Autore : Giovanni Chiellino - inserita il 29/11/09

Prosit,
pronunciava mio padre e alzava la coppa
verso di noi in attesa del gesto inaugurale.
Veniva da lontano la sua voce
e si portava dentro un parlottare d’avi.
Prosit, rispondevano in coro i cinque figli
tutti un poco in penombra, ché la luce era preda
del sorriso sereno sul volto di mia madre.
Era seduta in fondo al desco apparecchiato,
il lato presso il fuoco dove il ceppo bruciava
e scintille salivano in alto nel camino,
quasi sillabe accese di sommessa preghiera
per lenire le pene di assenze e di partenze,
favorire l’evento che invocata presenza
riempisse le stanze, il posto abbandonato.
Tempora fluunt, e l’ora si sfarina
inarrestabile passa nel foro di clessidra
e Bacco col suo nettare non può arrestarne il corso,
la rende meno cupa, le getta sulle spalle un velo
di gaiezza, copre con chicchi d’uva le numerose
asprezze sul nostro eterno andare.
Prosit, dice ancora mio padre ormai seduto
al vacillante desco dei ricordi.
Prosit rispondiamo quattro dei cinque figli,
ché uno ha già varcato la soglia ineluttabile.
Siamo in luoghi diversi dove ci ha spinto il vento
costante della vita, lontani da quel fuoco
che ci teneva uniti e riscaldava il palmo proteso delle mani,
lasciava oltre la porta le ombre della notte,
illuminava sempre tra una preghiera e l’altra,
tra un rammendo e un rimbrotto, il sorriso sereno
sul volto di mia madre.
Ma sempre in mezzo al desco domina la caraffa
colma del nostro vino.
Prosit, e limpido rosseggia nel calice lucente
il sangue della vite. Vinum rubrum, bevanda degli dei,
che gli uomini confonde con spirito iracondo
o ne rallegra i cuori con spirito giocondo.
Prosit. Salute ai commensali! È l’ultimo bicchiere,
tempo di salutare. Il piede è nella staffa. Salve, salvete.
Si riprenda il cammino del nostro eterno andare.