Antonio Faccio

Ritratto di Antonio Faccio

Accademico

è nato nel 1931, sui Colli Berici, dove ha trascorso l’infanzia e la fanciullezza. Poi il collegio, quindi il Liceo Classico “Pigafetta” a Vicenza. Laureato in lettere, ha insegnato in vari Istituti Superiori, specie a Bassano del Grappa, città in cui risiede e dove ha partecipato anche alla vita sociale e politica.

Vi svolge ora soprattutto opera di promozione culturale. Ha pubblicato tre antologie personali della sua poesia. Nel 1966, Asolane e altre raccolte, che ebbero la Medaglia d’oro per l’Opera prima nel Concorso nazionale di poesia Alte-Ceccato. Nel 1971, Il lungo esercizio, che fu presentato a Bassano del Grappa da Fernando Bandini e Andrea Zanzotto. Nel 1976 figura tra i vincitori del Premio Camposampiero per la poesia religiosa. Nel 1983 è uscito il suo terzo volume, Un certo sentimento, che ebbe il premio selezione e quello del pubblico nel Biella dello stesso anno.

Sue poesie sono apparse negli Almanacchi delle edizioni Genesi, nell’Astolfo di Dell’Orso, su Il Biellese e su altri organi di stampa. Nel 1999 ha pubblicato la sua quarta raccolta intitolata Poesia dentro e oltre i limiti.

COMMENTO CRITICO: 

Digiuna da ogni forma di crudo realismo o da espressioni di puro documentarismo della realtà, la poesia di Antonio Faccio si alimenta nell’esercizio della memoria dei fatti, delle parole, delle idee, delle interrogazioni esercitate nella dimensione liquida del tempo, in una profondità di riferimenti che si origina dalla rarefazione e dalla proiezione dell’io poeta lungo la catena delle occasioni collettive che forma (o che è contenuta) nello sphairos, la misura astratta e totale della cultura umana, fatta di realtà e fantasia, di materia e di idee. Se dovessimo usare una formula o dare un riferimento di poetica già acquisita dalla critica, si potrebbe indicare la poesia dell’esperienza elaborata da Luis Garcia Montero come modello abbastanza vicino alla poetica di Faccio, ma sarebbe una forzatura limitativa teorizzare addirittura una consonanza tra i due autori.

In Faccio il mondo possiede una straordinaria carica di spiritualità, di sacralità e/o dannazione, di mistica e di ascesi, di cui solo la poesia riesce a dare vaga rappresentazione ricognitiva, anche senza riuscire a metterne a nudo il significato connettivo, il valore logico, l’approdo affermativo, che probabilmente non esiste o che certamente non pare misurabile. Faccio è sicuramente convinto che la “poesia non pronuncia verità”, ma è anche convinto che essa rappresenti l’emozione autentica e gioiosa, la più pura possibile, dell’impeto di ricerca che anima l’umanità.

Sandro Gros-Pietro


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