cose,
snocciola il sillabario.

Insonnia

Rade delle zanzare le picchiate.
Afosa quiete pallida di nebbie.
Delle rufole tace il seghettìo.
Tra le stelle, nel folto delle mura
la mezzaluna enuncia corollari;
sublima le parole della notte.
Permane sulla battima del cuore
il sobbalzo fanciullo,
e la memoria sul filo dell’anima
– come l’orafo –
prova, riprova variabili
sottovoce.

Flash nella savana

Balzi convulsi fra i rami oscillanti
su vorticosi cerchi di felini
ed un filo invisibile di urla
che l’aria della Savana
tende appena
nell’arco del tumulto!

Hanno ucciso un cane

Sul marciapiede l’estrema percossa.
All’azzurro, alle strade,
a tutto quanto dell’uomo gli occhi
sbarrati ancora…, fissi come un indice.
         Addio sassate di monelli, fughe
         da crepacuore… Le attese serali
         dall’acre odor di fresche mattazioni
         festini interminabili
         dinanzi alle vistose
         e grasse beccherìe,
         e le abbuffate non dette pattumi
         dalla plastica
         indistruttibile.
         Addio muta di randagi
         dai rituali accoppiamenti…
         La carezza sperata
         d’un padrone mai avuto
         è questa del selciato.

Flash nella giungla

In una nuvola
di vita e di morte
per meridiani prestabiliti
stagioni costanti
con fiuto di pantera
pronta
decisa
improvvisa appare
e la preda
solo un momento
di cielo
di terra
tra il rosso orizzonte
e la luna sorgente!

ALLA FINESTRA

Lembo di cielo
distesa di mare
a lato colline ondulate.

Si resta alla finestra
a spaziare un pezzetto d’infinito
e i suoi misteri
mentre il tempo
ci consuma la vita.

CREPUSCOLO

Preme sui tetti la sera
invade di quiete le stanze.

Lampade spente
sui segreti del cuore:
gesti, parole, pensieri
raccolti su morbide piume.
Tra palpebre chiuse
si accende la luce dei sogni.

Calpestii e brusii:
più non tace la notte
inciampa nell’alba che sorge.

Si schiudono gli occhi.

ARMONIE TRA GLI ULIVI

In certi mattini
la brezza gitana
dilaga sulla collina
disfiora gli ulivi.

Tra le chiome
vibrano suoni:
arpe liuti violini.

Armonie sul cammino
di passate stagioni
su tracciati di note
disseminati.

MAGIA

Armonia intorno si espande
discioglie un’emozione grande
solletica i sensi
sale a toccare il cielo.

Tra le mani
lembi di stelle
falce di luna
scaglie di nubi sfrangiate.

Danze al ritmo del cuore
girano vorticose.

QUASI UN MANTRA

Un canto
di voci sospese
affiora
da un vento lontano.

Essenze di trame celesti
su tracciati di luce
su sentieri di pace
smarriti.

ANTICHI SENTIERI

Sfuma l’estate
e già svola nell’aria settembre.

S’incammina la memoria
su sentieri di antichi percorsi
sui sorrisi avari di paese
ai davanzali di gerani appesi
ai giardini di rose e viole
che copiose spuntavano
nel sole dei mattini.

Si alzano echi
impressi nel tempo:
catene di anni.

Informi pensieri
gioie e dolori
di giorni mai scordati
trattenuti ai fili della vita.
Nostalgie passate guidano
l’approdo ai piedi degli ulivi
ancorati alla quiete dei sassi
dove ritrovo le mie radici.

ULIVI DEL MIO PAESE

È il mio paese
terra di maestosi ulivi
aggrappati a radici antiche
disseminati su piane
strappate ai dirupi
su muri sghembi.

Al passare del vento
s’inargentano al sole
s’annerano a sera
tra ferite di fronde recise.

A novembre gravidi di drupe
richiamano mani laboriose
pazienti riti contadini
a stendere reti
a cogliere frutti:
oro della collina.

IL TEMPO

La distanza strema il pensiero
che s’adagia su sentieri di sale
approda alla bianca casa
dove permane lo sguardo sul domani
dove sbocciano silenzi
interrotti dai rintocchi
di una campana di paese
a scandire stagioni.

Porterà lacrime il cielo
e vento freddo si poserà
sui segreti difesi
serbati su pagine bianche
fra sottese parole.
Velata malinconia
assopita tra sepolte memorie
storie mai dimenticate
aggrappate alle pareti del cuore.

DAL MARE ALLA COLLINA

… e torno a salire sul colle
fra l’argento degli ulivi
nei giardini fioriti
e gli orti chiusi
tra le vigne assolate

alla quiete delle case
alla vita di paese

torno
con passi di bambina
sull’antico sentiero
alle immagini velate
della favola smarrita.

ORA GUARDO CON I TUOI OCCHI

Ma dove sei andato a pescare
due perle così incredibilmente azzurre
         Robertino?
Forse nei più insondabili abissi
marini o in qualche lembo irraggiungibile
di cielo? Con i tuoi limpidi occhi
innocenti scopri ogni giorno il mondo.
Ed io con te. Osservalo bene a fondo
e definisci presto e bene la tua vera
natura di uomo. Non diventare mai
         – te ne prego –
come certi soggetti di mia conoscenza:
narcisi falsi e bugiardi
pagliacci travestiti da uomini.
Un bimbo sa spostare le montagne.
Non ne è capace un uomo.

ASCOLTANDO ALBINONI

Assorta estraniata
in ampie sfere celesti
mi sento trasportata.
Tra i suoni dei violini
e dell’organo librata
in altezza. Dopo l’ascolto – rapimento
sorge in me un convincimento:
che alle soglie del Paradiso
maestosamente struggenti
risuonino perenni
le note del suo divino “ADAGIO”.

VERSO PIAZZALE LORETO

La lunga passeggiata sottobraccio
verso Piazzale Loreto
seguendo le file di lampioni
         illuminati
è dolce indelebile ricordo
del nostro più recente incontro
– verso il tramonto a settembre –.

Se riesco a sopravvivere
– nonostante la lontananza –
lo devo a quegli istanti
distanti e presenti
che rivivo da sola
con la tua immagine
che inonda mente e cuore.

L'ISOLA MERAVIGLIOSA

Non voglio che il mio amore sia triste.
Non gli lascerò più attraversare
lagune d’ansia malinconiche
paludi di solitudine
– per assenza d’amore vero –,
squallidi viali d’alberi spogli.
Approderemo insieme
su un’isola meravigliosa
dove solo pace e reciproca
comprensione ci regaleranno
gioia. Lo guarderò riposare
sereno accanto a me
e m’immergerò nei suoi sogni.
In quella dimensione ultra-sensibile
nessun risveglio sarà mai
più vanamente triste per lui.

GUIDARE L’AMORE

Guidare l’amore
verso sentieri di luce
accendere fari
contro la notte scura.

Farsi prestare dal cielo
carovane di stelle
che arderanno come
inesauribili fiammelle.

Non lasciarsi influenzare
da banali consuetudini
l’amore è soprattutto
         un sentimento
un accadimento speciale
una rara irripetibile magìa.

PIÙ LUCE TU

Non vivo di luce riflessa: forse
m’illudo di possedere un chiarore
interiore tale che mi consenta
d’illuminarmi autonomamente
la strada. Ciò non toglie
che quando m’imbatto
sulla Terra in corpi celesti
che racchiudono la luce di mille
lune piene e cento metèore
mi lascio dolcemente
e passivamente illuminare
con gratitudine soddisfazione.
È il caso tuo – creatura ultraterrena –
che prodigiosamente
in pochi mesi e da lontano
hai emanato verso di me
una tale luce che nessuno
prima in anni di vita
era riuscito a sprigionare.
Te ne sono grata soprattutto
perché non hai chiesto nulla in cambio.
Splendida luce inebriante
nuova ragione di esistenza
e punto di riferimento
della mia arte a te dedico
questi estivi versi stellari.

INNO ALLA GIOIA

Schiller e Beethoven: parole
e musica da due geni intrecciate
per un inno dedicato
ad un’emozione misconosciuta:
     la gioia.
Diverse le motivazioni:
per Schiller l’euforia
della riconquistata libertà
per me della perduta
libertà sentimentale.
Da tempo m’ero convinta
– quasi rassegnata – che l’arte
solamente potesse donare gioia
     inesprimibile
da quando ti sei affacciato
– improvviso inatteso – alla mia vita
la tua esuberante gioia
mi ha contagiata.
Più parsimoniosa io
cerco di dosarla giorno per giorno
perché non si volatilizzi
     tra le dita.
Ho fatto appello al raziocinio
che solitamente interviene
prontamente al mio SOS.
Tutto inutile. A questo punto
sono io che non voglio
lasciarlo più avanzare.
Desidero che sia sconfitto
     dalla gioia
quella che solo tu sai liberare
giovane uomo dagli occhi che ridono
e talvolta tanto s’illuminano
che lampeggiano lasciando
nell’aria arcano sentore
     di stelle.

FREQUENTAZIONE

A Ferruccio Masci

“L’uno all’altro nulla tolse mai:
dolce per questo, lontananza!
Vi bacio oltre la distanza di cento
e cento verste tra di noi…”
Così poetava Marina per Mandel’stam.
Analoga intonazione le ispirò Majakovskij.
“Arcangelo dal passo grave
ave – nei secoli – Vladimir!”
Similmente regalò versi ad altri
poeti russi del suo tempo. Non ci fu mai
meschina rivalità artistica,
invidia professionale tra di loro.
Si stimarono e compresero a vicenda.
Il messaggio fu sempre alto
tenero e perso… diffuso oltre
i confini dell’universo.
Ah poter ricreare oggi
la magica idilliaca atmosfera
che aleggiava allora tra i poeti
della vasta Russia – “emigranti del Regno
dei Cieli e del paradiso terrestre
della natura” – la deliziosa intesa.
Riecheggiando la Cvetaeva:
“Salve Ferruccio – scrivo oggi io –
mio attuale paladino
raffinato avvocato difensore
tu che – non conoscendomi – hai difeso
la mia poesia e la sua modernità
dall’anacronistica cultura
contemporanea definendomi
“poetessa dell’oggi”. Che chiedere
di più al mio buon Dio? Non posso
che sentirmi onorata
per essere stata analizzata
da un critico eccezionale come te
ma anche affascinata dal tuo stile.
Mi dicesti un giorno di avere una certa
“frequentazione” con la mia poesia.
Giusto. Più di una volta ne hai scritto
e con tale carica creativa
e partecipazione umana da sbalordire.
Ma quel termine “frequentazione”
– riferito ai miei versi – ha fatto
sussultare la mia anima
producendo vibrazioni e risonanze
cosmiche. Mi ha fatto pensare a metafisica
complicità, fraterna assiduità d’anima,
indicibile comunione artistica.
Ho immaginato, visualizzato che tu
ogni giorno leggessi almeno una
delle mie poesie. Mi sento
più che mai Marina. Prendo tra le mani
la monografia e osservo il tuo nome
sotto il mio. È stampato
con caratteri minori. Ma ho il fondato
presentimento che il tuo nome
Ferruccio – uomo di ferro ma di ferro
dolce – verrà quanto prima trasportato
da mano invisibile a caratteri
cubitali nel firmamento
– e sarà il suo posto giusto –
e la tua fama di brillante autore
teatrale poeta e critico creativo s’immillerà nel millennio.

BOLLETTINO DEL MARE

Mare di Corsica e di Sardegna
venti variabili forza tre.
Visibilità in diminuzione.

Il paralume è rosa,
il copriletto di trina.

Ionio meridionale e settentrionale
venti da Est forza quattro.
Burrasche in corso.

La tappezzeria francese
ha piccoli trifogli verdi e azzurri.

Nel Canale di Sicilia
tronchi alla deriva.

Piove.
Si sente il brusio
oltre i vetri della veranda.

Una boa al largo
della Corsica.

Le rose di pietra del caminetto
sono sei,
quattro orizzontali,
due verticali.

Il faro dell’isola del Giglio
è spento.

Dal silenzio viene
quel ricordo di Bach,
Aria sulla quarta corda.

IL GIARDINO

Sempre abbiamo bussato
a porte chiuse: dentro
poteva esserci un giardino.
Ma quelle porte
non si aprivano mai; solo talvolta
si schiudeva uno spiraglio:
qualcosa verdeggiava, là dentro; ma guai
a fare un passo avanti: la porta
si chiudeva di scatto,
tornava a essere muro. Eppure c’era
un modo per superarla:
non bussare a nessuna porta.
Non guardare da nessuno spiraglio:
aspettare
di incontrare il giardino
che non ha porte, ma solo
un arco fiorito
attraverso il quale si passa leggeri,
ci si trova dentro
senza neppure sapere
di essere entrati.

IL BAMBINO CINESE

Se potessi, vorrei un bambino cinese.
La sua umiltà orientale,
trasmessa dai geni della stirpe,
specchiata al mio silenzio occidentale,
conseguito in anni di esercizio.
Lui crescerebbe pianissimo
per discrezione e per discrezione anch’io
invecchierei lentamente.
Come nella favola del crisantemo,
allungheremmo il tempo
sminuzzandolo in petali di fiore.
Non avrò mai questo bambino cinese,
ma nel mio spazio lui esiste:
stendo sul piano le sue piccole mani,
leggo nei suoi primi disegni,
gli pareggio la frangia dei capelli.
E non lo mando a scuola.
Il fatto che non esista
ci concede questa evasione felice.

LA MERIDIANA

Non ti angosci la sabbia
che rapida scivola nella clessidra,
sottraendoti un tempo liquefatto.
Non ascoltare il battito
della sveglia che pulsa
col suo cuore di passero,
né il cucù alpigiano
che fa il verso al tempo
a ritmo inesorabile.
Ma tua guida sia la meridiana
che registra non il tempo
che passa,
ma le stagioni che vanno e vengono
e ritornano, e bagnano di pioggia
il vecchio muro, lo bruciano di sole,
proiettano l’ombra dei rami secchi
e di quelli carichi di mele.
Al mattino vi si accende una luce
bianca, da alba del mondo,
a sera un tramonto vasto
gli rimanda gli ultimi raggi,
rossi, caldi, stremati,
e poi il buio fascia il vecchio muro,
ed è notte. E di notte
non contare il tempo,
non ascoltare i colpi
della grande torre,
ma piuttosto l’ala
dell’uccello di passo,
il rodío sordo del vecchio tarlo,
il viaggio del topo, vicino,
e quello del treno, lontano;
misura sia lo spazio, non il tempo,
lo spazio vuoto, infinito e indifferente.

L'ARMADIO DELLE MERAVIGLIE

Con mani tremanti e occhi azzurri
ho aperto l’armadio delle meraviglie
– c’era scritto anche fuori:
armadio delle meraviglie
Ma dentro era vuoto.
Ho spiato ogni angolo, se mai
una piccola ampolla, una piuma,
una scatola cinese, una perlina
fosse rimasta ancora. Vuoto
dovunque, vuotissimo vuoto.
Ho richiuso le ante,
dolcemente, con grazia,
affinché nessuno sentisse
il cigolio dei cardini. Chi sa
forse è bene
che altri continui a credere
in questi armadi e forse
in tutta la terra grandissima,
o in qualche vecchio museo,
ancora esiste un armadio
che non sia vuoto e risponda
al suo nome meraviglioso
con vere meraviglie.