Il Lago e il Tempo

di Imperia Tognacci - I Frombolieri - Genesi febbraio 2010 - edito con il contributo della Fondazione CRT di Torino

IMPERIA TOGNACCI
è nata a San Mauro Pascoli. Vive a Roma, dove si è dedicata all’insegnamento.

Dal 1994 al 2005 ha collaborato alla rivista culturale “La Procellaria” e attualmente collabora a “Il Corriere di Roma”, “La Nuova Tribuna Letteraria”, “Sentieri Molisani”, “Pomezia-Notizie” e “Il Convivio”. È inserita in testi di storia della letteratura, di critica letteraria e in numerose antologie ed è stata recensita su Riviste letterarie, quotidiani e periodici. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e, fra gli altri: il Riconoscimento Speciale per l’impegno poetico e letterario dal Premio Mondolibro di Roma (2006); il Premio Rhegium Julii-Inedito per la silloge inedita Il richiamo di Orfeo (2008); il Premio Penisola Sorrentina Arturo Esposito per la silloge inedita Il prigioniero di Ushuaia (2008); il Premio alla Cultura “Omaggio a Giosuè Carducci” del Centro Culturale “La Conca” (2008).

Ha pubblicato: Traiettoria di uno stelo, poesie, 2001 (Premio Rhegium Julii); Giovanni Pascoli/La strada della memoria, 2002 (secondo Premio Città di Firenze); Non dire mai cosa sarà domani, romanzo, 2002 (secondo Premio assoluto Città di Pompei 2003 e secondo Premio assoluto al San Valentino di Terni nel 2003); La notte di Getsemani, poemetto, 2004 (secondo Premio assoluto Histonium 2003 di Vasto); Natale a Zollara, poesie, 2005 (primo Premio Il Convivio 2006); Odissea pascoliana, poesia e saggio, 2006; La porta socchiusa, silloge religiosa, 2007. Nel 2008, a cura del Premio Penisola Sorrentina Arturo Esposito, è stato pubblicato Il prigioniero di Ushuaia, vincitore della sezione poesia inedita; e nel 2009 ha pubblicato il romanzo L’ombra della madre.

COMMENTO CRITICO
Nell’antichità il lago rappresentava l’occhio dei morti sepolti nel ventre della terra, i quali attraverso la lente acquorea incastonata nel seno terragno dei campi e dei monti spiavano il mondo dei vivi, ed esalavano presenze capricciose, un poco tenere e un poco maligne, evocavano nei vivi le ombre del passato. Il tempo è la dimensione e la profondità delle figure, delle acque, delle fasi rigeneratrici: il tempo è l’artificio del sempre uguale che si ripete nel sempre diverso. Il tempo è una deformazione e una distorsione dell’eternità, che sarebbe l’immobile niente in cui nulla avviene e nulla scorre. Nel tempo invece tutto scorre. Ma quello di Tognacci non è il flusso eracliteo di un fiume sempre diverso, bensì è quello dionisiaco, di una luna sempre uguale, come fosse il lago che la rispecchia, ma sempre diversa nel rincorrersi delle fasi di mutazione. Imperia Tognacci ne fa una fascinosa e dialettica endiadi, come chi dicesse l’uomo e l’arme, ecco, invece, qui abbiamo: il lago e il tempo. E sicuramente si tratta di un’endiadi, di un concetto unitario che nasce come astrazione costruita mentalmente e imperniata su due fuochi tra loro interagenti.

Sandro Gros-Pietro

ESTRATTO

È l’ora dell’approdo: sul lago,
poc’anzi baciato dal sole, deboli
riflessi di luce. Ombre s’allungano,
cerchi concentrici s’allargano,
s’irradiano fino al cuore che pulsa
nell’arcano amplesso che crea
e distrugge, che dona e toglie.
Con le tremolanti luci affondano
nel lago pesanti pensieri.
Un sibilo, la lenza della memoria
scivola furtiva nell’anima,
ripesca frammenti di storie.
Un brivido percorre le acque
che s’increspano, interrogative,
verso il misticismo della vetta.
Albe si sollevano dal tenebroso
giaciglio. Nel prato dell’acerbo
mio tempo, la pace solitaria
dei boschi, delle sorgenti,
e dei campi, crivellata
dagli scoppi della guerra.
Sui tetti di un arcaico mondo
scheggiata luce e ritmi infranti.

Nella ronda delle ombre,
si dilata il silenzio. Immagini
remote prendono, nel murmure
lago, voce e respiro. Transitano
acqua e anni sul riflesso
mio volto. In un baluginare
d’infanzia il bianco mutarsi
del latte nelle mani di pastori,
seduti su logore panche.
Stupore per sassi lucidati
dalla corrente del giovane
ruscello, che gli incerti miei
passi travolgeva. Sollevata
e avvolta dalle materne braccia.
Nell’aperto orizzonte dei suoi
gesti azzurri, il mio tempo disuguale
nella misura in cui una stagione
nell’altra s’insinua e si separa
e su cui il sole eterno s’alza.

Hai consegnato tutti i tuoi chicchi,
madre, spiga che il tempo
ha falciato, diffusa in me
come nell’aria il profumo
dei fiori a primavera.
Nel grigio di momenti orfani,
rivolta al firmamento, ho cercato
il senso del tutto per dare
un motivo al niente. Il sospiro
è un dialogo interiore con te
che hai le braccia tese tra nebbie
d’eterno, ma nell’animo sei
come l’arcano farsi delle gemme
e sbocci, in me, all’improvviso.
Se riaffiora, l’infanzia vuol fermare
le nuvole, il vento, ma mentre
franano le notti in voragini
senza fine, tu, madre, lieve vieni
e al mio sonno rincalzi le coperte.

Dal fondo nero della vita,
un’onda con urlo d’odio
travolge popoli. Si ferma
la pace su un morto binario.
Da ciminiere fumo di legna
umana supera confini di fili
spinati. Della storia la nota
stridente c’investe. Espande
il suo territorio la paura.
C’eri sole, ma non illuminavi
dell’uomo il giorno più nero.
Il tuo spettro azzurro, lago,
offuscato. Tristi ceneri
trasportava l’aria greve
di dolore. Delle ripetute
guerre il germe resta tra
profondi ristagni e fantasmi relitti.

Tragiche ore raccogli, notte,
e del vincitore l’amaro bottino.
Tra ammonimenti di macerie
e una diffusa assenza umana
si chiude il tempio di Marte,
ma si annida il dio nei cuori
in cui pulsa volontà di potere.
Adunate di onde mormoranti:
“Finita la furia dell’uragano
contro inermi vite e le indifese
case”. Ti rivedo, padre, dove
l’onda insanguinata finisce
e la terra è friabile sotto
il piede, con lo sguardo fissato
verso difficili orizzonti di pace.