poesie

LA COMUNICAZIONE FELPATA

Autore : Domenico Cara - inserita il 29/11/09

Modelli d’umore e soglie di leggerezza

La vita è improvvisamente protetta da emblemi d’illegalità, nel sottinteso tutto operativo.
Nell’acqua ci sono liquido e luce e si associano alla sete che si diffonde.
Viaggia verso la zona ignota (in uno dei troppi altrove, i porti indistinti), vive.
Nessuno esprime pareri se non ha ascolti o tesi perlustrative e mutevoli.
Espiazioni riscoperte nel ricordo vivono con noi. Si adottano per resistere.
Sintetizzava per proverbi il fato dell’uomo nascosto, la voce furtiva e lieta.
Ho accettato finalmente l’insieme di cose di cui dovrò scegliere mito e luoghi.
La lezione più scabra è riportata limpida e traumatica dal foglio rifiutato.
Il dato è dato, ma è difficile l’idea di fratello avaro, senza scintilla e modo.
Ho cercato, sì ho cercato una verità alternativa a ciò che penso: il silenzio.
Disseppelliscono le ossa della ragazza uccisa in un lago smorto, senza amore.
Non può essere antico un oggetto levigato da artefici che ridipingono la morte.
È normale che la serie di crolli venga evocata, più che ripresa e ricomposta.
Il cavallo avrebbe attraversato i giardini della città se non fosse stato colpito come icona.
Pulsa il dissenso dentro il mio corpo nelle sue torsioni improvvise, come spirito infelice e ambulante.
Latinità, anche io ho assistito alla regata sul fiume ambivalente, che tornava dal passato a quella riva pulita.
Ali spioventi di una casa amica, già assistono al proprio volo come di provincia.
Manigolda mitomania resti mia nemica, sciocca, approssimativa e certo delusa.
La società una volta all’anno fa festa al padre, ma priva d’incantesimi la scelta.
Chissà quale notizia mi giungerà dal sogno di domani e quali cani abbaieranno!
Sulla croce dell’uomo il bosco del peccato, le lusinghe moribonde, il pianto pagano.
Le secessioni cercano se stesse in frammenti d’idee, fasi di voce, rochi tempi.
Oh, sì la vedova nera, anzi grigia, indomita e mitomane, sospesa da ogni sole che l’accarezzava alla corda.
I falsi segni del reale occupano luoghi cruciali del paesaggio tra lidi estivi.
Una strada tutta segreta e deviata dalla moltiplicazione di itinerari e viature.
Umana illusione giunge corretta dalle cose non descritte o in linea spuria.
Identificava un assoluto come un urlo che porta in alto la voce del cuore nudo.
Qualche immagine ombrosa, spostandosi collabora derisa a un esercizio marginale.
E intanto il provvisorio vuole farsi eterno. Dall’abisso risalire in Paradiso.
Ma già l’aver gridato, e quindi il capire, muta il nostro stato e il nome scelto per sempre.
Ciò che ormai abbiamo perso, intende riacquistarlo la mente e ascolta gli echi.
“I critici del tempo…”: la loro provvisorietà e la misura scolorita del roco giudizio.
La parola trafitta dalla balbuzie non ha profondità ma spigoli interrotti, lesi.
Nella ricerca quello che trovi, i rapidi momenti della scoperta, la lettura alta.
Il colpo d’occhio è anche la dimensione meno inesatta di ciò che si può capire.
Quel giusto tacere che nasconde commenti, ammicchi di rifiuto, le ferme fionde.
C’è un certo odio per il retrospettivo che è diventato uno specchio freddo.
Non gradito ai superficiali fantasmi e a coloro cui l’impegno è dominio d’altri.
Una responsabilità ha presente per se stessa (e per noi) l’uomo non incerto.
I profeti lasciano alle generazioni future i dettami del loro Credo e la solennità del ricordare.
Non dimenticherà mai le oasi in cui la sua idea di sogno è vita, il Klee reale.
Con un sorriso della mente c’è chi affronta la rivoluzione e vince sulle origini esitate.
Tu lo sai che l’ipocrisia elabora opportunità, sì e no presenta la luce o il buio folto.
Le briciole di pane che spargo per il balcone, aspettando volatili (e formiche).
È giusto che lo sciopero sia breve, coltivare destini tranquilli, non acri venti.
Il luogo comune non ha alcun’allerta, ritorna dal convenzionale e da esso continua la strada vecchia.
Ruminazioni avide e quiete, che fanno somigliare ai buoi, alle figure purgatoriali, collettive, stanche.
Le cose abituano l’orgoglio ad esibirsi, e ormai anche le innumerevoli lauree!
Il più idiota di noi raccontava storie militari, e aveva tra le mani fagottini di gonfie sciocchezze.
La ragnatela aspetta lo scontro con una brezza casuale, ma non altri intrecci.
Farà mai qualcosa di concreto l’insensatezza, che vuole scoprire la Cosa là dove è più stupido il piacere?
Le reti in barca e la convinzione che il giorno sia finito carezzato dal mare.
L’amore mio è poetico e sospira o cerca la sua stasi per adempiere al bisogno delle sillabazioni erose.
In grado di scrutarla, il sottinteso cercava la luna tra nuvole sconnesse.
Il divenire indubbiamente è una lieta iperbole. Stiamo in universi rettificati!
Il poco chiasso ci fa capire che è finita l’ultima Sagra, naufragata, per sempre uscita dal paese.
L’intera vita non dura che per assalti, per moine di casi e sorprese, malattie!
Nell’abituale scena tutti morti o moribondi afflitti, le lettere sul mio tavolo.
La memoria cita per strisce le avventure più comode e più irte. Da noi ha luce.

Il primo passo del mattino è un sicuro dubbio a cui non può sottrarsi l’occhio.
Sempre funebre il lutto con l’impassibile assente teso e – dicono – scomparso!
Costruiscono strade per aprire ai tentativi di fuga altre direzioni-spettro.
Resta fra le parole il non-detto; resta con le sue nozioni di ebbrietà e deserto.
Può riconoscersi la viltà da ciò che nutre di crudele, più che da ciò che desiste.
Ho immaginato le lontane misure del visto, e dall’eco giunta da un abisso arso.
L’acqua, che d’improvviso risaliva i cumuli di sabbia, s’ispessisce tra fili d’erba.
Quel gracidare aritmico, interrompeva l’idea di potere sulla solitudine, ah notte!
Il malumore detta stranezze per rabbia e consapevole corrispondenza del negativo.
Ohibò! Quando i sogni s’impigliano al tuo cuore, l’amore accoglie flussi indiretti.
Erano le altalene a iniziare il gioco e la pazienza serale tradita da macerie.
Alla stessa maniera del tradimento la felicità era fabulatoria, non reale uso.
Fui un re del lamento, solo per gli intimi, adesso rievoco il rito su foto breve.
Lo sfogo, come è noto, aveva strutture informali, ormai è più esatto guardarsi dentro.
La storia di un destino ha acqua e vino misti nei sapori e nelle vicende acri.
Bandiera a più colori, cielo aperto al capriccio del mattino festivo, disumano.
Nel suo nome la ragione incostante, i vezzi che non sanno rinunciare a smorfie.
Coordinare il candore, orientaleggiare il caldo, istituire memorie sopportabili.
Gli emblemi dell’avarizia erano i secchi poteri del dare poco e quasi a dosi.
Spargo segni casuali, non invadenti, senza bisogno di palcoscenici e spettacolo.
Convenzionalmente la bellezza va scoperta, e a volte torna casuale e sorpresa.
In molti ripetiamo la paura che il mondo è usura e uccide la nostra giornata.
Voi siete ancora l’aspetto peculiare d’una favola nuda, bambini a cui nulla si dice.
Competitivi come i germogli di primavera, che modificano il décor delle piante.
Fisicamente afflitto, fondatore di idilli non urbani e di fati memoriali, riti infantili.
La maschera degli anni è ormai il nostro ritratto: biografia senza parole e tanti segni.
Signore della cenere, nei cui diari sono riscritti gl’incontri milanisti e in essi esiste.
Aspettava dai tropici una nave carica di vittime, di fuochi naturali e gridi, neri come destini e occhi.
L’abate, riconoscibile per abito e pazienza, recitava tra creature salmi di seta.
La cognizione del privilegio era non solo alfabetica e sincera, ma autentica.
Figli d’amore e delle questioni inquiete, tra violenze e nostalgie o disunioni.
Quel nostro record modificava la disistima collettiva come un rilancio aperto.
Depressi e suicidi conferiscono alla morte egemonia diretta, non immediata, viva!
Tanti mondi diversi, dove continuano le sfide all’uomo e fermano la libertà.
La nobiltà ammette la propria prevalenza. A che punto è con lo sgomento umano?
Indubbiamente è più esatto resistere che non morire se dentro c’è un’implicita forza.
La luna scova le ombre del grottesco, ma non è decadenza o quieto delirio, cuore.
L’ora diversa seppellirà tutti. il coraggio non basta ai fati dimezzati, in atto.
Ricordo Ungaretti a Cesena. Scrisse su un libretto gli auguri alla mia “letteratura” (sic).
Clonato l’orso, il disteso crepuscolo è diventato etica folle e avversa di sé.
Sempiterni pareri della sapienza nuda, in cui i labirinti sono innumerevoli bui.
Assurge a irta metafora la mano che espone il suo dettato alla referenza usata.
Nell’imbrunire anche gli oggetti scovano il modo di trovare sede e sosta da noi.
Così ogni pomeriggio ho assaporato il gelato di soia, ad uso cardiaco, cibo ridotto.
Simulazione remota, incantevole imitazione, dove il torrente ascolta muggiti reticenti.
Sulle tue labbra orme di affetto, aleggiare di una rosa naturale, senza retorica.
Separai dal grano steli di verso, umori casuali, fumi di stoppia, cielo d’estate!
Dico di te il male che benedico, perché imposto dai tuoi atti pagani, se mai in ambigui aspetti e volti.
Incontreremo i mondi di cui mi parlavi nell’adolescenza sospetta e gli altri nidi?
Vivere è questa danza di paure innevate da spiriti essenziali, non necessari.
Ma soprattutto è brillante quella marea che consente i più liberi abbozzi…
Qualcosa è diventata un minaccioso spasimo tra le resurrezioni, alito e miele.
Dunque da te è fuggita la fionda incessante che cercava un uomo in attesa. Da qui.
L’inconscio ha afferrato il pensiero assiderato, tentando una vicenda incauta.
Sempre più metri di grigia creatività o algidi doni del tempo eroso?
Azzurrità scopre il muro scritto e spietato da giaculatorie sediziose, irte.
La castità ha il viso bianco e più in là del suo passo un’esperienza di rosa.
Evito l’io del mondo che ripete i suoi leit-motiv fra rinunce (e betulle).
Oltretutto la trascendenza è un diritto utilizzato dal nulla, da cui si rinasce.
Patria di naufragi, il clima muta quando cambia il mondo tra discese e slittature.
Riaffiora il fallimento in un’immagine strana, anche se mancano l’evento, il cedro.
Logica esposta al silenzio, fluidità giocosa; dirà di te tutta la continuazione.
Ogni attimo appartiene già al Dopo che circonderà fine e fini, gli accessi.
Visionarietà, tu cerchi l’anima del reale in incompiuti atti, preghiere fioche, voli.
Una grazia non è breve, ma soltanto estasi e colore del Soprannaturale, oltre.
Affonda il suo amore nell’invenzione del mito e tra morbidi, barocchi molluschi.
Poi capì meglio che quell’incerto disegnare metrico era rigore e senso costruito.
Mia radice nascosta e dolente, tra le carte del vissuto esplora un io vuoto.
Inettitudine logora, drammaticamente protesa alla trasformazione delle crepe.
Racconta le oscenità per humour eccitato e decadente, identifica abbagli, suda.
Silenzio sempre spezzato, riflessione audace e curva, cercano la notte stanca.
Il calvo animale del parco è un convulso automa, in parte dispettoso, in parte gioia serale.
Chi sottrarrà la linfa all’orizzonte lontano, nell’intreccio di fuochi e aria?
La clorofilla nei suoi minutissimi odori abita cielo e terra, nel disagio.
La preda improvvisa (e indispensabile?) è stata testimonianza del mancamento.
Il vento invade il destino di noi tutti all’ingresso del polo, fino a Te.
Tra sbadigli, scompigli e paure, i pazzi e i savi leggono le derive della tempesta.
Aveva omesso la serie di parole e quasi la verità, la mano dell’errore, oh testa!
Però, nella retrocessione del fervore ha rettificato l’enfasi, anzi sottomessa.
Le nuove polveri del mare erano schizzi casuali nel paesaggio dello scoglio eroso.
Forse è la solitudine stretta a noi che fa pensare all’insolenza dei dinieghi.
La luce tuttavia è nel coltello che non uccide ma si difende con irte voglie.
Morbido nume diventi ilare esemplare di un’abitudine del gioco labile, soffice.
La tessitura è una memoria di fili tesi, non malinconici, e può avvolgere me e te.
Adotterò la lepre per la fuga più svelta nei sentieri delle talpe insonni.
Avvampa i paragrafi d’amore con le sue labbra colme, ascolta stagioni o èra.
Torna, ritorna sotto un’attiva pioggia, raccontando la storia di figure in marmo.
L’insufficienza ancora è un gesto che non riesce a compiersi del tutto, e muto.
Odio non mio, se mai dissacratorio appunto in una terra inquieta, assisto al gioco.
Ma tu nel raggio indiscreto accogli l’ultimo esistere di un canto torrentizio.
Spara tuttavia su coloro che mentalmente ascoltano nell’irritazione, forse morti.
E quel dimenticare magici filtri, valenze speculari smaniose, cinge la pelle di mutamenti, sfida l’immenso!