Nel grembo oscuro del mondo

di Adriana Mondo - Collana I Frombolieri - Genesi dicembre 2009 - edito con il contributo della Fondazione CRT di Torino

ADRIANA MONDO
è nata a Torino e risiede a Reano. In poesia ha pubblicato: Poesie, Centro Studi Anna Kuliscioff, Torino 1987; Invisibili fili, Club dei Poeti, Massa Carrara 1998; I preludi, Centro Studi Cultura e Società, Torino 1990; Al guado delle tenebre, stampato in proprio, Torino 1992; Lucori d’ignoto da un estuario, Firenze Libri, Firenze 1994; Le stanze oscure, Personal edit, Genova, 1995; Lacerazioni, Ed. Anaphora, Torino 1998; Conclave d’amore, Arte e Poesia Panis, Torino 2000. Ha vinto numerosi e importanti premi letterari. È già apparsa su alcuni numeri di Vernice.

COMMENTO CRITICO
La poesia di Adriana Mondo si sviluppa attorno a due poli principali di attrazione, che sono la natura e le vicende degli uomini. Ma questi due mondi, apparentemente contrapposti, si fondono in quell’unico canto d’erosione che è posto come introduzione all’inizio del libro: l’erosione rappresenta il consumo della vita che a sua volta dipende dall’uso che se ne fa e dallo spettacolo che ne deriva. La vita si consuma nella sua drammatica bellezza, che può essere estasi di dolcezza, ma più sovente è tragedia di violenze.

Sandro Gros-Pietro

ESTRATTO

UN CANTO D’EROSIONE
Un canto d’erosione
a tratti una terra chiarissima,
poi intorno una vena sonora,
mi fa scoprire un rigagnolo d’acqua piovana,
nella disfatta ora in cui accade di udire
dai campi il ciarlare dei contadini,
tra ciuffi d’erba incolta, vigne macchie
lungo il margine della pozza di umida terra,
il cielo furoreggia sul paese, intriso di credenze.
In una strada rossastra svanisce
nel canto delle foglie il lamento del sicomoro,
donde minuscolo appare il fienile,
mentre aleggianti cantori inneggiano
un alfabeto d’amore e si fa chiarezza accesa
in questa tarda primavera.

FELICITÀ NASCOSTA
Sui volti ormai desueti
dei contadini si stendeva
una malinconia, rabbrividiva
il tiepido raggio accanto al campo,
e ancora nel paesaggio lo zappatore
incrociava le braccia,
il suo respiro attendeva il canto
che emergeva dalla terra,
dalle sue zolle quasi un groviglio di emozioni,
s’aprivano sguardi assenti nel vuoto,
eppure traspariva una felicità impaziente
da quelle solitudini oltre la conca gravida di vento.

VOCAZIONE
Tenace sussurro
in un giorno accovacciato,
giunta nel prato d’asfodeli
ascolto il sommesso pigolio
di un passero che ci rivela
l’arte della sua impresa,
reclamando l’alimento aria
s’illumina di sole
per vocazione
d’ultima lode per essere umani.

LA MIA TERRA
Amare la terra
è ascoltare tremori
di zolle pregne, cogliere frutti acerbi,
udire fremiti di nuovi germogli.
Quando il sole scolora
e langue sull’Orco,
tenua luce si diffonde,
si fa bello là dove cammini,
il prato, il sentiero, la riva che segui,
tutto sembra illuminarsi, gioire,
torno essere erba, trifoglio,
le mie radici sanno ancora di frumento,
e vanno oltre la dolce memoria degli avi,
oltre il respiro del tempo.
Cuore, tu senti il sollievo della rinascita,
la quiete fluire in questo muto
nostalgico canto, per esultare
al nuovo mattino.

MATTINA
Mattina tersa di alti spazi,
s’indugia ancora un poco
sul sentiero che si snoda
a curve a tratti di pietra,
il cielo si è fatto compatto
il sole picchia alto,
sul collo un brivido di sudore,
ma la spinta verso la sommità
è pressante…
è presente come l’aria che sfida stridula.
Io resto sempre sola sul sentiero:
non sono fra i primi,
non sono fra gli ultimi,
ho un passo che mi porta a metà,
forse per meditare su quest’ora così completa.